Rotta balcanica: non chiamatela emergenza!

Il 22 febbraio si è svolta una conferenza sul tema della rotta balcanica della migrazione. Il rettore Stefano Geuna è intervenuto esprimendo la sua speranza che eventi come questo non rimangano parole, ma che “possano servire per proporre strategie a chi ha il ruolo di mettere in atto azioni efficaci a risolvere la situazione”. I punti toccati sono stati molti e hanno offerto un quadro del fenomeno dal punto di vista di vari ambiti disciplinari. Nell’articolo introduciamo alcuni dei concetti principali che sono emersi, ma è possibile guardare l’intera conferenza sulla pagina del Dipartimento di Culture, Politica e Società, promotore dell’evento.

Situazione politica e amministrativa in Bosnia

Per capire alcune delle motivazioni dietro agli errori di gestione è stato presentato il quadro della situazione politica e amministrativa della Bosnia. Il paese, dagli accordi di Dayton del 1995, è diviso in due entità con ampie autonomie e le autorità centrali sono prive potere in molti ambiti, rendendo più semplice l’emergere di politiche nazionalistiche e di difficoltà di gestione. Cittadini e autorità locali, dopo aver inizialmente dimostrato grande solidarietà ai profughi, si sono sentiti abbandonati dalle amministrazioni centrali così come dall’Unione Europea e hanno intrapreso politiche che hanno reso maggiormente complessa la situazione.

L’accordo bilaterale tra Slovenia e Italia e la violenza sui confini

È stato citato diverse volte l’accordo bilaterale tra Slovenia e Italia siglato nel 1996 che permette all’Italia di “riammettere” in Slovenia i migranti trovati in Italia seguendo procedure informali. Come spiega il docente di diritto internazionale Andrea Spagnolo, in questo modo il diritto  diventa strumento di diluizione delle garanzie. L’accordo risulta ancora più grave se si considera ciò che sta succedendo attualmente al confine tra Croazia e Bosnia: vi sono prove di uso di violenza da parte della polizia croata nei confronti di chi tenta di passare il confine ed entrare in Unione Europea. L’Italia, respingendo i migranti, sa che è alta la probabilità che essi si trovino nuovamente a tentare il passaggio e quindi esposti alle violenze. Viene violato quindi l’articolo 3 della Convenzione Europea, che vieta il trattamento inumano e degradante e impone agli Stati una valutazione del rischio che ciò possa avvenire nel paese in cui la persone viene riammessa, anche a seguito di ulteriori respingimenti.

Azioni concrete: i corridoi umanitari e l’Unione Europea

Il professore Paolo Naso ha puntato l’attenzione sul rischio di definire il processo migratorio come un’emergenza: non lo è. La quotidiana drammaticità di quel che succede sui confini e lungo le rotte spesso viene trascurata dai media in favore degli incidenti eclatanti quali l’incendio del campo di Lipa del dicembre scorso. Una visione diversa dei confini viene presentata anche da Federico Faloppa e Luca Prestia nel loro progetto Beyond the Border, che con le foto degli oggetti comuni lasciati da chi li attraversa ogni giorno fanno luce sulla quotidianità della relazione tra uomo e territorio.

La narrazione dell’emergenza è rischiosa perché fa perdere di vista l’esigenza di cercare una che sia permanente nel tempo. Uno degli strumenti, ci mostra Naso, sono i corridoi umanitari, una applicazione dell’Articolo 25 del Trattato di Schengen iniziata più di 5 anni fa e che continua tuttora. Anche l’eurodeputato Brando Benifei spinge per una soluzione istituzionale e ha espresso la necessità di una sensibilizzazione dell’opinione pubblica, che faccia pressioni sui governi e sull’Unione Europea per ottenere una riforma delle politiche sulla migrazione e sulla richiesta d’asilo, attualmente definite dal Regolamento di Dublino.

La richiesta è quella di un impegno che venga anche da parte di noi cittadini. Un impegno che può svolgersi su due livelli, quello politico, ma anche uno più diretto, come ci ricorda la docente Simona Taliani, che nel suo intervento ci ha lasciati con una domanda: “Come trasformare la rassegnazione dei numerosi giovani arrivati Europa dopo mesi e anni di viaggio in una possibilità di seguire il sogno di un futuro, di studio, che li ha portati a spostarsi?” L’ateneo di Torino si è impegnato in tal senso già da vari anni, grazie anche alle associazioni presenti nella città, e non si ferma. Vi sono numerosi progetti attivi a cui noi studenti, ma non solo, possiamo partecipare in prima persona, anche online, contattando i docenti responsabili e il dipartimento.

Nota: il giornalista Francesco Martino non ha potuto essere presente e ne ha fatto le veci la collega Nicole Corridore.

Anna Franzutti

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