L’isola di Nauru: il problematico sistema di accoglienza australiano

Dopo gli ultimi avvenimenti che hanno visto lo sportivo Đoković in detenzione al Park Hotel di Melbourne, famoso per essere il luogo in cui vengono accolti i richiedenti asilo che arrivano in Australia, è emerso per l’ennesima volta la criticità del sistema di accoglienza australiano.

Le leggi australiane che regolano le richieste di asilo sono molto severe. Nel settembre 2001, il governo australiano introdusse una serie di provvedimenti legislativi noti come “Pacific Solution”. Secondo questo piano, coloro che richiedevano asilo venivano trasferiti presso i centri “offshore” nella Repubblica di Nauru e sull’isola di Manus (Papua Nuova Guinea). All’inizio il piano di accoglienza prevedeva che i migranti potessero stare in abitazioni dotate di tutti i comfort. La realtà, però, è a oggi ben diversa. I migranti prima di arrivare nei campi, passano attraverso un centro di detenzione soprannominato Centro di trattamento regionale (RPC), dove le condizioni di vita non sono delle migliori: le temperature raggiungono i 45°C/50°C e si tratta inoltre di regioni in cui sono presenti forti piogge e maltempo.

In modo particolare, però, l’Isola di Nauru ha suscitato un esteso scalpore internazionale. Si tratta di uno Stato situato in Oceania. Considerata la repubblica più piccola del mondo, è soprattutto conosciuta come campo di accoglienza australiano.

Viene principalmente descritta come una prigione a cielo aperto: le famiglie vivono dietro a recinzioni e vengono continuamente controllate sia all’interno del campo che quando si recano all’esterno.

Le condizioni igienico-sanitarie hanno effetti negativi sulla salute sia fisica che mentale dei migranti. Durante il 2016, medici esperti dell’UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) hanno potuto costatare come i tassi di depressione, ansia e disturbo post-traumatico da stress fossero superiori all’80%. Questo è uno dei tassi più alti che siano mai stati registrati.

Questa condizione colpisce anche i bambini. Un recente esempio riguarda quello che ha come protagonista un bambino di 12 anni, che è stato evacuato da Nauru dopo aver rischiato la morte in seguito a 20 giorni di sciopero della fame. I bambini in quest’isola, infatti, smettono di mangiare, bere e giocare in quanto non riescono più a sopportare la realtà traumatica dovuta principalmente all’esperienza della detenzione.

Il governo australiano assegna ai Servizi sanitari e medici internazionali (IHMS) l’erogazione di una limitata assistenza sanitaria ai rifugiati e richiedenti asilo a Nauru. Il problema principale è che il sistema sanitario di quest’isola costringe le persone a ore infinite di attesa ed è inoltre presente una grande mancanza di personale. In aggiunta, l’aiuto alle vittime per quanto riguarda la tortura e i traumi è garantito solo a chi li ha subiti prima dell’arrivo in Australia.

Come se non bastasse, dal 2013, l’Australia ha ridotto di circa la metà il budget disponibile per la cura dei rifugiati e dei richiedenti asilo “offshore”, nonostante il fatto che durante lo stesso periodo tale popolazione sia diminuita solo del 7% e che le esigenze mediche continuino ad aumentare.

Il quotidiano britannico The Guardian nel 2016, dopo essere entrato in possesso di alcuni fascicoli che documentavano gli abusi e le violenze perpetuate nell’isola, prese la decisione di iniziare un’inchiesta. I documenti prendevano in considerazione i fatti tra il maggio 2013 e l’ottobre 2015. Questi hanno mostrato che il 51,3% delle violenze riguardava minori, 7 sono le denunce di abusi sessuali, 59 di violenze e 30 di autolesionismo; le violenze sessuali contro le donne sono state 23 e sono state messe in atto da operatori del centro.

Le Nazioni Unite, Amnesty International e diverse altre ONG per i diritti umani hanno accusato l’Australia di violare i diritti umani, ma sembra che per tutti questi rifugiati l’incubo non finisca mai.

Natasha Asunis

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