Arte contemporanea nel contesto urbano a Torino

In questi giorni, colore permettendo, a Torino sarà di nuovo possibile visitare – più o meno liberamente – musei, gallerie e altri luoghi d’arte, i grandi assenti nei vari dibattiti televisivi e social sulle riaperture. Per l’ennesima volta ci si è trovati di fronte all’apatia del grande pubblico riguardo questi luoghi e per l’ennesima volta si è nascosto sotto il tappeto il problema dell’apparente incomunicabilità fra il “mondo della cultura” e il pubblico mainstream, condannando come colpevole per la mancanza di un dialogo prima l’uno poi l’altro.

La questione sembra ampliarsi quando si parla di arte contemporanea, considerata lontana dal nostro quotidiano. L’arte, però, se intesa come linguaggio, è di per sé elitaria. Come accade per l’apprendimento di una nuova lingua, a cui innanzitutto va posta la volontà di conoscerla, c’è bisogno di insegnarla, impararla e anche con queste premesse sarebbe necessaria una continua esposizione ad essa, per riuscire a diventarne fluenti. Quindi le problematiche principali sarebbero due: la volontà e l’esposizione. La prima è soggettiva, non si può forzare un individuo verso qualcosa percepito come fuori dalla propria quotidianità, ma è una problematica risolvibile con la seconda, l’esposizione. Ecco quindi entrare nel quadro la componente urbana.

Arte urbana a Torino

A Torino, per le Olimpiadi del 2006, l’arte contemporanea venne usata nella trasformazione dell’identità urbana. Tale intuizione non è una novità, ma è un passo avanti per l’evoluzione di una conoscenza collettiva dell’arte contemporanea e delle potenzialità di spazi urbani considerati degradati o sconosciuti. Più volte si è compiuto questo passo e in diverse zone della città anche grazie all’utilizzo di luoghi di lavoro in disuso, quindi spazi del quotidiano, come nuovi musei d’arte, una possibile risposta alla problematica dell’esposizione. Fra le grandi protagoniste dell’arte urbana torinese: le OGR, la Fondazione Merz e la Fondazione Sandretto.

Le Officine Grandi Riparazioni Ferroviarie, uno dei primi e più grandi stabilimenti industriali di tutta l’area torinese e spettacolare esempi di architettura industriale di fine Ottocento. Dal 2017 sono uno dei più importanti punti di riferimento culturali della città e al momento offrono la mostra “Cut a rug a round square” curata dall’artista americana Jessica Stockholder.

La Fondazione Merz prende il posto di una centrale termica delle Officine Lancia in via Limone, nel quartiere San Paolo. L’edificio razionalista risale agli anni 30 ed è stato definito uno degli esempi più felici di riqualificazione urbana torinese, in quanto dimostra profondo rispetto delle qualità intrinseche del fabbricato originale. Ha riaperto con il progetto espositivo inedito “Marisa e Mario Merz. La punta della matita può eseguire un sorpasso di coscienza”.

La Fondazione Sandretto, che sorge sull’area occupata in precedenza dalla Fergat, azienda specializzata nella produzione di componenti per auto, continua con la mostra “Space Oddity Spazi e corpi al tempo del distanziamento sociale”.

Realtà di questo genere portano l’arte in contesti non accademici, cercando di far dialogare pubblico e un’arte vittima del populistico “potevo farlo anch’io”. Le fondazioni possono mutare i quartieri e sopperire alle mancanze di una gestione pubblica distratta. Ma è necessario tenere a mente che un privato non può sempre sostituirsi alle istituzioni pubbliche.

Daniela Carrabs

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