L’indignazione al tempo dei social

Di fronte ad argomentazioni che vanno contro le nostre convinzioni ci indigniamo. È umano. Sembrerebbe infatti che l’indignazione risponda ad un fine evolutivo ben preciso: le persone che investono tempo ed energie nel condannare comportamenti scorretti vengono considerate degne di maggiore fiducia.

E così ci indigniamo perché notiamo che qualcuno nella nostra cerchia di contatti non l’ha fatto, oppure perché lo ha fatto in modo troppo eccessivo e plateale, o ancora perché si è indignato per un certo tema, trascurandone un altro.

Guia Soncini ne “L’era della suscettibilità”, edito da Marsilio, dice che la nuova identità – quella al tempo dei social – è caratterizzata da uno stato di perenne indignazione. Internet infatti non solo ha fornito a questi meccanismi psico-sociali un potente luogo di espressione e di esasperazione, ma li sta anche trasformando in un “sentire permanente” all’interno del racconto pubblico.

Ma se l’indignazione è sempre esistita perché oggi, con la rete, sembra essersi amplificata?

Indignazione e social network 

Ci offendiamo da molto prima dei social, ma una volta il news cycle era destinato ad esaurirsi nel giro di qualche ora (così che, se non si era testimoni di un evento in diretta, lo si era perduto per sempre); online invece tutto è permanente, con tutto ciò che questo comporta a livello di immagine. Molte volte, chi partecipa all’accanimento digitale lo fa più per intervenire nella conversazione del giorno che non per offendere qualcuno in particolare. Può però capitare che una frase o un tweet pronunciati da una persona finiscano per definire la sua identità in rete, e le sue future opportunità lavorative e personali.

In seconda battuta l’indignazione conviene agli algoritmi, e così tutti i social network sovraccaricano la tendenza umana a trasformarsi in censori. “Fino a poco tempo fa – scriveva Ta-Nehisi Coates – la cancellazione viaggiava dall’alto verso il basso, dai potenti contro chi non ha potere. Ma ora, in quest’era in cui chiunque abbia un account Twitter o Facebook può diventare un editore, l’ostracismo sembra essersi democratizzato”.

Sicuramente online ci muoviamo in un contesto che implica una velocità di fruizione che spesso scoraggia l’approfondimento. Non è infatti raro che, sui social, di fronte ad un titolo urlato, si passi direttamente alla condivisione e all’indignazione a colpi di grr reaction.

I social disincentivano qualunque tipo di complessità, e spesso noi stessi ci dimentichiamo di poter essere individui contraddittori e che su un determinato argomento potremmo essere d’accordo con riserva, o addirittura mutare la nostra opinione nel corso del tempo, senza dover essere per questo additati di incoerenza.

Diritto di offenderci, dovere di indignarci?

In un contesto così ampio, variegato e dinamico, diventa sempre più difficile raggiungere un “centro di gravità permanente”, e allo stesso tempo ci sarebbe da chiedersi se sia sempre auspicabile trovarlo.

La soluzione a tutto questo non è il buonismo. L’indignazione è un sentimento importante, a volte indispensabile, a patto che non porti ad assumere un’attitudine moralistica. Si tratta infatti di un’emozione potenzialmente positiva, se spinge all’azione e stimola ad uscire dal proprio nucleo privato per entrare nell’ambito pubblico e far sentire la propria voce. Il rischio però è anche quello di confondere l’azione con uno slacktivism (o “attivismo da tastiera”): cliccare su un post, mettere like, condividere, senza mai giungere alla radice del problema.

È necessario allora informarsi bene, provare a capire e porsi nei panni dell’altro, per uscire dalla propria bolla e mettersi in discussione, in un esercizio retorico ed umano che vada oltre il mero “condividi se sei indignato”.

Rebecca Boazzo

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