#StopAsianHate: l’intervista a Tianzi Yang (@discoveringchinawithbao)

A partire dai primi mesi del 2020, specie in seguito alla comparsa del Coronavirus, è fortemente aumentato il sentimento di odio e razzismo verso le persone di origine cinese o, più in generale, verso le persone provenienti dal continente asiatico. Spesso, infatti, basta avere tratti orientali per essere vittima di offese, a volte non solo verbali.

Già in un precedente articolo Daniela Carrabs ha parlato delle conseguenze sociali legate al fenomeno di razzismo verso le persone di origine asiatica. Ma perché proprio adesso, nonostante il fenomeno vada avanti da un anno, si parla così tanto del razzismo anti-asiatico?

L’ondata di odio anti-asiatico nell’ultimo anno

La sera del 16 marzo Robert Aaron Long, giovane bianco di 21 anni, ha attaccato armato tre centri massaggi in un sobborgo di Atlanta (Georgia), negli Stati Uniti, uccidendo otto persone, di cui sei di origine asiatica, per la maggioranza donne. Era un anno che la popolazione asiatica sparsa in tutto il mondo temeva un episodio del genere.

Nell’ultimo anno, infatti, gli incidenti legati all’odio anti-asiatico sono aumentati in maniera esponenziale un po’ in tutto il mondo. Secondo l’ultimo report del “Centro contro l’odio verso gli asiatici e le persone originarie del Pacifico” (STOP AAPI HATE NATIONAL Report), negli Stati Uniti sono stati segnalati quasi 3.800 incidenti dilaganti da circa un anno nel corso della pandemia, precisamente dal 19 marzo 2020 al 28 febbraio 2021, giorno degli omicidi avvenuti ad Atlanta.

Le maggiori vittime di queste aggressioni sono state per lo più donne, il 68%, secondo il report. I tipi di discriminazione, secondo la medesima inchiesta, vanno dalle molestie verbali (nel 68,1% dei casi) allo shunning, ovvero l’evitamento deliberato (nel 20,5% dei casi). L’aggressione fisica, che avviene nell’11,1% dei casi riportati dall’indagine, costituisce la terza categoria del totale incidenti. Vi sono poi le discriminazioni sul posto di lavoro, il rifiuto nello svolgere un servizio e le molestie online.

La situazione in Italia

Anche in Italia, allo scoppiare della pandemia, gli insulti e le aggressioni ai danni di cittadini cinesi e asiatici non sono mancate e, dopo un anno, continuano comunque e verificarsi. Come dimenticare di quando nel gennaio 2020 Valentina Wang, ragazza di origini cinesi, venne insultata per via dei suoi tratti asiatici da un gruppo di ragazzini minorenni che le sputarono anche addosso, o la coppia di giovani cinesi aggrediti a Torino, spintonati e presi a botte da una banda di italiani solo perché – a detta degli aggressori – “portatori del virus”.

L’episodio peggiore è forse quello di Hu, una donna cinese di quarant’anni, aggredita in pieno giorno sotto i portici del centro di Torino. Mentre aspettava il verde al semaforo un uomo e una donna si sono avvicinati e, dopo averla insultata, sono passati alla violenza fisica. Questi sono solo alcuni degli episodi più gravi avvenuti, ma anche senza arrivare ai titoli di giornale, non mancano giornalmente gli attacchi verbali, o lo shunning ai danni di asiatici.

L’intervista a Tianzi Yang (@discoveringcinawithbao)

Sabato 27 marzo 2021 ho avuto il piacere di intervistare Tianzi Yang, il volto che si nasconde dietro alla neonata pagina Instagram @discoveringchinawitbao. Riporto di seguito l’intervista.

Ciao Tianzi! Grazie mille per aver accettato di parlare con me!

Grazie a te!

Raccontami un po’ di te in generale!

Mi chiamo Tianzi, ho 25 anni, vengo da un paesino vicino Como e mi sono trasferita in Italia dalla Cina da quando avevo 4 anni. Da allora, l’Italia è diventata la mia casa. Ho fatto la triennale alla Cattolica a Milano: ho studiato Scienze Linguistiche per le Relazioni Internazionali. Mi sono concessa poi un anno di pausa per fare varie esperienze all’estero, dopodiché ho fatto domanda alla Fudan University di Shanghai, e mi hanno presa!

