1964: la Biennale della rivoluzione pop

Il tema dell’arte contemporanea è sempre stato divisivo e la famosa banana di Cattelan, di ormai due anni fa, non è altro che uno degli esempi più recenti. Ma se noi, pubblico evoluto del III millennio, non riusciamo ad astenerci dall’indignazione provocata da un’opera chiaramente beffarda, quale deve essere stata la reazione all’altrettanto controversa arte degli anni ’60? La risposta la troviamo alla XXXII Biennale di Venezia.

Era il 1964, l’anno degli americani, in cui Venezia e il resto del mondo conobbero ufficialmente la pop art newyorkese di Robert Rauschenberg, Claes Oldenburg, Jim Dime e Jasper Johns. Al tempo, la pop art aveva già un’abbondante letteratura critica e un numero considerevole di collezionisti ma era la prima volta che irrompeva così clamorosamente in Europa. Gli americani, con il loro abituale approccio iperbolico e stravagante, giunsero con l’artiglieria pesante colonizzando il panorama artistico internazionale, una vera e propria “presa di Venezia”.

La stampa italiana non tardò a manifestare un certo disappunto, d’altronde ogni Biennale, in un modo o nell’altro, fa scattare le molle dell’indignazione estetica e morale, ma questa edizione scatenò critiche più aspre del solito e la conquista del Leone d’Oro da parte di Rauschenberg non fece altro che aumentare a dismisura polemiche e complottismi. La condanna morale prese il sopravvento su quella estetica e, sul Corriere della Sera, il critico e pittore Leonardo Borgese tuonò la «morte dell’arte» e «tremendo squallore mentale», definendo la pop art «surrealismo per i poveri».

Addirittura la Chiesa si espresse negativamente, intimando i fedeli veneziani a boicottare la Biennale: «L’autorità ecclesiastica diocesana si trova perciò nella necessità di vietare ai chierici, ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose la visita alla Biennale, avvertendo che tale divieto vale altresì per gli extra diocesani di passaggio a Venezia». Le motivazioni erano suggerite dal fatto che secondo la Curia «certi artisti, più che parlare, sembrano cimentarsi, con simboli e allusioni che frugano la materia irrispettosamente, e a volte sadicamente, in parodie vagabonde che mischiano sacro e profano per cui la stessa disintegrazione della figura umana diventa l’espressione di un grande disordine morale». I pittori della “vecchia generazione” si mostrarono sospettosi e anche l’allora Presidente della Repubblica, Antonio Segni, con la sua assenza alla cerimonia d’apertura, denunciò indirettamente la situazione.

Non erano ovviamente tutti dello stesso parere. Guido Piovene affermò che finalmente l’attesa per qualcosa di nuovo era finita e che la pop art fosse il primo «fatto nuovo da anni». La definì come l’espressione di un’ironia aristocratica di fronte ai simboli dell’industria pubblicitaria.

Il giudizio di Piovene resta valido ancora oggi: la pop art rientra nel tentativo di ricatturare la figurazione entro i limiti in cui un artista sincero sente di potersi spingere, con il pregio della semplicità.

Daniela Carrabs

Crediti foto di copertina: https://cardigallery.com/magazine/pop-art-in-transfer/ (Robert Rauschenberg e l’opera esposta alla Biennale di Venezia 1964)

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