Smart-working e influenze sociali: sarà davvero la pratica del futuro?

La parola del 2020 nell’ambito del lavoro è stata “Smart-working”: mentre la pandemia stava dilagando erano 5,3 milioni gli italiani che stavano lavorando da casa. Le aziende che hanno affrontato cambiamenti inattesi sono molte, ma non solo, il radicale cambiamento ha avuto diversi risultati sia positivi che negativi anche sui lavoratori.

Durante il 2020 sono state tantissime le persone che hanno sperimentato un nuovo modo di comunicare e collaborare, che non richiede la presenza fisica in un dato luogo.

Abbracciare la forza della tecnologia e del mondo interconnesso dalla rete è stata una necessità che ha permesso all’economia di continuare a funzionare durante i mesi più duri dell’emergenza sanitaria. Si inizia a parlare di smart-working come la pratica di lavoro del futuro, ma siamo davvero pronti?

In questi mesi abbiamo assistito ad un cambiamento epocale, la rete ci ha fatto scoprire quanto sia necessario e fondamentale sapersi districare tra programmi e videochiamate. Ma lo smart-working è davvero il lavoro del futuro? Siamo pronti ad abbandonare gli uffici e rinunciare al caffè al bar dei cinque minuti di pausa? A fare videochiamate anziché parlare dal vivo? Gli effetti sociali e culturali che il virus ha apportato sono molti.

Lo sconvolgimento delle abitudini

In Italia il tempo dedicato al lavoro è circa dell’80% rispetto al tempo libero. La maggior parte degli italiani passa più tempo a lavorare che a fare altro. Così il lavoro a distanza sembra oggi una soluzione eccellente per continuare a lavorare in ogni momento e soprattutto, in ogni luogo. Ma quali sono gli effetti?

In questi mesi il 70% dei lavoratori italiani, per lo più impiegati in aziende, ha lavorato a distanza. Non solo lavoro, ma anche i colloqui conoscitivi si stanno evolvendo, infatti nel 2020 la maggior parte sono stati svolti a distanza. A detta di molti entra così in gioco il problema del contatto umano, dell’impressione “a pelle”. La semplicità dell’incontrarsi e stringersi la mano notandone l’intensità e la prontezza è mancata nel 2020, un anno in cui la distanza è stata fra le protagoniste e il contatto umano è stato interrotto.
Portare avanti la pratica dello smart-working sarà davvero efficace per la produttività degli impiegati?

Lo studio pubblicato da Lenovo “Technology and the Evolving World of Work” traccia un bilancio sugli esiti del lockdown in ambito lavorativo e tecnologico.

Lo studio nasce per indagare le necessità dei dipendenti di fronte ad un cambiamento così improvviso. Vengono indagati sia l’esperienza dello smart-working sia l’equilibrio tra la vita personale e quella lavorativa. La maggior parte dei soggetti ha risposto che lavorando da casa ci si sente più connessi e produttivi rispetto all’ufficio. Molti di loro però sembrano preoccupati per quel che riguarda il benessere economico, fisico ed emotivo. Infatti il lavoro da casa ha portato spesso conseguenze sulla salute come ad esempio mal di testa, dolori alla schiena al collo, come anche difficoltà a dormire.

Ci sono anche altre conseguenze psico-fisiche, come la diminuzione dei contatti personali con i colleghi e la difficoltà nel separare la vita lavorativa da quella domestica, e quindi riuscire concentrarsi durante le ore di lavoro a causa delle tante distrazioni presenti in casa.

Possiamo dire che lo smart-working ha avuto risvolti positivi durante la pandemia, la possibilità di lavorare da casa infatti ha permesso a molte aziende di non tracollare, garantendo inoltre la sicurezza dei dipendenti. Ma è davvero quello che continueremo a fare?

Lavorare da casa ha i suoi vantaggi, ma anche svantaggi

Un impiegato che da anni ha una routine quotidiana si ritrova qui in crisi con i propri meccanismi abitudinari che vengono completamente sconvolti. Svegliarsi presto, fare colazione, per poi uscire di casa, con vento, pioggia o sole non è stato più possibile. Se prima niente ci tratteneva in casa, adesso tutto sembra frenarci. Nessun problema di abbigliamento o di trucco la mattina appena svegli. Non è più necessario prepararsi per andare a lavoro, perché il lavoro è sul nostro computer. Basta solo accenderlo. E così tutto il resto è scomparso.

Da questa pratica è risultato che circa il 40% ha riportato sintomi di stanchezza, più di quel che risultava prima. L’uscire di casa ed incontrare altre persone è una consuetudine che non si pensava potesse diventare così lontana. 

Lavorare ovunque, ma non con il Covid

Lo smart-working negli ultimi anni ha formato nelle menti l’immagine di una bella spiaggia con noi seduti davanti al nostro portatile, lavorando ovunque nel mondo. L’idea ha preso campo soprattutto grazie alla comunicazione sui social dei nomadi digitali. Il 2020 però ha allontanato quest’idea riducendola ad una scrivania, perché il virus non conosce confini. Lo smart-working, quindi, in un’epoca in cui il mondo sembra sempre più distante, pare non essere più così invidiato. La sensazione generale è quella di mancanza di contatti umani e delle piccole soddisfazioni quotidiane.

In un primo momento, quindi, il mantenimento di questa pratica non risulterà troppo efficace, in un mondo in cui le persone non vedono l’ora di uscire di casa. La fine dell’emergenza sanitaria porterà fuori una voglia di interazione sociale come poche volte nella storia.

Marina Lombardi

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