SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano: la recensione.

Cosa si è disposti a giustificare per una causa nobile? Il fine giustifica i mezzi? E se rispondiamo “sì”, ammettiamo che giustifichi ogni mezzo?

Domande che – anche se spesso implicitamente – hanno accompagnato da sempre la gestione del potere e della responsabilità e tornano prepotentemente a esigere risposta nel nuovo documentario firmato Netflix, SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano. Diretto da Cosima Spender e scritto da Carlo Gabardini e Gianluca Neri, la docu-serie in 5 puntate raccoglie 180 ore di interviste e 25 testimonianze per raccontare la comunità di recupero per tossicodipendenti di San Patrignano, gestita per 15 anni da Vincenzo Muccioli, figura controversa al centro di scandali giudiziari e mediatici.

Lo sfondo è quello dell’epidemia di eroina che negli anni ’70 e ’80 dilaniava l’Italia. Le dimensioni del fenomeno sono quasi incomprensibili per chi non le ha vissute, ma la serie mostra subito chiaramente quanto in realtà fosse estremo e richiedesse, almeno in teoria, soluzioni estreme. È in questo contesto disperato che Muccioli trova la sua legittimazione: è un salvatore, persino un santo.

Luci e tenebre:

Se Muccioli è uno spirito generoso che dedica la sua vita a salvare giovani che stanno morendo per strada, abbandonati dallo Stato, ecco allora che una parte dell’opinione pubblica è pronta a giustificare i metodi controversi della riabilitazione a San Patrignano. Ma teorie mediche poco verosimili lasciano presto il posto ad abusi, fisici e psicologici, perpetrati nei confronti degli ospiti. Le maniere forti in voga nella comunità costeranno al suo fondatore due processi, uno dei quali per omicidio colposo, e la vita di almeno tre giovani.

In questo quadro orribile e complesso, quelle domande centrali restano senza risposta: non si può rimanere indifferenti di fronte alle immagini di ragazzi incatenati come animali o ai racconti di violenze fisiche e sessuali testimoniate dagli ex ospiti. Così come non si può evitare di inorridire di fronte al tono paternalistico, di padre-padrone, di Muccioli o all’endorsement di Montanelli, arrivato secondo dopo la dichiarazione dell’immutato orgoglio nell’avere portato la camicia nera.

E tuttavia è altrettanto impossibile ignorare chi sostiene con emozione che San Patrignano abbia salvato la loro vita oppure le folle di genitori, in lacrime, che chiedono a gran voce un aiuto per i loro ragazzi, un aiuto a qualunque costo.

In questo sta la bellezza di SanPa: non ci sono risposte facili. La regia scarna, ma precisa e imparziale (nonostante la comunità abbia dichiarato, in un comunicato stampa, di ritenere la serie eccessivamente faziosa), non ci lascia credere a lungo che ci possano essere. L’essenza di San Patrignano è forse meglio riassumibile dalle testimonianze di chi l’ha vissuta. In particolare il finale, sulle parole di Fabio Contelli, racchiude tutti i grigi di una vicenda che, in ogni caso, non avrebbe avuto vincitori: “Sono quello che sono grazie a Muccioli e San Patrignano. E nonostante Muccioli e San Patrignano”.

Perché guardare SanPa:

perché si fida del suo pubblico

La serie non fa mai l’errore di considerare i suoi spettatori eccessivamente ingenui e non tenta mai di ripudiare la complessità. Le domande sono tante – e sono difficili- ma sta sempre e solo a ognuno di noi trovare le risposte.

perché ci parla della nostra società

Una vicenda come quella di San Patrignano è paradigmatica del modo in cui trattiamo i più deboli e gli emarginati. È una storia che parla di indifferenza e di violenza, mai di cura. Ma è anche una storia va in direzione contraria all’impegno di Beccaria, di Basaglia, di Merlin e tanti altri che hanno lottato per un approccio più umano nel trattamento degli ultimi.

perché ci parla della nostra politica

San Patrignano racconta anche di come lo Stato si sottragga spesso alle sue responsabilità e lasci che i privati vi si sostituiscano esercitando quell’autoritarismo violento che a lui è precluso. Quella di San Patrignano è una storia politica quanto sociale: dal richiamo alla destra autoritaria, passando per la guerra alle droghe e lo scontro con l’antiproibizionismo di Pannella, fino alla demonizzazione della magistratura degli ultimi tempi, contemporanea all’ascesa di Berlusconi. La storia di Muccioli è quasi uno specchio delle storture politiche italiane.

Ginevra Gatti

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