“Schumacher”: la recensione

Il 15 settembre è uscito su Netflix “Schumacher”, il film documentario che racconta il sette volte campione del mondo del campionato di Formula 1 Michael Schumacher. Il documentario narra la vita e la carriera del campione tedesco, dai suoi esordi con i go-kart all’incidente sulla pista da sci di Méribel, attraverso le immagini storiche e le parole delle persone che hanno fatto parte della vita del pilota: Flavio Briatore, Jean Todt e Luca Cordero di Montezemolo; gli ex campioni del mondo di F1 Damon Hill e Mika Hakkinen; ex piloti come Mark Webber, David Coulthard e Eddie Irvine; il manager Willi Weber e l’amico Ross Brawn; il padre e il fratello di Schumacher; la moglie Corinna e i figli Gina Maria e Mick.

La locandina del film documentario “Schumacher”, disponibile su Netflix
credis: formulapassion.it

Il documentario descrive le tappe fondamentali della carriera di Michael Schumacher in Formula 1. Vengono raccontati l’esordio al Gran Premio di Belgio nel 1991 con la Jordan e la prima vittoria, sempre a Spa, un anno dopo, sulla Benetton. Attraverso le parole del suo manager e del padre, si scopre il periodo in cui Schumacher gareggiava con i go-kart e la difficoltà economica che la famiglia ha dovuto affrontare per far fronte agli alti costi di questo sport.

Dopo questa parentesi sulla gioventù, il racconto segue in modo lineare, partendo dal primo e dal secondo mondiale conquistati con la Benetton e dalla rivalità con Damon Hill. Segue il passaggio in Ferrari e gli anni difficili con il Cavallino: l’incidente con Jacques Villeneuve e la squalifica nel 1997; la rivalità storica con la McLaren di Mika Hakkinen nel 1998 e nel 1999. La storia si conclude con il dominio della Ferrari negli anni 2000 e la fine della sua carriera: il primo ritiro nel 2006, il ritorno con la Mercedes e il secondo e definitivo ritiro.

Lo scopo del documentario, però, non è fare una semplice carrellata di eventi che un appassionato di motorsport conosce perfettamente. Con questo prodotto si vogliono far scoprire aspetti di Schumacher che i tifosi non hanno mai conosciuto. Infatti, viene mostrata un’emozionante intervista fatta al pilota tedesco in cui questo racconta cosa ha provato in seguito alla morte di Senna, avvenuta nel Gran Premio di Imola del 1994 (N.d.r.: il documentario mostra tutte le immagini dell’incidente, comprese le scene in cui Senna viene portato in barella sull’elicottero).

Sebbene sia stato un campione e sia considerato uno dei piloti più forti di sempre, il film non nasconde i difetti del tedesco. Non sono mancati, infatti, i momenti controversi: la squalifica avvenuta nel 1997 per un incidente causato da Schumacher a danno di Villeneuve, avvenuto nel GP di Jerez, dove il pilota era convinto di avere la ragione e che la colpa dell’incidente fosse del pilota canadese; l’incidente avvenuto a Spa nel 1998 con David Coulthard e l’ira furiosa del tedesco per una mossa azzardata del suo avversario. Nel raccontare gli anni in Ferrari, invece, il documentario narra solo in breve le emozioni dei cinque campionati mondiali vinti, soffermandosi sul periodo dal 1996 al 1999. Perché la volontà non è di mostrare il pilota vincente, ma come si diventa un campione. In questo caso, viene mostrato l’uomo costretto a dover sopportare la pressione di dover risollevare una scuderia storica che stava cadendo in declino.

I campioni del mondo di Formula 1 Ayrton Senna (a sinistra) e Michael Schumacher (a destra)
credits: gqitalia.it

Momenti commoventi nel film ce ne sono. È il finale del film, però, che regala le emozioni più forti. Dopo il ritratto del pilota e dell’uomo, la moglie Corinna e i figli Gina Maria e Mick raccontano il marito e il papà che Michael Schumacher è stato: buono, gentile, divertente, solare, severo, presente. Il documentario si chiude con loro tre che raccontano come è cambiata la loro vita dopo l’incidente di Méribel (N.d.r.: il 29 dicembre 2013 Schumacher ha avuto un incidente sulla pista da sci, che l’ha portato in un iniziale stato di coma farmacologico). «I would give up everything just for that»: queste le parole, alla fine del documentario, di Mick Schumacher, che sacrificherebbe ogni cosa per poter parlare con il padre.

Martina Sessa

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