Ho letto sulla tua pagina che hai avuto non poche difficoltà nell’accettare le tue origini cinesi, ti va di parlarmene?

Va bene! Come ho detto prima, sono arrivata in Italia quando avevo quattro anni. Ai tempi non vi era una comunità cinese così diffusa. Io stavo in un paesino piccolo, c’era ancora poca conoscenza della cultura e anche dell’individuo cinese. Mi sentivo al 100% un pesce fuor d’acqua, non avevo una comunità a cui appoggiarmi. Volevo integrarmi, avevo solo amichetti italiani. Da una parte cercavo di inserirmi, dall’altra sapevo di essere diversa, sia per come si comportavano gli altri bambini, sia per come si comportavano gli adulti. Se le cattive influenze arrivano dagli adulti, infatti, i bambini diventano una sorta di specchio che riflette ciò che vede. Alle elementari e medie la costante è stata che io ero quella diversa, soprattutto perché mi capitava spesso di ricevere urla indirizzate a me in mezzo alla strada, oppure battute poco carine sulle mie origini. Non è stato proprio un periodo idilliaco. Non aver avuto una comunità di sostegno è stato difficile: sarebbe stato bello sapere che c’era qualcuno che si sentiva come me e potermi confrontare, ma così non è stato.

Prima dell’ arrivo del Covid, sei mai stata vittima di episodi di razzismo?

Sì, quello sempre. Mi reputo fortunata da un certo punto di vista, perché non ho mai ricevuto aggressioni fisiche, cosa che invece molti hanno vissuto. E poi, essendo cresciuta qua in Italia, so esprimermi, posso rispondere. Sto davvero male quando vedo che a causa della difficoltà o incapacità di comunicare in italiano, o anche solo per timidezza, alcune persone non riescono a difendersi. Io vorrei creare uno scudo per tutti loro, aiutarli. Il razzismo non è solo aggressione: possono essere anche parole che in superficie, magari, non sembrano così cattive e che invece contengono un concetto sbagliato.

Puoi dirmi come hai vissuto l’ultimo anno? Come è cambiata la situazione dallo scoppiare della pandemia?

Quando è scoppiata la pandemia ero a Londra. Stavo lavorando, mi ero trasferita là. Le notizie non erano così rilevanti all’inizio, quindi ero tranquilla. Poi la situazione ha iniziato a degenerare. Il posto in cui lavoravo è stato uno dei primi a chiudere, lì ho cominciato a sentire la situazione pesante. Anche se in Inghilterra non era così sentita la gravità delle circostanze, io portavo la mascherina sentendo della situazione in Italia. Lì ho cominciato a ricevere le prime occhiatacce. Però, almeno all’inizio, non mi ero mai sentita diversa. Con il degenerare dell’emergenza sanitaria percepivo invece le occhiatacce. Anche al lavoro notavo sguardi strani, fuori dal comune. A Londra l’ho vissuta meglio.

Sono tornata in Italia a luglio, qua la situazione era totalmente diversa. Ho seguito le regole e ho trascorso in casa la maggior parte del tempo. Nei momenti in cui era permesso uscire ho subíto episodi di razzismo. Una volta stavo correndo lungo il lago, una macchina ha rallentato e dall’interno dei ragazzi mi hanno urlato: “Tornatene a casa!”. Ho risposto male. So che molti bambini e ragazzi, come anche diversi anziani della comunità asiatica sono stati presi di mira, attaccati. Sulla mia pelle non ho vissuto nessun attacco fisico, per fortuna.

Sei stata vittima di aggressioni fisiche o verbali a causa del tuo aspetto?

