Coraggio e sangue freddo: mirino puntato su Benito Mussolini

Il 28 ottobre 1922 fu il “giorno che durò vent’anni”. Migliaia di uomini armati – capeggiati da Benito Mussolini – partirono alla volta di Roma. Nonostante minacciassero l’incolumità del Paese, il re Vittorio Emanuele III decise di non proclamare lo stato d’assedio. Dopo solamente tre giorni, Mussolini venne nominato Presidente del Consiglio del Regno d’Italia. Che cosa comportò questo fatto? La fine della democrazia e l’instaurazione della dittatura, che durò – ahinoi – due decadi. Furono anni caratterizzati da intimidazioni, violenze, condanne, censure e… attentati.

Soffermiamoci su questi ultimi entrando nel vivo del discorso. Quando si capì che il governo fascista sarebbe rimasto al potere indisturbato per decenni, diverse furono le persone che cercarono di eliminarne il portavoce. Ma perché gli atti terroristici si concentrarono nei primi anni di potere? La risposta è assai semplice: vi era ancora una minima possibilità di attuarli, dato che il regime non era pienamente consolidato. Con il passare degli anni – e con l’acuirsi della dittatura – tutto sarebbe stato molto più complesso.

Se noi tutti – o quasi – conosciamo il piano attuato per eliminare Hitler, denominato “Operazione Valchiria”; siamo però a conoscenza degli attentati che vennero svolti ai danni di Mussolini? Nessuno di questi ebbe successo, ma proviamo a ripercorrerli brevemente.

Il 4 novembre 1925 Tito Zaniboni – per vendicare l’uccisione del suo amico Giacomo Matteotti avvenuta il 10 giugno 1924 – decise di sparare al duce con un fucile di precisione mentre questi celebrava sul balcone di Palazzo Chigi l’anniversario della vittoria della Prima guerra mondiale; ma la polizia, che seguiva le sue mosse da mesi, riuscì a fermarlo.

Circa sei mesi dopo una donna irlandese, Violet Gibson, esplose un colpo di pistola in direzione del duce, mancandolo per poco e scalfendogli di striscio la cartilagine del naso; tra la folla rimase comunque illesa e venne così arrestata. Il giorno seguente il leader fascista disse: «Le parole passano e Mussolini resta».

Il terzo attentato venne compiuto pochi mesi dopo dall’anarchico Gino Lucetti. Egli lanciò un ordigno esplosivo contro l’auto del Capo del Governo. La bomba rimbalzò sullo sportello della vettura ed esplose in strada. L’obiettivo rimase indenne. L’attentatore venne condannato a tre anni di reclusione. Per tale occasione, Il Popolo d’Italia – quotidiano cardine del regime – il giorno successivo scrisse: «Ancora una volta la Provvidenza Divina ha assistito l’Italia».

L’ultimo attentato di questo biennio venne compiuto dal quindicenne Anteo Zamboni. La sera del 31 ottobre 1926, durante la commemorazione della marcia su Roma a Bologna, il ragazzo sparò, senza successo, un colpo di pistola contro il duce, sfiorandone il petto. Bloccato dal tenente Carlo Alberto Pasolini, padre di Pier Paolo, fu linciato sul posto dalle camicie nere. Più tardi sul suo cadavere furono trovate quattordici coltellate, un colpo di pistola e tracce di strangolamento. Nei suoi quaderni, Zamboni scrisse: «Uccidere un tiranno che strazia la nazione non è un delitto ma un dovere. Morire per la libertà è bello e santo». Ma una volta trovata l’arma, si vide che questa possedeva ancora tutti i colpi. Secondo alcune ricostruzioni, l’agguato sarebbe stato il risultato di una cospirazione maturata all’interno degli ambienti fascisti contrari ad ulteriori eccessi rivoluzionari. Secondo tale teoria, il colpo di pistola non venne sparato dal giovane, che sarebbe risultato solamente vittima delle circostanze. Le indagini di polizia, però, non portarono ad alcun esito significativo. Venne anche pensata un’ipotesi di montatura: visti i molteplici attentati al duce, questi, per salvaguardare la propria incolumità, avrebbe così dovuto attuare norme più gravose. La verità ultima non venne mai a galla.

Quest’attacco bolognese accelerò i tempi per attuare un regime ancor più dittatoriale. Il 5 novembre 1926, a un anno dal primo attentato, venne istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato e venne realizzato il Codice Rocco: da quel momento non vi fu più libertà di espressione e di parola; si impose lo scioglimento di tutti i partiti contrari a quello fascista e venne reintrodotta la pena capitale. Bisognava punire qualsiasi atto andasse contro la “pubblica tranquillità”. Per tale motivo, Michele Schirru e Angelo Pellegrino Sbardellotto – ultimi due attentatori del duce – vennero condannati alla pena di morte, dopo aver complottato contro il Capo del Governo e, di conseguenza, minato la pace sociale.

Dopo il fallimento dei siffatti tentativi, il “mito del duce” crebbe sempre più. Egli veniva rappresentato come un semidio, un arcangelo sociale e un oracolo divino; l’uomo che riusciva a vincere la morte. Ma se uno degli attentati fosse andato a buon fine, avrebbe cambiato in meglio la storia del nostro Paese? La storia – come si suol dire – non si fa con i “se” o con i “ma”. Il determinismo non esiste, i singoli eventi hanno la loro importanza. Certamente un attentato a Crispi o a Umberto I non avrebbe cambiato le sorti dell’Italia; ma se in questo caso gli attentatori fossero riusciti ad assassinare Mussolini, la storia d’Italia avrebbe preso un’altra via. Quale, però, non ci è dato saperla.

Giulia Arduino

Foto in copertina: L’Incontro news

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