Il mio viaggio nella memoria sotto la pioggia di Berlino

Ho sempre amato mettermi in gioco, fin da piccola. Non mi ha mai preoccupato l’idea di partire per un viaggio da sola, senza amici o conoscenti, alla scoperta dell’ignoto. Perciò quando ho saputo del viaggio a Berlino organizzato dall’associazione “Treno della Memoria”, ho deciso che era giunto il momento di cambiare aria e partire. Cinque giorni nella capitale europea, insieme a dei perfetti sconosciuti, per visitare la città e affrontare le tematiche riguardanti il Novecento.

Berlino è una delle città che amo di più al mondo fin da quando ci andai anni fa per la prima volta: il suo aspetto eccentrico e i suoi molteplici volti mi affascinano, e anche questa volta mi sono lasciata travolgere dalla sua stravagante atmosfera urbana. Abbiamo visitato i classici luoghi attira-turisti: Alexanderplatz, Il Bundestag, la Porta di Brandeburgo… posti senza dubbio degni di nota, ma ciò che mi ha colpito di più di questi giorni a Berlino è stata la possibilità di viverla senza pretese: avendo già visitato la città una volta, non avevo la smania di vedere ogni singola attrazione turistica. Ho preferito lasciarmi trascinare dal modo di vivere dei berlinesi, osservare come si aggirano frettolosi per la città, avvolti nei loro cappotti pesanti, per poi abbandonarsi al calore dei pub durante la sera. Tipi particolari i berlinesi: distaccati e freddi, fino a quando non si trovano di fronte ad un boccale di birra. Solo allora li senti vociare e ridere sguaiatamente, sbattendo il pugno chiuso sul tavolo.

Un posto privilegiato nel mio cuore lo occupa la East Side Gallery, un luogo magico. Si tratta del lato est del muro che, fino all’89, divideva la città a metà, e che è passato paradossalmente dall’essere simbolo di partizione ad icona di inclusività e memoriale internazionale alla libertà. Il muro è infatti totalmente ricoperto da murales e graffiti che elogiano l’orgoglio della comunità LGBTQIA+, celebrano la lotta femminista, danno voce ai popoli più discriminati. Questo insieme di colori e figure sembra influenzare l’ambiente circostante, rendendo la Mühlenstrasse una delle zone più eccentriche di Berlino. Lì puoi trovare artisti di strada che dipingono opere d’arte sul retro dei vinili, anziani che fabbricano piccole biciclette colorate col fil di ferro, ragazzi che ballano e cantano accanto alla stazione della metro. Sembra l’altra faccia della medaglia rispetto alla fredda compostezza di quartieri come Tiergarten, dove si trovano hotel, ambasciate e ristoranti di lusso.

Ma questo viaggio si preannunciava già da subito non una semplice vacanza, ma un tortuoso percorso attraverso la storia del secolo breve. Il clima ostile creava un’atmosfera tetra e malinconica mentre camminavamo per i vari memoriali: dall’imponenza di quello dedicato all’Armata rossa, alla profonda tristezza evocata da quello per gli ebrei assassinati d’Europa. Attraversare quei posti mi ricordava che la nostra non era una semplice gita di piacere, ma un modo per scoprire più approfonditamente ciò di cui leggevo sui libri di storia. Le letture degli educatori, spesso tratte dalle memorie di sopravvissuti alla guerra, contribuivano a dar voce alla scia di sangue che ha lasciato la Seconda Guerra Mondiale dopo il suo passaggio.

Le visite ai campi di concentramento di Ravensbrück e Sachsenausen lasciano senza parole.
Il silenzio incombeva pesante mentre osservavo le ricostruzioni delle baracche, calpestavo con le mie comode scarpe un selciato già percorso da molti piedi scalzi, respiravo l’aria gelida e caliginosa. Ogni parola sembrava di troppo, escluse quelle delle guide, che ascoltavamo assorti mentre ce ne stavamo avvolti nelle calde sciarpe fino agli occhi.

A Ravensbrück e Sachsenausen ho visto molte ricostruzioni, oggetti ritrovati, spiegazioni museali. Non entrerò nel dettaglio, ma ci tengo a raccontare qualcosa che mi ha particolarmente colpito, una di quelle cose che dopo un viaggio simile ti rimane impressa nella mente per molti anni. Come in molti campi di concentramento e sterminio, a Ravensbrück si trova un memoriale. Consiste nella statua di una donna con in braccio un ragazzo morente, posta in cima ad una colonna. La particolarità è che lo sguardo della donna non è rivolto ai visitatori che giungono dal campo, ma verso la ridente cittadina di Fürstenberg, locata dall’altra parte del lago. Il villaggio presenta una classica chiesetta nello stile della scuola di Schinkel e piccole casette da fiaba, di quelle tipiche tedesche con le travi di legno a vista. Lì possiamo trovare una piccola stazione che porta ad un villaggio vicino, detto il “villaggio di Babbo Natale”, dove da secoli i bambini si recano per spedire le loro letterine. Un clima fiabesco, e poi, solo dall’altra parte del lago, l’orrore. Nelle stesse acque in cui i tedeschi in villeggiatura facevano il bagno beati, venivano versate le ceneri dei morti del campo. Ossimorico. Ecco perché la donna guarda verso il villaggio. Non mi sarei sorpresa se ad un certo punto avesse sollevato una mano puntando il dito con fare accusatorio alla vivace cittadina. La donna guarda infatti tutti gli abitanti che hanno taciuto, coloro che quando vedevano passare i deportati in marcia verso il campo si giravano dall’altra parte, quelli che facevano il bagno in un lago di morte. L’insegnamento che ne traggo è importante: le tragedie non sono compiute solo dagli assassini, ma anche da chi sa e tace.

Memoriale a Ravensbrück

Concludo consigliando vivamente di compiere esperienze simili se possibile. Oltre a consentirti di vivere città meravigliose insieme a nuovi amici, ti donano uno sguardo diverso sugli eventi, permettendoti di vedere in modo diverso un pezzo di storia fondamentale. Non nascondo che durante il viaggio di ritorno, mentre guardavamo La chiave di Sara, celebre film che tratta la tematica dell’Olocausto, mi sono commossa. Il lungometraggio è senza dubbio toccante, ma io lo avevo già visto molte volte e sapevo la storia a memoria. Quello che mi ha colpito è stato vedere vivo quello che fino a pochi giorni prima avevo visto immobile e morto: se fino al giorno prima mi ero mossa nell’atmosfera statica dei campi ormai diventati complessi museali, durante la visione del film li vedevo vivi, popolati. Nelle stesse baracche, sullo stesso selciato gelido, nella stessa aria fredda e caliginosa vedevo muoversi persone, fantasmi. Per questo consiglio un viaggio simile.
Cambia la lente con cui vedi il mondo.

Caterina Malanetto

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