Questione israeliana in pillole: 1948 (pt. 1)

Sembra aver perso la sua carica più distruttiva l’ultima ondata di violenza tra Israele e territori palestinesi. Velocemente degenerata in seguito al formale tentativo di recupero di titoli di proprietà in un quartiere di Gerusalemme Est, la nuova esplosione di tensione ha occupato le prime pagine dei giornali. Può essere difficile ritrovarsi nella miriade di informazioni riguardo a questa complessa questione, perciò abbiamo pensato di creare una mini-guida dei punti più salienti per aiutarvi a capire meglio un conflitto in cui si intrecciano religione, interessi politici, eredità coloniali e spiriti nazionalisti. In questa prima puntata proveremo a fare un po’ di chiarezza sulla nascita dello Stato di Israele, sui conflitti che sono seguiti e sull’eredità che ci hanno lasciato.

1948

La storia della regione è millenaria ma i conflitti tra arabi e palestinesi così come li conosciamo sono molto più recenti. Si può tracciare la loro origine all’inizio del XX secolo quando la Palestina faceva ancora parte dell’Impero ottomano e il Sionismo cominciava a prendere la sua forma attuale in Europa. Gli ebrei europei cominciarono a migrare in Terra Santa e qui si scontrarono occasionalmente con gli abitanti arabi del posto. Dopo la prima guerra mondiale, l’impero ottomano si dissolse e la regione fu sottoposta al controllo britannico: agli inglesi fu conferito il British Mandate for Palestine in uno degli ultimi afflati colonialisti del XX secolo. Nel frattempo le migrazioni di ebrei europei non accennavano a diminuire: già nel 1930 gli inglesi avevano dovuto limitare il numero di immigrati ebrei in Palestina per tentare di limitare gli scontri e dopo l’Olocausto i flussi migratori (e la relativa violenza etnica) divennero così insostenibili che agli inglesi fu imposto dalle Nazioni Unite di dividere il mandato in due parti: la prima, Israele, sarebbe stata riservata al sogno sionista dello Stato Ebraico, la seconda, lo “Stato Arabo” sarebbe rimasta ai palestinesi. Secondo il piano dell’ONU, Gerusalemme sarebbe dovuta rimanere una zona internazionale in cui tutti i fedeli della regione potessero accedere ai rispettivi luoghi di culto. L’anno dopo, nel 1948, la parte ebraica dichiarò l’indipendenza: era nato Israele.

Dopo il 1948, in breve

Sarebbe decisamente troppo lungo analizzare tutte le fasi del conflitto araboisraeliano che si sono susseguite negli ultimi 70 anni in un solo articolo. In breve, possiamo dire che le ostilità possono essere divise in due macro-periodi temporali. Il primo, il conflitto araboisraeliano vero e proprio, scoppiò all’indomani della nascita di Israele, con le caratteristiche delle guerre tradizionali. Si compone di 4 momenti fondamentali: la guerra di indipendenza del 1948, l’invasione da parte di Israele del Sinai e di Gaza in seno alla crisi di Suez nel 1956, la Guerra dei sei giorni nel 1967 e la Guerra del Kippur, di molto successiva, nel 1973. Tutte queste campagne, pur nelle loro differenze, avevano la particolarità di vedere contrapposti a Israele i Paesi arabi mediorientali, capeggiati dall’Egitto di Nasser, guidati nell’opposizione all’espansionismo israeliano da un sentimento di panarabismo. Dopo la Guerra dei sei giorni, la situazione cambiò: Israele assunse i confini che conosciamo oggi, compresa l’occupazione militare, e firmò la risoluzione 242 delle Nazioni Unite, in cui si organizzava il ritiro delle truppe dai territori occupati. Nasser perse consensi in Egitto e con esso il panarabismo: i paesi arabi cominciarono ad avere rapporti informali con Israele e il focus si spostò sulla Palestina.
La seconda fase del conflitto può essere definita israelo-palestinese ed ha contorni completamente diversi: non più vere e proprie guerre, tipiche del XX secolo ma atti di terrorismo di matrice islamica e indipendentista e ritorsioni da parte di Israele, il c.d. mowing the lawn (lett. tagliare il prato, un termine che indica la prassi israeliana di “sfoltire” periodicamente le risorse numeriche e militari dei militanti palestinesi). I settlers, generalmente fanatici religiosi o sionisti estremisti che occupano con la forza abitazioni e villaggi nei territori occupati, cominciarono ad essere non solo tollerati ma sovvenzionati da Tel Aviv come mezzo per frammentare e isolare i villaggi palestinesi in modo da rendere più difficile una riunificazione nazionale. Scoppiarono le intifade, la prima nel 1987 conclusasi con gli accordi di Oslo e l’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese, la seconda nel 2000 e la terza, l’intifada dei coltelli, nel 2015. Le intifade, per quanto estremamente violente, non furono vere e proprie guerre ma rivolte popolari, più o meno organizzate dai gruppi indipendentisti palestinesi. Durante la prima intifada entrò in scena anche un nuovo giocatore che avrebbe dominato il conflitto: all’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) che era stata il principale interlocutore di Israele durante la fase araboisaraeliana, si sostituì Hamas, un’organizzazione politica e paramilitare di stampo jihadista basata su premesse ben più radicali dell’OLP.

Cosa rimane del 1948?

La partizione del Mandato britannico e i conflitti che si sono succeduti dopo la nascita di Israele hanno avuto importanti ripercussioni sugli eventi che ancora oggi devastano la regione. A partire, per esempio, dalla nakba, il termine che i profughi palestinesi usano per indicare l’enorme crisi di rifugiati che si è creata dopo l’espulsione degli abitanti arabi dalla parte ebraica dopo la partizione. La nakba non è mai finita e oggi conta anche i rifugiati espulsi dai settlers nei territori occupati ed è stata un elemento centrale che ha fatto da trauma di sottofondo negli eventi di Sheikh Jarrah.
Ma ci sono altri infiniti esempi e, forse più importante, c’è un’eredità generale che deriva dalla realizzazione del sogno sionista.
Se volete saperne di più, non perdetevi la seconda parte di questa rubrica!

Ginevra Gatti

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