West side story 2021: come si rifà un classico

Finalmente è arrivato nelle sale, dopo due anni di attese e ritardi dovuti alle restrizioni per la pandemia, l’attesissimo revival di West Side Story, diretto da Steven Spielberg. Il film, a metà tra l’adattamento dell’omonimo musical del 1957 e il remake del film del 1961, diretto da Robert Wise e Jerome Robbins, riesce a vincere i molti dubbi che operazioni di questo tipo portano con sé e a proporre un film emozionante, visivamente stupendo (il dolly iniziale vale da solo il prezzo del biglietto) e assolutamente d’impatto.

Breve guida a West Side Story

West Side Story nasce da un’idea del celebre coreografo americano Jerome Robbins, che voleva rivisitare Romeo e Giulietta nella New York di fine anni ’50. Per i suoi Montecchi e Capuleti, Robbins prese ispirazione dai titoli di giornale che parlavano di un aumento della criminalità giovanile nei quartieri popolari di Manhattan con il dilagare delle famose gang. Con la collaborazione del compositore Leonard Bernstein e del librettista Arthur Laurents si approdò quindi a West Side Story. La storia è ambientata, appunto, nell’ Upper West Side, la parte più popolare di New York, e vede protagonisti gli sfortunati amanti Maria, sorella del leader degli Sharks, una gang di immigrati portoricani, e Tony, ex membro dei Jets, gang rivale composta da bianchi della classe popolare. Per immaginare cosa succede dopo che Tony e Maria si innamorano vi basterà ripescare i ricordi delle lezioni di letteratura inglese. Gli Sharks e i Jets combattono, Bernardo (il capo degli Sharks e fratello di Maria) uccide Riff (capo dei Jets e migliore amico di Tony), Tony uccide Bernardo per vendetta; un equivoco porta Tony a credere che Maria sia morta e lo spinge a un incontro suicida con Chino, in cerca di vendetta per Bernardo. Unica differenza, a parte nomi e ambientazioni, è che, in West Side Story, Maria desiste all’ultimo minuto dal suo proposito di seguire Tony nella morte e diventa memento vivente del dolore che l’odio tra Jets e Sharks ha causato.

Lo spettacolo aprì a Broadway nel 1957, dopo che Bernstein ebbe reclutato Stephen Sondheim per i testi, ed ebbe immediatamente un enorme successo sia di pubblico che di critica. Lo stesso anno, West Side Story vinse due Tony Awards su sei candidature, compreso il prestigioso “miglior musical”. I preparativi per un film iniziarono quasi subito, ne uscì uno dei maggiori successi degli anni ’60: nel 1961 West Side Story vinse 10 oscar tra cui “miglior film” e “migliore attrice non protagonista” per Rita Moreno, che interpretava Anita, diventando così la prima donna latinoamericana a vincere un Oscar. Nel film del 1961 vennero fatte diverse modifiche, soprattutto nell’ordine dei numeri musicali, ma quella più significativa riguardò America, uno degli showstopper più famosi di sempre. Per questo numero, Sondheim riscrisse i testi aggiungendo un commento sull’etnicità e sull’immigrazione, che resta incredibilmente attuale ancora oggi.

West Side Story 2021

A 60 anni di distanza dall’uscita del film, Steven Spielberg dirige un nuovo adattamento sceneggiato da Tony Kushner e con le coreografie di Jerome Robbins adattate da Justin Peck. Il film vede un cast giovane ma interamente composto (a differenza della versione del 1961) da vere triple threats (ndr: è il termine che si usa, nei musical, per chi recita, canta e balla): molte, come Mike Feist nel ruolo di Riff, con esperienza a Broadway, ma alla loro prima apparizione cinematografica; mentre altre, come Rachel Zegler nel ruolo di Maria, complete esordienti. La sceneggiatura ritorna significativamente al libretto originale, ma i cambiamenti più “moderni”, come i testi di America, vengono mantenuti.

Come si rifà un musical nel 2021

Oggi, i musical al cinema sono complicati (in Italia ancor più che negli USA), perlopiù relegati a film d’animazione o per bambini. Fare una storia di come i musical siano passati da campioni di incassi negli anni ’40 e ’50 a “box office poison” sarebbe troppo lungo, ma vi lascio il video essay di Lindsay Ellis, Death of the Hollywood movie musical, che ripercorre questa parabola molto bene. I musical che hanno avuto successo negli ultimi tempi, come Chicago o A star is born, giocano con la diegesi in modo da renderli “meno musical”, più realistici (in Chicago gli unici numeri diegetici sono quelli che si svolgono letteralmente sul palco; in A star is born, tutti i numeri sono così). Abbiamo anche visto musical più tradizionali avere un buon successo di botteghino come The Greatest showman o La La Land, ma i numeri più coreografati sono sempre allegri, quasi da pubblicità. Se oggi un regista vuole adattare un musical tragico, ambientato in qualsiasi luogo che non sia uno spazio da performace, la strada più appetibile (per lui, non certo per il pubblico) è quella di Les misérables di Tom Hopper, con risultati che lasciano molto a desiderare.

