Università e salute: che fine hanno fatto?

In questi ultimi due anni, che fine ha fatto l’istruzione? E gli studenti? E le scuole? Quando si accende la TV, si sente parlare di qualsiasi argomento: dalle patatine fritte buonissime sull’isola più sperduta dell’Oceano Indiano all’ultimo modello di scarpa cosmica, che ti mostra lo spazio mentre passeggi. In questo popò di roba, qualche cenno, gentilmente concesso, è stato fatto anche riguardo la scuola: dal punto di vista economico andava detto che molte persone durante il lockdown si sono messe a leggere libri, con il conseguente aumento delle vendite per le librerie — fantastico! — ma degli studenti, di chi compra quei libri neanche l’ombra. Forse perché l’istruzione non è più importante per costruire un paese avanzato?

In linea generale l’istruzione – università in primis e i licei poco meno- è stata messa da parte per fronteggiare l’emergenza sanitaria, dimenticando però che di tipi di salute ce ne sono ben due: fisica e mentale. Negli ultimi mesi sono iniziate a fioccare pubblicità di medicinali per ansia e depressione, senza però affrontare alla radice il problema di quanto disagio si sia diffuso a livello mentale.

Il sondaggio

Qui sotto, alcuni risultati dei dati raccolti tramite sondaggio tra gli studenti dell’Università degli studi di Torino in modo anonimo al fine di capire cosa ne sia stato della salute degli universitari (e degli studenti in generale), per dare voce a chi cerca di costruirsi una cultura e — in qualche modo — un futuro.

Come ti sei sentito/a durante il lockdown?

Una delle prime domande e uno dei temi più scottanti. La maggior parte delle risposte oscilla tra il Non bene (53.8%) e Abbastanza bene (34,6%).

E dire che i giovani dovrebbero essere spensierati.

Le attività degli studenti durante il lockdown

Uno specchietto delle attività che gli studenti hanno svolto quando non c’era altro da fare che rimanere in casa:

  • Home workout, film, serie TV, libri, social
  • Leggere libri, giocare ai videogames, stare in compagnia della famiglia
  • Lettura, serie tv e studio
  • Yoga, disegno, scrittura e passeggiate
  • Guardavo serie tv o disegnavo

Serie tv, disegni, libri, in sostanza attività artistica e fisica in vetta alle risposte più frequenti, forse perché l’arte e lo sport sono terapie per corpo e mente?

Hai vissuto momenti di malessere durante il lockdown?

L’ 88,5% degli studenti sostiene di aver vissuto momenti di malessere durante il lockdown e il 96% ritiene che tv e social media non abbiano dato il giusto spazio alla salute mentale. Perché? Per rimanere in salute non viene contemplato dalla televisione il pensare positivo e sentirsi bene?

Tra le risposte più frequenti e rappresentative:

Pensieri negativi sull’impossibilità di uscire, di vedere alcuni cari, il trauma di essere tornati a casa dopo mesi da fuorisede e poi la paura che qualcuno della famiglia prendesse il virus. Tutti questi pensieri ciclicamente tornavano a galla anche durante lo studio.

  • Depressione e sconforto
  • Il fatto di non poter vedere nessuno mi faceva sentire sola
  • Molta fragilità emotiva
  • Nelle prime settimane, momenti di totale sconforto, mi sento male di solito a stare troppo tempo a casa, preferisco uscire. In più, ero preoccupata per l’emergenza sanitaria.
  • Episodi depressivi e pesanti attacchi di ansia
  • Mi sono sentita molto sola e mi è mancato non poter fare sport

Un parere significativo che mi sembra importante inserire:

  • Il lockdown si è aggiunto alla normale coscienza che il mondo sta andando male.

Credi che il fatto di non poter uscire di casa durante il lockdown abbia influito sulla salute mentale:

In modo negativo si è espresso il 50 %

In modo molto negativo il 34,6 %

In alcun modo 11,5%

In modo positivo i restanti

In generale, l’uomo, da che mondo è mondo, non è stato pensato per vivere dentro quattro mura di cemento. Da millenni è così e anche oggi viene confermato.

Credi che sia stato dato il giusto spazio alla salute mentale in tv, sui social, durante il lockdown?

Alcune delle risposte:

  • Secondo me no!
  • Non credo che i media sia stati buoni divulgatori su questo tema
  • No, o perlomeno non abbastanza, solo qualcosa sui social, da determinate pagine

Arriviamo al tema università: è stata una buona maestra per i suoi studenti?

A parer tuo, l’università è stata in grado di dare la giusta considerazione agli studenti durante il lockdown?

  • Molto poco 38,5%
  • No 38,5%
  • 26,9%
  • Molta 0%

L’università è stata di supporto?

  • No 30,8%
  • Non molto 61,5%
  • 7,7%
  • Molto 0%

Ritieni che l’università si sia presa cura della salute degli studenti?

No      88,5 %

Si 11,5%

Ritieni che sia psicologicamente sano rimanere davanti a un computer per ore in Dad?

  • Assolutamente no 57,7%
  • No 34,6%
  • Indifferente  7,7%

La Dad è stato un modo efficace per continuare l’attività didattica?

  • 69,2%
  • No 30,8%

Credi che si dovrebbe mantere per sempre la Dad?

  • No 57,7%
  • 42,3%

Hai dovuto rimandare progetti che erano importanti per te?

  • 77%
  • No 23%

Questo è solo un piccolo quadro che è stato dipinto dagli studenti dell’Università degli Studi di Torino sulla salute e sulla considerazione ricevuta da chi dovrebbe avere interesse diretto a preoccuparsi dei propri studenti, oltre che della loro istruzione.

I dati risultano preoccupanti. Bisognerebbe trattare con più frequenza il tema della salute mentale, in modo da non far sentire estraneo chi sta vivendo un malessere senza sapere che, là fuori, molti altri stanno vivendo la stessa e identica sensazione. Bisognerebbe comprendere quanto poco l’Università abbia detto sulla salute mentale. Forse si poteva pensare a un modo per evitare questi malcontenti: se è vero che usiamo una minima parte del nostro cervello, questa sarebbe stata una buona occasione per dar prova che l’essere umano è capace di fare anche qualcosa di buono. Non dovrebbe più far paura il tema di momenti difficili a livello psicologico, che sembrano ancora far parte dei temi tabù di cui, in linea generale, è meglio tenere per sé.

Interessante allo stesso modo sarebbe scoprire quanto si siano sentite considerate -da scuole superiori e rispettivi posti di lavoro- le persone che vivono attorno a noi tutti i giorni, che attraversano la strada nel nostro preciso istante, che studiano nel banco accanto e che, forse, in modo diverso, ma simile allo stesso tempo, condividono con noi una parte di loro.

Federica Seni

foto in copertina: Repubblica.it

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