“Mercanti di dubbi” – la strategia per occultare la verità

“L’economista John Maynard Keynes ha riassunto il succo di ogni teoria economica con la frase: ‘Non esistono pranzi gratis’. E aveva ragione. Abbiamo goduto di una prosperità senza eguali nella storia dell’umanità. Abbiamo banchettato a cuor leggero, ma ora qualcuno ci sta dicendo che il pranzo non era gratis.” 

Al contrario di quanto questa citazione possa far pensare, nel libro Mercanti di dubbi di Naomi Oreskes e Erik M. Conway non si parla solo di clima e di riscaldamento globale, ma anche di scudo spaziale americano, fumo passivo, piogge acide e DDT. Cos’hanno in comune questi elementi? Ognuno di loro è stato affrontato dalla scienza negli ultimi 70 anni e, nonostante le prove evidenti a loro sfavore, le azioni necessarie per risolvere queste delicate questioni sono state ritardate, a volte per lunghi decenni. Come è potuto accadere? 

Cos’è la scienza?

La scienza non è certezza assoluta e la ricerca scientifica è proprio questo: continuare a lavorare per avere un quadro sempre più completo, basandosi sulle conoscenze precedenti pur sapendo che anche la più piccola scoperta potrebbe stravolgere completamente le nostre sicurezze. La scienza, infatti, è anche fiducia, ovvero credere che tutto ciò che è stato raccolto precedentemente sia vero fino a prova contraria: “senza un certo grado di fiducia negli esperti che abbiamo scelto (…) saremmo paralizzati. In effetti non sapremmo neppure se prepararci per andare al lavoro domattina”.

I mercanti di dubbi, al contrario, hanno instillato nella società l’idea che la scienza sia risposte certe e verità assolute e che senza queste nessuna azione potesse essere intrapresa.  Ed è così che è bastato “un manipolo di scienziati” qualificati in campi completamente diversi rispetto a quelli in cui pretendevano di essere esperti, spesso pagati dalle grandi aziende che erano tenuti a difendere con le loro ricerche pseudo-scientifiche, per far credere alla politica e all’opinione pubblica che il dibattito scientifico su questi grandi temi fosse ancora aperto e che quindi nessuna decisione poteva essere presa. Tutto doveva rimanere immobile: niente divieto di fumo al chiuso e niente regolamentazioni per l’inquinamento atmosferico. Niente, finché non fosse saltata fuori la verità assoluta. E così eccoci qui, dopo 70 anni di dibattiti a discutere ancora su chi debba pagare il conto che, alla fine, la Natura ci ha presentato. Lasciare a chi verrà in futuro il compito di trovare una soluzione ai problemi del presente, senza prendersi la responsabilità di agire, non ha fatto altro che peggiorare la situazione: “questo fatto ha delle conseguenze enormi: potremmo non essere in grado di provare che il riscaldamento è in atto, anche se sta davvero avvenendo e, quando potremo provarlo, potremmo non essere più in grado di fermarlo”.

La strategia del dubbio

Il libro si basa su una documentazione minuziosa: sono tanti i nomi, le date e i fatti riportati in ognuno dei sette capitoli, tanto che all’inizio si può essere sconfortati dalla mole di informazioni che troviamo. Andando avanti nella lettura però, si capisce che per ognuno dei temi trattati la strategia utilizzata dai mercanti di dubbi è sempre la stessa: “un caso dopo l’altro, hanno lavorato senza sosta per negare l’esistenza di un sostanziale consenso a livello scientifico, anche se, alla fine dei conti, gli unici a non essere d’accordo erano solo loro”.  

Il tutto inizia con la “strategia del tabacco“: pagato dalle industrie per supportare la loro causa, il nostro gruppetto di scienziati mette in atto una campagna di disinformazione con il supporto dei media, accusando la scienza di essere venduta al potere. Ne viene fuori così un dibattito puramente politico, che niente ha a che fare con la scienza, tra destra anti-socialista e fautrice del libero mercato (siamo negli anni della Guerra Fredda), e un ambientalismo accusato di essere socialista e di voler limitare la libertà dei cittadini.
“Poiché la scienza sembrava suggerire che il governo dovesse intervenire sul mercato per combattere l’inquinamento e difendere la salute pubblica, i difensori del libero mercato si rifiutarono di accettare questi risultati. E i nemici della regolamentazione governativa si tramutarono in nemici della scienza”.   Viene coniato il termine fondamentalismo del libero mercato per definire la fede nelle capacità del sistema economico di garantirci la miglior vita possibile, a patto che questo rimanga libero da regolamentazioni e da qualsiasi tipo di azione del governo.  A questo si aggiunge una fiducia cieca nella tecnologia senza tenere conto che, nella storia, le regolamentazioni non hanno mai soffocato l’innovazione, bensì l’hanno spinta in avanti come il libero mercato non sarebbe riuscito a fare da solo.

I media non hanno fatto altro che supportare questa sparuta minoranza, dandole spazio nel discorso pubblico in nome della Fairness Doctrine e della parità, ma “… la nozione di bilanciamento (…) non si adatta al modo in cui opera la scienza. In un dibattito scientifico aperto possono esserci diversi punti di vista. Ma una volta che l’argomento viene chiarito, è valido un solo punto di vista”.  
La scienza non è un’opinione. È giusto che un fisico esperto in armamenti abbia sui media lo stesso peso di un climatologo quando si parla di cambiamenti climatici? Perché l’opinione pubblica e i governanti non dovrebbero fidarsi degli esperti, di chi ha studiato una vita per specializzarsi in un settore, delle ricerche certificate e riconosciute dalla comunità scientifica? Per quale ragione, infine, i fatti scientifici venivano riportati solo sulle riviste specializzate, fuori dalla portata del grande pubblico, mentre le discussioni prive di valore scientifico apparivano su tutti i giornali, non facendo che aumentare la confusione nei cittadini? 

In  Mercanti di dubbi, Naomi Oreskes e Erik M. Conway provano a dare una risposta.  

Marta Fornacini

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