“Mordere la Nebbia”, il primo libro di Alessio Boni

Posti a sedere limitati, distanziati e su prenotazione, mascherine, una location storica: gli eventi ripartono al Circolo dei Lettori di Torino. Giovedì 20 maggio il circolo ha ospitato la presentazione del libro “Mordere la Nebbia” di Alessio Boni che, per la prima volta, vediamo indossare le vesti dello scrittore. Sicuramente lo ricorderete per i suoi ruoli nel teatro, nel cinema e nella tv: Matteo Carati in “La Meglio Gioventù”, Luca Marioni ne “La Compagnia del Cigno” sono solo alcuni celebri esempi.

Figlio di un piastrellista, non ha voluto seguire le orme del padre, ma seguire i suoi sogni. Sua madre ha sempre creduto in lui, “Vai e scopri la vita” è la frase che gli ha detto prima che lui partisse per gli Stati Uniti. In Italia, frequenta l’Accademia Silvio D’Amico a Roma, la più importante di tutte. Piano piano arrivano i riconoscimenti e riesce a fare dell’attore il suo lavoro. In questo libro scopriamo una parte della sua vita, del suo percorso. Lui non la definisce un’autobiografia, ma un racconto che parla di incontri con gli altri.

La determinazione, la voglia, la passione è tutto. Il contesto in cui si nasce orienterà certamente la vita, ma non può arrivare a determinarla: questo è uno degli insegnamenti principali che possiamo estrapolare dal libro. Alessio Boni ha avuto il coraggio di agire per inseguire i suoi sogni. In occasione della presentazione del libro, è stato possibile intervistare l’autore.

Perché il titolo “Mordere la Nebbia”?

“Mordere la Nebbia” mi rappresenta, perché io sono nato nel bergamasco e quarant’anni fa c’era una nebbia talmente fitta da non riuscire a vedere ciò che vi era a quindici metri di distanza. Era come se mi occludesse l’oltre, il futuro, l’altro paese, non vedevo mai, volevo morderla ed andare dall’altra parte. E’ una metafora, un modo per dire di andare dall’altra parte, dall’altro lato della coltre di nebbia e cercare di capire cosa c’è, è una metafora per esortare a scoprire la propria vita.

Che consiglio dà a noi giovani per trovare il coraggio di scoprire la nostra strada come ha fatto lei?

Il coraggio è fondamentale, dovete capire ovviamente qual è la vostra passione. Trovare la propria dimensione è un fatto che crea un equilibrio al tuo interno, ti ci trovi bene. Se fai una ricerca davvero dentro di te, senza le spinte di altre persone, puoi trovare la tua dimensione. Può anche darsi che la condizione in cui nasci ti stia bene, non bisogna cambiare per forza.

Tutte le volte che finisco degli spettacoli teatrali o delle serie tv mi arrivano moltissime email di persone che mi dicono che avrebbero voluto fare gli attori o le attrici, oppure che hanno iniziato dei percorsi in accademia e hanno dovuto lasciare a causa di altre persone come il padre o il marito. Ciò, però, in seguito ti condiziona tutta la vita. Puoi voler fare qualunque cosa, che sia l’attore o il ciabattino, però è qualcosa che ti deve corrispondere. A quel punto c’è una forma di contentezza intorno a te che davvero riesci a cogliere. Trovare la propria dimensione, questo è fondamentale per stare tranquilli e sereni per tutta un’esistenza.

Parte del libro, e una parte importante della vita di Alessio, è dedicata alle esperienze umanitarie da lui vissute in paesi poveri in cui situazioni tragiche sono all’ordine del giorno. Lui stesso ha raccontato di dovere molto a queste esperienze, che lo riportano alla realtà, lontano dal tappeto rosso e dai riflettori. Per lui conoscere le persone e il dolore è importante, si apre una ferita enorme, ma entra della luce, ci si arricchisce e si capisce quali sono i problemi veri nella vita.

Parlando delle esperienze umanitarie che ha vissuto, qual è stata la più importante per lei e perché?

Sono tutte molto importanti per me, però la prima mi ha colpito più di tutte. Si tratta dell’esperienza vissuta a Belo Horizonte. In quell’occasione sono stato in un lebbrosario, come racconto nel libro. In quel luogo accadono davvero situazioni drammatiche, tragedie che non ti immagini, spesso si vedono in televisione o se ne sente parlare, però quando vai e vedi dal vivo davvero fa la differenza. Durante quel mese vissuto lì ho anche fatto il babbo Natale nelle favelas. C’era un bambino che aveva uno sguardo talmente potente che poteva avere cento anni, allora io gli ho chiesto cosa fosse la felicità per lui e mi ha risposto “Avere un panino quando ho fame”. Poi non ho più fatto quella domanda. Quel bambino manteneva una famiglia, aveva 8 anni. Gli occhi dei bambini, il lebbrosario, la prima esperienza è stata molto toccante.

Alessandra Picciariello

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