Spielberg trova un buon equilibrio in West Side Story. Per cominciare non sembra infastidito o spaventato dal fatto che il suo materiale sia un musical e quindi non cerca di nasconderlo o di limitarlo: mantiene le coreografie di Robbins, mantiene grossi numeri coreografati per le strade di New York e lascia che tutti i numeri siano diegetici (anzi elimina il balletto tra Tony e Maria al ballo, l’unico numero non diegetico dell’originale). Al tempo stesso, però, i tempi sono cambiati e Spielberg non lo ignora cadendo nella banale idolatria di un classico. Le coreografie di Robbins sono iconiche, ma oggi le inquadrature ampie e fisse alla Fred Astaire non passerebbero nemmeno con il pubblico più appassionato. Stessa cosa per numeri come Cool o il balletto alla festa, puramente espressivi, che sembrerebbero quasi ridicoli al pubblico moderno. Il risultato dell’unione delle riprese di Spielberg e le coreografie di Justin Peck, in questo senso, è impeccabile: i numeri sono più vivaci, le zuffe coreografate sono più caotiche e alternano danza a momenti di combattimento, l’impressione in Prologue è quella di trovarsi quasi in alcune scene di Salvate il soldato Ryan, mentre il blocking di parti di America ricorda i film di supereroi. Infine, Spielberg va anche lodato per il casting: ad eccezione di un cameo di Rita Moreno (l’Anita del 1961) in un personaggio creato ad hoc per lei, Spielberg non ha scelto nessuna star per il suo film (il più famoso è Ansel Egort di Colpa delle stelle), ma si è assicurato che i suoi attori sapessero cantare e ballare (e che fossero latini per i personaggi latini). La scelta di avere attori famosi è tipica di quei registi che, ancora una volta, sono spaventati dai musical e quindi “assicurano” il loro lavoro al botteghino con lo starpower determinando, tuttavia, risultati tremendi. E no, qualche lezione con un vocal coach può andare bene per i successi degli Abba, non per cantare Sondheim o Bernstein (e i risultati si sono visti, purtroppo: ne è esempio lo Sweeney Todd di Tim Burton)

Come si rifà West Side Story nel 2021

West Side Story è una rivisitazione di Romeo e Giulietta, ma lo scontro tra una gang di bianchi e una di portoricani ha implicazioni diverse rispetto a quello tra due famiglie rivali. Il film del 1961 è un misto di carenze e elementi estremamente lungimiranti per quanto riguarda la questione etnica e razziale. D’altronde, anche nel 2021, non si potrebbe superare per lucidità il testo di America nella versione del ’61, con battute come Life is alright in America/ if you’re all white in America. Al tempo stesso, però, si sente il disinteresse rispetto alla questione da parte di Robbins e degli altri creatori, il cui focus era la storia d’amore e per cui, quindi, il conflitto tra gang faceva solo da sfondo (gli Sharks sono portoricani solo perché sui giornali dell’epoca si parlava dell’immigrazione da Puerto Rico, in una prima stesura erano addirittura ebrei europei). Inoltre, nel 1961, solo Rita Moreno era latina mentre tutti gli altri Sharks erano italiani o greci in brown face; Maria, invece, era interpretata da una Natalie Woods “abbronzata”.

Nel 2021 la questione etnica in West Side Story va affrontata e Steven Spielberg lo fa fin dal numero iniziale, Prologue, in cui i ragazzi bianchi, anziché vandalizzare generici graffiti degli Sharks, vandalizzano un murales di una bandiera portoricana. Ci sono tanti piccoli elementi che introducono il razzismo sistemico nel discorso come i riferimenti al colorismo o Anita che chiede a Bernardo e Maria di non parlare spagnolo per integrarsi meglio. In questo senso, tra l’altro, la dichiarazione finale di Anita, che dice che non sarà mai americana, è uno dei momenti più tristi del film: Anita è la più “integrata” degli Sharks, crede nel sogno americano, canta la parte positiva in America. La rivendicazione finale della sua etnia, avvenuta subito dopo un tentativo di stupro di gruppo, sa meno di orgoglio patriottico e più di paradigma di dove finisce la “contaminazione culturale” quando è circondata dalla povertà, dall’emarginazione sociale e dalla violenza. Il cambiamento più significativo è, però, l’aggiunta di una cornice narrativa in cui il quartiere delle due gang sta per essere demolito per far spazio al Lincoln Center. Si tratta di una storia vera: il quartiere di San Juan Hill venne espropriato e demolito in contemporanea, tra l’altro, con le riprese e l’uscita del film del 1961. Al suo posto vennero costruiti teatri e appartamenti per la classe media in cui gli abitanti del posto non trovarono spazio. La vera storia del West Side è, in realtà, un episodio di gentrificazione spietata e includerla nel film significa abbracciare un problema sistemico immensamente più grande. La guerra tra Jets e Sharks passa così da una mera guerriglia tra gang a una faida feudale tra poveri e poverissimi in cui l’unico elemento identitario per rivendicare l’appartenenza a un quartiere che sta per scomparire è l’etnia. Questa scelta, a dire il vero, crea i suoi problemi perché se i Jets sono anche suprematisti bianchi (oltre a potenziali stupratori nel momento in cui sono tristi e arrabbiati) diventa sempre più difficile credere a numeri come Gee, officer Krupke! o accettare lo sguardo empatico dell’opera su di loro. In generale, però, si tratta di una decisione che va nella giusta direzione per dare all’argomento della razza il peso che, in West Side Story, meritava fin dall’inizio.

Ginevra Gatti

Crediti foto di copertina

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