Giovani gettati nell’oceano: i Desaparecidos

Crediti immagine di copertina: https://www.socialnews.it/blog/2017/04/11/argentina-figli-desaparecidos/

Oggi, 30 agosto 2021, non è una giornata qualunque. Proviamo a tornare indietro di qualche decennio. Siamo alla fine degli anni ’70. Buenos Aires, Argentina. È notte fonda. Stiamo dormendo. Ad un tratto si sentono passi pesanti di uomini, si stanno avvicinando alla porta di casa. La spalancano, iniziano ad urlare e portano via con la forza nostro fratello, o nostra sorella, o nostro figlio. Non possiamo protestare, verremo presi e portati via anche noi.

Ci domandiamo dove li porteranno. In caserma? In carcere? Di loro non sapremo mai più nulla. Scomparsi sono e scomparsi rimarranno. Per sempre. Ma hanno un nome. Alejandro, Martin, Jorge, Maria, Silvia… E sono sempre un fratello, una sorella o un figlio di qualcuno.

Può una mamma sopportare l’enorme fardello di veder scomparire nel nulla il proprio figlio? Non saperlo né vivo né morto. Se potrà riabbracciarlo un giorno, se potrà baciarlo… O se dovrà piangerlo davanti alla sua tomba. Se avrà la possibilità di averne una.

Scomparirono, scomparirono in molti. Per di più giovani, studenti. Oppositori del regime di Jorge Rafael Videla, dittatore che con un colpo di Stato nel 1976 prese le redini dell’Argentina. Nominati Desaparecidos, letteralmente “scomparsi” in spagnolo. Furono arrestati per motivi politici, o semplicemente accusati di aver compiuto attività “anti governative”. Di loro si perderanno le tracce. I sequestri avvenivano di notte, senza testimoni e con riserbo, così come in segreto avveniva tutto ciò che seguiva all’arresto.

Solo nel 1981, con la fine del regime militare e il ritorno della democrazia si iniziò a ricomporre ciò che avvenne durante la dittatura. Grazie al rapporto Nunca mas (Mai più) si riuscì a ricostruire una parte degli avvenimenti e della sorte di alcuni “scomparsi”. Molti di loro vennero rinchiusi in campi di concentramento o in centri di detenzione clandestini, vennero torturati e infine assassinati segretamente, con l’occultamento delle salme in fosse comuni o gettati nell’Oceano Atlantico o nel Rio de la Plata con i cosiddetti voli della morte.

Di questi voli ne racconta Adolfo Scilingo, ex repressore: “Ci è stato comunicato che le procedure per lo smistamento dei sovversivi dell’Armada si sarebbero svolte senza uniformi, indossando solo scarpe da ginnastica, jeans e magliette. Ci hanno spiegato che i sovversivi non sarebbero stati fucilati, giacché non si voleva avere gli stessi problemi avuti da Franco in Spagna. E neanche bisognava “andare contro il Papa”, ma è stata consultata la gerarchia ecclesiastica ed è stato adottato un metodo che la Chiesa considerava cristiano, ossia gente che si alza in volo e non arriva a destinazione”.

Ai detenuti veniva comunicato il trasferimento ad un centro di detenzione a sud del Paese e che quindi sarebbero stati sottoposti ad una vaccinazione per evitare il diffondersi delle malattie durante il volo. In realtà il presunto vaccino consisteva in un’iniezione di un anestetico che aveva così lo scopo di addormentare le vittime (ma non di ucciderle). A questo punto i detenuti, vivi ma incoscienti, venivano spogliati, caricati su camion, trasportati al più vicino aeroporto e imbarcati. La maggior parte di loro veniva lanciata in stato di incoscienza, ma vi sono casi in cui diversi si siano risvegliati e siano stati comunque gettati in mare.

La denuncia e la scoperta degli orrori avvenuti in Argentina durante il regime militare si deve in gran parte all’azione delle Madri di Plaza de Mayo, madri dei giovani desaparecidos che con una protesta pacifica e sfidando il regime, riuscirono a far conoscere al mondo intero il dramma di ciò che stava avvenendo nel loro Paese.

Il fenomeno delle sparizioni non interessò, però, solamente l’Argentina. Numeri consistenti di persone uccise e scomparse vi furono anche negli anni del franchismo in Spagna, in Paraguay, in Uruguay, in Cile, in Brasile, in Guatemala, nell’Iraq di Saddam Hussein, in Cambogia, nella Libia di Gheddafi, in Grecia durante le dittature dei colonnelli, nei primi anni della Jugoslavia di Tito e in molti altri Paesi. Recentemente, il fenomeno è ricomparso nell’Egitto di Al-Sisi.

Oggi, 30 agosto, ricordando le migliaia di vittime, non possiamo non provare vergogna per i loro carnefici. Nessuno di loro si è mai veramente pentito e nessuno di loro è mai stato realmente punito. E se non c’è pentimento né giustizia, non c’è perdono. Ed è con il motto “Ni olvido ni perdòn” (Non dimentico, non perdono) che il popolo argentino continua a condannare l’ingiustizia, l’illegalità e le feroci repressioni del passato.

Giulia Arduino

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