SAGA. Atti performativi generatori di famigliarità

Il 19 e il 20 ottobre 2021 le Fonderie Limone (Moncalieri) hanno accolto alla sua prima nazionale SAGA: la nuova produzione coreografica di Marco D’Agostin all’interno della programmazione di Torinodanza Festival.

http://www.marcodagostin.it/works/saga/

Giunti a teatro, il pubblico riceve un lettera scritta dai danzatori stessi e che il personale di sala chiede con premura di leggere prima dell’inizio dello spettacolo. “Caro spettatore, cara spettatrice […] oggi ti rivolgiamo un invito speciale, consapevoli dello sforzo che ti stiamo chiedendo: non solo di essere un nostro complice ma un vero alleato, un amico”. Lo scritto si spiega poche righe successive, quando il pubblico viene informato che uno danzatori (Leon Maric) ha subito un infortunio e non potrà essere presente quella sera. Lo spettacolo si farà comunque, rassicurano i danzatori, ma consci che la danza “sarà diversa e forse imprevedibile”. Il coreografo Marco D’Agostin  si è trovato quasi costretto a partecipare alla sua creazione in veste di quinto danzatore, accanto a Marta Ciappina, Alice Giuliani, Luciano Ariel Lanza, Stefano Roveda e Julia Rubies.

SAGA è un progetto coreografico che vuole indagare e mettere in discussione la nozione di “famiglia”, portando in scena incontri fortuiti, piuttosto che semplici relazioni di sangue. Difatti, lo sfondo teorico (come suggerisce la sinossi) è costituito dall’antropologia della parentela che ha insegnato loro l’esistenza, da sempre, di innumerevoli dispositivi attraverso i quali umani e animali creano legami definibili famigliari. Nello spettacolo, dunque, prendono forma e suono atti performativi di creazione di parentela al fine di trasmettere e far fluire le capacità vitali tra gli esseri umani. In SAGA la voce ricopre un ruolo pari, o forse superiore,  al movimento: intima, individuale e anche collettiva, ma sempre sincera e capace di andare verso la costruzione di legami. Di contro, anche la danza si fa dispositivo creativo di famigliarità ed essa viene considerata per di più carica di potenziale speculativo: i danzatori, forti della loro individuale presenza scenica, dialogano soprattutto attraverso gesti e movenze a specchio. In SAGA, voci e corpi in movimento per sessanta minuti cercano punti di contatto, immersi in uno scenario scuro con a lato un tavolino su cui vi sono cinque bicchieri e un bottiglia d’acqua (bevuta dai danzatori, a piacere, diverse volte). Al centro del palco vi è un quadrato di marmo bianchissimo, ove prendono forma la maggior parte delle interconnessioni fisiche. Sul fondo una finestra che, circa a metà dello spettacolo, inizia a frantumarsi per lasciare intravedere, sul finale, l’interno di quella che probabilmente può essere una casa con una luce accesa.

Marco D’Agostin ha tentato di incoraggiare spettatori e ascoltatori ad immaginare modalità di sopravvivenza collaborativa sul nostro pianeta che lui definisce “infetto”. Generare parentele, legami quindi, è un compito tanto complesso quanto necessario: occorre imparare a farlo ora, in maniera imprevedibile e imprevista, accanto o di fronte a persone conosciute o estranee. E SAGA ha provato a fare proprio questo, danzando e cantando.

Federica Siani

Crediti foto di copertina: http://www.marcodagostin.it/works/saga/

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