Don Chisciotte, la storia di un idealista

Don Chisciotte, protagonista del romanzo  El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha, se vogliamo citare il suo titolo originale, è l’opera spagnola che ha lasciato nell’immaginario comune l’archetipo dell’uomo folle, squilibrato, intento nelle sue battaglie immaginarie contro i mulini a vento che crede essere giganti.

credits: Lecceprima.it

Ma questa figura tanto bizzarra quanto curiosa, che spesso assume l’accezione descrittiva di una persona forse un po’ ingenua, forse eccessivamente idealista, è il frutto di un complesso lavoro compiuto dal suo autore Miguel de Cervantes, che grazie a questa opera narrativa si guadagnò una menzione d’onore all’interno degli artisti del Siglo de Oro (secolo d’oro) spagnolo. Gli si attribuisce, nondimeno, l’invenzione del romanzo moderno in Spagna, grazie al gioco autoriale che accompagna l’opera e il suo sviluppo intertestuale e metanarrativo. In altre parole fu il primo a utilizzare questa tecnica innovativa, in grado di rendere labili i confini tra finzione e realtà, cambiare la prospettiva del narratore trasportandoci da un piano della finzione a un altro, per far diventare credibile una realtà immaginata e rendere i protagonisti consci di essere inseriti in un testo narrativo. Tecniche forse ormai scontate per un pubblico moderno, abituato ai numerosi sotterfugi della letteratura e ormai poco impressionabile; ma quale poteva essere la reazione di un comune lettore del XVII secolo?

Di cosa parla il romanzo?

Don Chisciotte, nobile e tranquillo uomo di mezza età, decide improvvisamente di diventare cavaliere errante, ovvero quella figura cavalleresca tipica della letteratura medievale, che in sella a un destriero cavalca alla ricerca della bella dama da salvare. Proprio i libri che narravano le eroiche gesta di tali cavalieri, da cui Don Chisciotte è ossessionato, diventano la matrice che lo muove a idealizzare la sua vita a tal punto da convincersi di trovarsi lui stesso all’interno di una narrazione cavalleresca nelle vesti di valoroso cavaliere, giungendo a identificare la sua dolce dama, ideale irraggiungibile, con il nome Dulcinea del Toboso. Per rispettare la tradizione si fa armare cavaliere e in sella al suo Ronzinante si incammina per gli scenari della Mancha, poco fiabeschi rispetto a quelli descritti nei romanzi renascentisti. Sancio Panza, umile contadino, diventerà il fedele scudiero del nostro protagonista, incarnando quello che potremmo definire la parte razionale, la controfigura di un Don Chisciotte portatore dell’idealismo umano. Da un lato colui che proietta la sua fantasia nel mondo reale senza filtri, immergendovisi e diventandone parte attiva, dall’altro un Sancio pragmatico, che cerca di riportare il suo compagno coi piedi per terra, ma sempre senza riuscirci, e arrivando, alla fine, ad assimilare lui stesso quell’istinto colmo di illusioni tipico di Don Chisciotte. I critici hanno definito questi processi di ambivalenza e di scambio tratti peculiari di ciascuno dei due personaggi, assegnando loro il nome di “Chisciottizzazione” e “Sancificazione”. Arriveremo ad incontrare infatti, al finale del libro, un Don Chisciotte ormai disilluso e risvegliato dal suo stato di incantamento, mentre sarà Sancio a spronare il suo compare ad alzarsi dal letto e morire in sella al suo cavallo, perché “mai si è visto un cavaliere errante morire nel letto”.

Un libro diviso in due

Curiosità di questo racconto diventato il secondo libro più tradotto al mondo dopo la Bibbia, è l’essere diviso in due parti, due volumi pubblicati a distanza di dieci anni l’uno dall’altro. La prima edizione risale al 1605: a questa seguì una seconda parte apocrifa, scritta da Alonso Fernandez de Avellaneda, che continuò le eroiche gesta del famoso hidalgo. Cervantes, vero padre di questo personaggio, non vide di buon occhio tale appropriazione di diritti d’autore e si vendicò attraverso le parole dei suoi personaggi nella seconda parte da lui scritta l’anno seguente (1615). Don Chisciotte, infatti, si riferisce direttamente alla versione di Avellaneda in un dialogo con un altro personaggio, screditandola e sottolineandone la frode. Tuttavia possiamo concedere il merito a questo autore di aver spronato Cervantes a riscattare la paternità del suo romanzo pubblicandone la “vera” prosecuzione e regalandoci, così, un’ulteriore prova della sua destrezza narrativa e maestria linguistica.

Questo racconto, che ha acquisito un senso quasi mitico, non fa altro che attribuire al suo protagonista una carica di idealismo tipica dell’essere umano, la voglia di cambiare il mondo, di renderlo migliore, di battersi per un ideale. Chi non si è mai sentito, almeno negli anni della giovinezza, in grado di poter rivoltare la realtà e renderla come la propria fantasia? Don Chisciotte non appare più, a questo punto, uno stolto, sciocco, pazzo, ma piuttosto colui che ha osato, nonostante i crudi disinganni della realtà, rimanere fedele ai propri ideali, battendosi contro dei mulini a vento perché convinto fossero malvagi giganti.

Francesca Formento

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