Turchia: combattere il terrorismo con il terrorismo

Crediti immagine di copertina: Wikimedia Commons

Il conflitto tra la minoranza curda e la Repubblica di Turchia si protrae dalla nascita di quest’ultima nel 1923, in continuità con gli scontri nazionalisti già presenti nell’ultima fase di declino dell’Impero ottomano. La politica di appianamento e negazione delle differenze etniche, perseguita da sempre dal governo turco in nome dell’unità territoriale dello Stato sancita in costituzione, è all’origine dello scontro. In particolare, dal 1984 si alternano fasi di violenza intensa e di tentativi di avvicinamento tra lo Stato e l’organizzazione Partîya Karkerên Kurdistanê (PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Tuttavia, purtroppo, il fenomeno non è limitato entro i confini nazionali turchi, bensì si estende ai paesi vicini.

Se ha fatto scalpore l’operazione Fonte di Pace condotta dalla Turchia in Siria nel 2019, meno discusso è il continuo interventismo turco nel Kurdistan iracheno. L’ultima offensiva militare è stata lanciata il 24 aprile scorso nel governatorato di Duhok, con l’operazione Artiglio-Fulmine, in coincidenza con la data del memoriale del genocidio armeno. Il governo turco sostiene di voler colpire le basi del PKK, considerata un’organizzazione terroristica da Ankara, Washington e Bruxelles.

Le aree contese in Iraq. Fonte: Wikimedia Commons

Vi è però una discrepanza notevole tra l’obiettivo dichiarato e quanto avviene sul terreno. Infatti, i curdi iracheni denunciano un evidente tentativo di pulizia etnica. L’esercito turco colpisce regolarmente anche la popolazione civile, bombardando i villaggi con droni, aerei e artiglieria. Inoltre, non si limita a colpire la popolazione curda, ma anche quella yazida e assira, distruggendo chiese, abitazioni e proprietà agricole. Di conseguenza, le popolazioni sono costrette a evacuare, creando migliaia di sfollati, e solo poche famiglie fanno ritorno, per proteggere ciò che loro appartiene. Il giornale britannico Morning Star cita un report del governo iracheno, secondo cui dal 1992 sarebbero stati evacuati 504 villaggi nella regione semi-autonoma del Kurdistan. Secondo la narrativa turca, invece, gli unici responsabili delle violenze che si consumano nella regione sarebbero i terroristi del PKK, che utilizzerebbero i civili come scudi umani.

Sostanzialmente, la campagna atta a contrastare il terrorismo del PKK si trasforma in terrorismo nei confronti della popolazione civile innocente, semplicemente perché non si fa distinzione tra combattenti e civili. Malgrado l’Iraq abbia protestato contro le violazioni della propria integrità territoriale, la Turchia sostiene imperterrita di essere legittimata a intervenire per eradicare il PKK e impedire che conduca attracchi transfrontalieri. Non solo ha stabilito una quarantina tra basi e avamposti in Iraq, ma ha anche inviato delle imprese nazionali a tagliare alberi nella regione in questione, distruggendone l’ambiente, per importare poi il legname ottenuto. Anche in questo caso, le proteste del governo iracheno sono state ignorate. La violenza, quindi, riguarda sia i cittadini, sia il contesto fisico in cui vivono, aggravando ulteriormente la lesione dei loro diritti. D’altronde, la Turchia ha gioco facile ad approfittare della fragilità e dell’instabilità interna del proprio vicino.

Recentemente, al ritorno dal suo ultimo viaggio in Azerbaijan, Erdoğan ha dichiarato: “Se la Turchia fallisce nella creazione di una zona di sicurezza solida all’esterno dei propri confini, non ci daranno pace né permetteranno che ci sia prosperità all’interno dei nostri confini”. La concezione turca di sicurezza e di stabilità risulta alquanto egoistica, dato che sacrifica la sicurezza e la stabilità dei propri cittadini e di quelli dei paesi confinanti pur di non avviare un serio percorso politico di riconciliazione e di pace con i separatisti curdi.

Eleonora Bolzan

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