Crisi di genere

Il periodo storico che stiamo vivendo è sempre più surreale e non mancano, di giorno in giorno, nuove problematiche con cui doversi confrontare. Negli ultimi tempi si è sentito parlare spesso di crisi di genere e di segregazione occupazionale per via della crisi sanitaria ed economica, che ha rivoluzionato ormai un anno fa le vite di tutti noi. L’intervento del nuovo presidente del consiglio Draghi circa le differenze di genere, tenutosi durante la giornata del voto di fiducia, ha indubbiamente contribuito a riportare in voga il problema. Ma di cosa stiamo parlando? Andiamo per gradi.

Ogni crisi economica, politica, sociale o sanitaria deve necessariamente essere valutata in relazione al contesto nel quale si sviluppa: la crisi economico-finanziaria che ha tenuto banco dal 2008 al 2013 circa ha gravato prettamente sui lavoratori di sesso maschile, in quanto quello prevalente nei settori colpiti: la finanza e le costruzioni; mentre i settori dediti all’istruzione o alla sanità (dove a prevalere sono le donne) riuscirono – anche in un momento di crisi – a tenere saldo il comando.

Il termine utilizzato per designare tale periodo è mancession (Man + Recession), letteralmente periodo di crisi in cui si perde un maggior numero di posti di lavoro maschili rispetto a quelli femminili.

La crisi sanitaria ed economica da COVID 19 ha aperto ad un nuovo scenario: ora sono le donne ad aver subito maggiormente gli effetti economici e sociali della pandemia. I dati ISTAT riferiti a dicembre 2020 su persone occupate, disoccupate e inattive indicano 101 mila nuovi disoccupati rispetto al novembre 2020 di cui 99 mila sono donne. Anche in questo caso le motivazioni sono da ricercare nel contesto generale: l’occupazione femminile è limitata a soli sette settori, tra cui il commercio e il settore alberghiero, entrambi fortemente colpiti dagli effetti della pandemia. In questo caso si utilizza il termine shecession (She + Recession), ovvero periodo di crisi in cui si perde un maggior numero di posti di lavoro femminili rispetto a quelli maschili. 

Le categorie di lavori maschili e lavori femminili (utilizzate anche in questo articolo) sono il prodotto di quella che viene definita segregazione occupazionale, ovvero una distribuzione non uniforme delle professioni tra diversi gruppi o individui. Secondo la segregazione occupazionale ci sono lavori da uomo, che prevedono spesso un valore maggiore e un salario maggiore, e lavori da donna che, pur richiedendo le stesse competenze, hanno minore valore e recepiscono un salario inferiore. Non dimentichiamo che sin dai tempi più antichi il ruolo della donna è sempre stato quello di moglie, madre e, in quanto tale, angelo del focolare e, per quanto indubbiamente non siano stati fatti dei passi avanti, questa concezione della donna non sembra pienamente essere stata superata.

Proprio degli ultimi giorni sono le parole pronunciate dal nuovo premier Draghi nel suo primo discorso:

La mobilitazione di tutte le energie del Paese nel suo rilancio non può prescindere dal coinvolgimento delle donne. Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. Intendiamo lavorare in questo senso, puntando a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro. Garantire parità di condizioni competitive significa anche assicurarsi che tutti abbiano eguale accesso alla formazione di quelle competenze chiave che sempre più permetteranno di fare carriera – digitali, tecnologiche e ambientali. Intendiamo quindi investire, economicamente ma soprattutto culturalmente, perché sempre più giovani donne scelgano di formarsi negli ambiti su cui intendiamo rilanciare il Paese. Solo in questo modo riusciremo a garantire che le migliori risorse siano coinvolte nello sviluppo del Paese.

Le critiche anche in questo caso non si sono fatte attendere: in particolar modo è stato sottolineato come il nuovo governo sia composto da solo 8 donne su un totale di 23 ministri. Poca roba, certo. Ma la questione rimane aperta, e noi non possiamo che sperare che qualcosa cambi davvero.

Fabiana Brio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...