Olimpiadi 1968: un pugno in faccia al razzismo

È l’ottobre del 1967 quando Harry Edwards, sociologo, insieme ad alcuni campioni olimpici, tra cui Tommie Smith e John Carlos, fonda il The Olympic Project for Human Rights (OPHR). Lo scopo dell’organizzazione era quello di protestare contro la segregazione razziale presente negli Stati Uniti e in altre parti del mondo, quali il Sudafrica, e più in generale contro il razzismo nello sport.
Smith dichiarò che il progetto era volto a preservare i diritti umani di “tutta l’umanità, anche di coloro che hanno negato i nostri“.

Harry Edwards con due atleti afroamericani.
Photo by © Ted Streshinsky/CORBIS/Corbis via Getty Images

L’OPHR sosteneva il boicottaggio delle Olimpiadi del 1968 a Città del Messico, se non fossero state accolte queste quattro condizioni:

  1. Il titolo mondiale di boxe dei pesi massimi doveva essere assegnato nuovamente a Muhammad Ali;
  2. Avery Brundage si sarebbe dovuto dimettere dalla presidenza del Comitato olimpico internazionale;
  3. Il numero degli allenatori afroamericani sarebbe dovuto crescere;
  4. Il Sudafrica e la Rhodesia non sarebbero dovute essere invitate alle Olimpiadi.

Il boicottaggio fallì e gli atleti partirono per Citta del Messico dove, il 16 ottobre del 1968, Tommie Smith, velocista statunitense, vinse i 200 metri stilando un nuovo record del mondo a 19.83 secondi. Al secondo posto si classificò l’australiano Peter Norman seguito da John Carlos, anch’egli americano.

200m maschili, una premiazione che ha cambiato il mondo

Alla premiazione della gara i due atleti americani si presentarono senza scarpe indossando solo dei calzini neri, per rappresentare la povertà che regnava sovrana tra la popolazione afroamericana e alzarono i pugni al cielo. Smith indossò una sciarpa nera per rappresentare l’orgoglio nero, mentre Carlos lasciò la cerniera della felpa aperta per solidarietà ai blue-collars workers.
Tutti e tre gli atleti premiati indossavano la spilla dell’OPHR, ispirati dalle idee di Harry Edwards.

Premiazione 200m maschili, Città del Messico 1968.
Da sx: Peter Norman, Tommie Smith, John Carlos.

In un’intervista per La Repubblica, condotta trent’anni dopo le Olimpiadi del ’68, Smith dichiarò che venne detto loro di tutto pur di intimorire gli altri atleti a non sfidare più le autorità protestando in una competizioni di quella portata. Smith affermò che lui e Carlos erano consapevoli delle conseguenze che avrebbero dovuto fronteggiare in seguito a quel gesto e che non era loro intenzione ricevere un applauso dal pubblico. Riguardo alle conseguenze lavorative Smith, nella stessa intervista sottolineò:

All’epoca facevo parte del corpo di istruttori degli ufficiali della riserva, ma dopo il Messico l’esercito mi cacciò per indegnità. Volevano punirmi, mi salvarono. Evitai di finire in Vietnam, la mia pattuglia non tornò viva dalla missione.

2020 e George Floyd: il ritorno del pungo chiuso

Col passare degli anni il pugno chiuso è stato spodestato da un altro gesto, quello della mano alzata a taglio, spesso ricollegata alle ideologie nazifasciste di orientamento tutt’altro che di sinistra.

Con l’uccisione di George Floyd il pugno chiuso è tornato a svettare nei cieli di tutto il mondo. Milioni di persone si sono radunate nelle piazze del globo per far valere la propria voce, per dimostrare che sono in molti ad avere ancora fiato, il fiato che a Floyd è stato tolto. C’erano uomini e donne nere, bambini, famiglie e cittadini bianchi che hanno scelto di scendere in piazza per la libertà. Perché se Floyd non ha potuto continuare a respirare, chi rimane può ancora farlo per lui. E in fondo, avevano già iniziato, in quel giorno d’ottobre del ’68, tre uomini con una medaglia al collo.

Gaia Bertolino


Crediti immagini:
Foto di copertina: Photo by Clay Banks on Unsplash
Foto premiazione 200m maschili: Angelo Cozzi – https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=40937149


Se l’articolo ti è piaciuto e vuoi scoprire un libro che approfondisce la tematica ti rimandiamo a questo articolo della Biblioteca Venaria Reale di Torino.

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