Violenza fisica no, verbale sì. Spesso anche il solo chiamare in una certa maniera non va bene, fa sentire discriminati. Non capisco il senso di classificare una persona per la sua origine. Offese come “Cinese di m****”, “Occhi a mandorla”, “Mangia-cani”. Ci sono molte dicerie, non proprio positive, riguardo alle ragazze cinesi, quindi spesso vengono percepite come offesa. Essere cinese, per molti, significa avere una certa coscienza politica; mangiare cani, invece, essere troppo autoritari, e così via. Spesso ci viene detto di “tornare a casa nostra”. Mi verrebbe voglia di sbattergli il mio passaporto italiano in faccia. Il più delle volte gli attacchi sono insensati, perché basati su giudizi inerenti all’aspetto esteriore: è forse una mia colpa essere nata con i capelli neri e gli occhi a mandorla? NO. Il mondo è bello perché è vario, io non attacco una persona in base al suo aspetto.

Come ti è venuta l’idea di aprire questa pagina?

In realtà è sempre stata una mia idea, ho sempre voluto farlo da quando ho preso coscienza delle mie origini. Vivevo un rapporto un po’ conflittuale con i social e non avevo molta coscienza del ruolo che avrei potuto impersonare: quindi avevo l’idea ma non la mettevo in atto. Poi ho trovato coraggio parlandone con un’amica, cui mi sono sentita libera di esternare tutti i dubbi a riguardo. Volevo aprire la pagina ad aprile (sono molto legata al numero 4), ma dopo i fatti di Atlanta ho deciso di aprirla prima. Dopo essermi svegliata, quella mattina, ero molto nervosa per quanto successo in quei giorni, così l’ho aperta d‘impulso, senza aspettare oltre. È un’esigenza mia interiore quella di voler far conoscere di più una realtà che molti conoscono solo per sentito dire. È come il telefono senza fili al quale giocavamo da bambini: alla fine arriva poco del messaggio di partenza. Sono convinta, invece, che se qualcuno che ha vissuto determinate esperienze e si trova a contatto con una data comunità o cultura può indirizzarti a comprendere tutto quello che non ti arriva dai media, quella stessa persona può guidarti e aiutarti a comprenderne meglio contesto e contorno. Non bisogna guardare solo il lato negativo, ma anche quello che c’è di positivo, di buono.

Io per prima avevo un certo senso di repulsione verso le mie origini. Poi le ho accettate, vedendo gli aspetti positivi che comporta fare parte di due culture e lo strumento che grazie a ciò ho in mano. Ho aperto questa pagina per mostrare la Cina di tutti i giorni.

Quali reazioni ha incontrato?

Molto positive, devo dire! Me l’aspettavo e ci speravo. Non l’ho detto a molti in realtà, confido le cose a poche persone. Ho ricevuto tantissimi messaggi di supporto, anche da persone che fanno parte del mio passato e con cui non ho più rapporti. Sono stati molto gentili: tutti hanno speso qualche parola in più per farmi in bocca al lupo o augurarmi buona fortuna. L’aspetto più bello è stato vedere il supporto arrivare non solo da parte di amici, ma anche da parte di persone che non conosco e che non hanno collegamenti con la mia vita. Spero di riuscire a creare la mia “piccola Chinatown multietnica” qua su Instagram.

Pensi che la situazione sia destinata a migliorare?

Non si può prevedere il futuro. La speranza c’è sempre. Spero che le nuove generazioni possano crescere in un mondo sempre più aperto. Il tutto parte anche dall’educazione. Non posso dire se migliorerà o no. Spesso vedo che vengono fatti passi da giganti, anche solo paragonando il periodo attuale a quando, invece, ero piccola io. Però, se pensiamo ai fatti di Atlanta, non saprei. E poi non si può generalizzare: non tutti sono razzisti, ma la xenofobia è qualcosa che c’è e che va sradicata, perché ha radici molto profonde. C’è dietro tutto un lavoro che deve essere fatto piano piano. Solo con la cultura e la conoscenza può essere abbattuto questo muro. Ovvio: la strada per l’eliminazione completa del razzismo è davvero molto lontana.

Vuoi dire qualcosa ai nostri lettori?

Di provare ad essere più empatici. Non ho una frase d’effetto finale, però. Sarà forse una frase fatta, ma mi sento di dire che davvero il mondo è bello perché è molto vario e presenta diverse realtà da scoprire. Le differenze sono quindi un valore aggiunto, non devono essere viste come qualcosa di negativo.

Malvina Montini

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