Atleta A: la recensione

Difficoltà acrobatiche sempre più difficili, eseguite meglio da corpi giovani e leggeri o coach consapevoli che è molto più facile controllare una bambina di quattordici anni rispetto a una donna di venticinque: cosa è venuto prima? Questa è la domanda che, tra le righe, sembra porsi Atleta A tramite le parole di Jennifer Sey (campionessa nazionale USA nel 1986 e autrice di Chalcked Up: Inside Elite Gymnastics’ Merciless Coaching, Overzelous Parents, Eating Disorders, and Elusive Olympic Dreams) e che, forse, è la domanda centrale a cui rispondere per comprendere Larry Nassar, i coniugi Károlyi e il sistema marcio in cui proliferano gli abusi sulle atlete. Věra Čáslavská, 22 anni alla sua prima olimpiade, fu l’ultima superstar della ginnastica donna. Dopo di lei, a partire dai Giochi di Monaco del 1972, la ginnastica fu il regno delle adolescenti. Ironico che sia stata proprio la Čáslavská, con la sua ostinata disobbedienza, a chiudere l’era delle donne e aprire quella delle bambine.

Atleta A

Atleta A è un docu-film firmato Netflix che racconta la storia di come un piccolo giornale di provincia, l’Indianapolis Star, abbia scoperto il caso di abusi sessuali che ha sconvolto la ginnastica americana. Nel 2016, Larry Nassar è il medico della nazionale di ginnastica statunitense da 20 anni, è amato da tutti ed è impareggiabile nel suo lavoro. È anche un pedofilo e un sex offender che nel corso delle sua carriera ha molestato quasi 500 giovani atlete, alcune di soli sei anni.

Atleta A è anche come Maggie Nichols, la prima ginnasta (ai fini dell’indagine che ha finalmente incastrato Nassar ma non in assoluto) ad aver denunciato il medico della nazionale, identificata nel rapporto interno dell’USAG e del USAOC su Nassar. Maggie ha parlato degli abusi con un’amica, il suo coach ha sentito la conversazione e l’ha detto al suo capo che l’ha detto a Steve Penny, il presidente dell’USAG (USA Gymnastics). Nessuno l’ha detto alla polizia.

Perché guardare Atleta A

Perché la storia di Maggie Nichols merita di essere raccontata

La storia di abusi di Maggie Nichols sarebbe già straziante di per sé. Lo è ancora di più se si pensa che quello che è venuto dopo la sua denuncia è un paradigma di ciò che attende i giovani atleti che hanno il coraggio di denunciare: un muro impenetrabile di silenzio, victim blaming e omertà. Maggie denuncia gli abusi nel 2014, il presidente della federazione americana di ginnastica assicura ai suoi genitori di aver informato le autorità, che c’è un indagine in corso e che per non comprometterla devono mantenere il silenzio stampa. Inutile dire che nessuna autorità è stata informata e anzi le prove sono state manomesse con la complicità di agenti corrotti dalla stessa federazione. I Nichols vengono ostracizzati dal resto della comunità e, alla fine, Maggie viene esclusa dalla squadra olimpica. Larry Nassar mantiene il suo posto per tutto il tempo.

Perché rimette a fuoco la vera questione

La condanna di Nassar ha ucciso l’orco ma la caverna è crollata solo a metà. Béla e Márta Károlyi, accusati di aver coperto gli abusi di Nassar, hanno perso il loro ruolo nella USAG, Steve Penny è stato arrestato per manomissione di prove e i vertici della federazione sono stati sostituiti. Ma che il cambiamento sia durevole o effettivo non è per niente scontato. C’era un intero sistema che permetteva a un pedofilo di continuare a esercitare la sua professione a contatto con le bambine nonostante le denunce. Un sistema che stilava liste di coach “al bando”, per poi ignorarle sistematicamente. E, soprattutto, c’era un sistema che considerava le atlete come nient’altro che macchine da medaglie. Quel sistema è ancora lì. Esiste il rischio che le colpe dell’ambiente tossico che vigeva non solo al ranch dei Károlyi ma nell’intera USAG, vengano dimenticate. Simone Biles e Aly Raisman stanno cercando di recedere dall’accordo ottenuto in sede di risarcimento civile che prevede, come clausola, la rinuncia a perseguire l’USAOC (United States of America Olympic Committee) per il suo ruolo nel promuovere la cultura sportiva che incoraggia l’insabbiamento in casi di abusi, perché i cambiamenti iniziati dopo lo scandalo del 2016 non sembrano attualmente avere seguito (anche se il ritiro di Simone Biles da Tokyo 2020 sembra essere una novità incoraggiante).

Dopo Atleta A: Impunità di gregge

Potreste essere tentati di pensare che quello di Nassar sia un caso isolato, forse per le sue enormi dimensioni. Non è così, non lo è in America e non lo è nemmeno in Italia.
Nel 2021 la giornalista investigativa Daniela Simonetti ha scritto un libro chiamato Impunità di gregge in cui raccoglie testimonianze, numeri e statistiche di denunce (e di casi in cui non si è denunciato) di abusi sessuali su minori avvenuti in seno alle federazioni sportive italiane. Ogni storia agghiacciante è corredata da un ancor più agghiacciante resoconto di come la denuncia sia stata ignorata dalla giustizia sportiva, la vittima ostracizzata, l’accusato difeso e nascosto tra i ranghi. Non è una lettura per i deboli di stomaco ma è estremamente necessaria per rendersi conto delle reali proporzioni del fenomeno.

“Amiamo i vincenti in questo Paese” dice Jennifer Sey in Atleta A, e per ottenere un vincente si è disposti a tollerare molto: le linee tra duro allenamento e abuso si fanno più sfocate, le violenze sessuali vengono tranquillamente derubricate a pettegolezzo purché il coach che calca un po’ troppo la mano, o che è sospettato di tenere comportamenti inappropriati, porti le sue atlete a medaglia.
Impunità di gregge corregge il tiro: tutti i Paesi amano i vincenti e sono disposti a calpestare la sicurezza e il benessere degli atleti finché il Nassar di turno tira troppo la corda e la polvere diventa troppa per il tappeto.

Daniela Simonetti ha anche fondato Il cavallo rosa/ChangeTheGame, la prima associazione italiana che si occupa di contrastare gli abusi fisici, psicologici e sessuali su minori nel mondo dello sport. è anche la prima associazione italiana che sembra aver capito che lo sport non si tutela proteggendo una sua fantomatica rispettabilità ma proteggendo quello che ha di più importante: i suoi atleti (anche futuri), il suo capitale umano.

Ginevra Gatti

foto: cinematographe.it

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