She is a scientist: il progetto per eliminare gli stereotipi di genere nella scienza

Oggi, 11 febbraio, è la giornata mondiale delle donne nella scienza. Per celebrare questa ricorrenza abbiamo parlato con Nicole Ticchi, chimica farmaceutica, divulgatrice scientifica e fondatrice del progetto “She is a scientist“.

Come nasce e di che cosa si occupa principalmente “She is a scientist”?
Il progetto nasce nel 2017 per parlare di gender gap e del ruolo delle donne nella scienza. È partito come esperimento, sul sito e su Facebook; poi piano piano è diventato un progetto di comunicazione strutturato alle quali si sono aggiunte altre persone: ad oggi il team più operativo è composto da me, Serena Fabbrini e Silvia Sironi, tutte e tre comunicatrici della scienza. Insieme a noi collaborano altre ragazze, ma la mia aspirazione è che il team diventi il più possibile misto: è importante che questo tema sia affrontato anche dai nostri colleghi uomini.

Cosa vi ha spinto a iniziare il progetto e qual è lo scopo che vi proponete?
Il nostro obiettivo è studiare le donne nella scienza, sotto tanti punti di vista: come vengono percepite dal pubblico, come loro stesse si percepiscono, come vengono descritte dai media, e anche come la ricerca scientifica sta trattando il tema del gender gap.
Quello che ci ha spinto ad iniziare il progetto è stato il voler parlare di donne in modo più equo rispetto alla stampa generalista, creare una nuova narrazione delle donne nella scienza che porti ad una maggiore sensibilità e una maggiore parità di trattamento tra uomini e donne.
Provenendo tutte dal campo della scienza, inevitabilmente avevamo una sensibilità e un’esperienza maggiore in questo ambito, ma i problemi che stanno alla base del gender gap non riguardano solo la ricerca scientifica.

Quanto effettivamente i media stanno aiutando a modificare l’immagine stereotipata della donna?
La comunicazione del femminile è un ambito controverso: ci sono molte sensibilità diverse che non sempre si riescono a cogliere e che rischiano di essere offese tramite una comunicazione errata.
Spesso l’attenzione che i giornali rivolgono alle “imprese” delle donne, nella scienza ma non solo, rischia di rendere straordinario ciò che le donne fanno, ponendo troppa enfasi sul genere e non sulla personalità dell’individuo in quanto tale.

Quanto la pandemia ha avvicinato la società alla scienza e in particolare ha reso il pubblico sensibile al tema della scienza “al femminile”?
In questo periodo abbiamo visto figure scientifiche femminili prendere spazio nei media, ma dopo tempo e proteste: all’inizio poche virologhe erano interpellate in TV.
Spesso però sono le donne stesse a non accettare di “mettersi in mostra”, di dire la loro in pubblico: per diventare personaggi televisivi ed essere considerate affidabili devono dimostrare molta più competenza rispetto ai loro colleghi uomini perché c’è diffidenza da parte del pubblico e rischiano di più la loro reputazione.
In alcuni casi le donne non sono state abituate a trovarsi in primo piano e quindi possono mancare di quella self-confidence necessaria per esporsi in pubblico, anche se sono competenti tanto quanto i loro colleghi.

Parlando di educazione: la divisione di genere tra studi umanistici e studi scientifici è ancora molto forte: perché? Come si fa ad avvicinare le bambine alle discipline scientifico-tecnologiche?
In questo senso si sta già facendo tanto. Ci sono associazioni che si occupano di promuovere l’interesse e la curiosità delle bambine verso le materie scientifiche, in particolare verso le scienze dure.
I condizionamenti che riguardano i pregiudizi di genere influenzano molto il nostro percorso di studi, dalla scelta delle superiori a quella universitaria. Spesso questi condizionamenti sono impliciti e inconsci e lavorano sui bambini fin da quando sono molto piccoli.

Voi raccontate le storie di scienziate del passato: quanto è cambiato nel mondo della scienza e della ricerca dalla loro epoca?
Una volta le donne che riuscivano ad arrivare a posizioni elevate in campo scientifico erano poche: dovevano avere una solida famiglia alle spalle e una condizione economica favorevole che permetteva loro di studiare fino all’università, cosa che non avveniva per tutte.
Il problema adesso non è più tanto l’istruzione, quanto il fatto che le donne spesso non riescono ad arrivare a delle posizioni apicali nella gerarchia, sia nel pubblico che nel privato.

Da quando le donne hanno preso il loro spazio nel mondo della ricerca, questo è diventato più competitivo? Qual è stata la reazione degli uomini e quale quella delle donne?
Su questo non c’è una risposta univoca. La competizione viene studiata anche a livello di neuroscienza e psicologia ma la verità è che le donne sono collaborative e competitive tanto quanto gli uomini: da un nostro recente sondaggio è emerso che i team misti sono quelli che a livello di prestazione lavorano meglio.
Dire che le donne fanno fronte comune sarebbe bello, ma non è sempre così: di fatto ognuna ha la sua strada da percorrere e non per forza le donne devono sempre essere coese. È una questione di carattere più che di genere.

Oggi è la giornata mondiale delle donne nella scienza, quali progetti avete in mente?
Per tutto il mese di febbraio pubblicheremo foto e storie di alcune testimonial, scienziate colte nella loro quotidianità, per far capire che una donna è scienziata tutti i giorni, non solo in laboratorio.
Da lunedì scorso e fino a lunedì 15 ci saranno una serie di dirette sui nostri social nelle quali affronteremo, insieme a vari ospiti, i diversi aspetti del gender gap nella scienza e nella ricerca. Sono eventi a cui può partecipare chiunque e che rimarranno a disposizione sui nostri social.
L’ultima iniziativa che abbiamo pensato si chiama “she looks like a scientist”: è promossa proprio oggi 11 febbraio ed è aperta al pubblico. Invitiamo le donne a pubblicare una foto raccontando la propria storia personale e professionale e lo scopo è proprio quello di normalizzare la figura della scienziata.

In conclusione, a prescindere dal nostro progetto, sono molto contenta che l’interesse per questo tema negli ultimi anni sia cresciuto: sono nati progetti di divulgazione strutturati, professionali e molto seguiti con i quali abbiamo stretto una bella community sui social.
Se le voci si moltiplicano su un argomento significa che c’è bisogno di parlarne e in questo caso è un bellissimo segnale.

Marta Fornacini

Potete continuare a seguire She is a scientist su Facebook, Instagram e sul sito per rimanere aggiornati su tutti gli eventi di febbraio.

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