“Cara, Sei Maschilista”: il progetto social che parla di femminismo

Secondo il dizionario Treccani il termine maschilismo indicherebbe “quei comportamenti e atteggiamenti con cui i maschi in genere, o alcuni di essi, esprimerebbero la convinzione di una propria superiorità nei confronti delle donne”. Ancora oggi però, stereotipi e luoghi comuni legati al genere, sono talmente radicati nella nostra società da essere riprodotti, spesso inconsapevolmente, anche dalle donne. Come riconoscere le discriminazioni quotidiane e avvicinarci, nel nostro piccolo, al mondo del femminismo?

Ne abbiamo parlato con Karen Ricci, fondatrice della pagina “Cara, Sei Maschilista”.

Partiamo dal tuo progetto: come nasce l’idea di “Cara, Sei Maschilista” e perché la scelta di questo nome?

Il progetto di “Cara, Sei Maschilista” nasce da un’autoriflessione: mi sono resa conto che, inconsapevolmente, anche io avevo interiorizzato la cultura maschilista. Quando ho iniziato a riflettere su certi miei comportamenti, che vedevo ripetersi anche nelle altre donne, mi sono chiesta come mai continuiamo a mettere in atto determinati atteggiamenti nonostante vadano proprio contro noi stesse, contro le donne come categoria. Per questo ho iniziato a postare delle vignette, che in realtà erano rivolte a me stessa: all’inizio ho ricevuto commenti di donne offese dalle mie parole, ma in realtà io non ho mai voluto accusare nessuno, quanto più invitare ad un’autoriflessione. Bell Hooks nel libro “Il femminismo è per tutti” parla di come sono nati i collettivi femministi negli anni ‘70: all’inizio erano gruppi di autocoscienza, in cui le donne si riunivano per parlare dei loro problemi e per capire che molte delle cose che succedevano a loro erano condivise anche dalle altre. Proprio per trattare questi temi in modo pratico e semplice e per parlare della quotidianità del femminismo, ho deciso nel 2013 di aprire la pagina su Facebook; poi mi sono spostata anche su Instagram, dove oggi il progetto è più vivo. Nel 2020 ho creato un podcast: nella prima stagione era con me un’amica mentre adesso, per la seconda, ho deciso di trattare temi sempre più specifici, ospitando di volta in volta delle specialiste in vari settori. Da quando ho aperto la pagina, comunque, ho notato un cambiamento sui social: nel 2013 c’erano pochissimi profili che parlavano di femminismo mentre negli ultimi due o tre anni c’è stata una vera e propria esplosione di esperienze femminili e di altre categorie marginalizzate. Prima, sui canali di comunicazione “classici”, spesso dominati dagli uomini, trovare uno spazio per altre categorie era difficile. Oggi questo spazio siamo andate noi a prendercelo.

Vignetta pubblicata sulla pagina social di Cara, Sei Maschilista

Gestire la pagina ti ha creato dei problemi sul posto di lavoro o nelle relazioni sociali?

All’inizio lavoravo in un luogo molto maschilista, dove preferivo non parlare del mio progetto: proprio per questa ragione la pagina di Cara Sei Maschilista non ha una mia foto come copertina ma un personaggio che ho deciso di rappresentare. Oggi è tutta un’altra cosa e non ho più questo problema, anche perché con il tempo il progetto è cresciuto, io stessa ho iniziato a crederci di più e ho continuato ad imparare cose nuove sul tema del femminismo. 

Spesso i tuoi commenti sono molto taglienti e provocatori. Hai mai ricevuto giudizi negativi da parte di donne che non si ritrovano nelle tue parole?

Le risposte che ricevo si dividono in due categorie. Alcune sono molto positive perché le persone si riconoscono in quello che scrivo: grazie a loro questo progetto, completamente indipendente, è riuscito a crescere in fretta. Il successo arriva dal fatto che di queste tematiche non si parla ancora abbastanza, almeno fuori dalla nostra bolla femminista. Dall’altra parte, diverse volte sono stata accusata di essere esagerata e di vedere il maschilismo ovunque. Credo che chi la pensa così o è molto distratto o sta mentendo, e non lo dico solo io: ci sono numeri dietro le mie affermazioni, anche se purtroppo molte volte questi dati non vengono interpretati nel contesto culturale. Per esempio, facciamo ancora fatica a collegare il numero dei femminicidi al processo culturale per il quale gli uomini si sentono proprietari delle donne, o ancora, i dati della disoccupazione femminile riproducono l’idea per la quale la donna deve stare a casa e prendersi cura dei bambini. Anche dipingere le femministe come “cattive” o “isteriche” fa parte della cultura maschilista: tutto questo comunque non mi demoralizza.  

La tua pagina si rivolge soprattutto alle donne, hai avuto riscontri anche da parte di qualche lettore o ascoltatore uomo?

È vero, è una pagina gestita da una donna che si rivolge alle donne. Gli uomini scrivono solo sotto i post che si rivolgono a loro: ciò ci fa pensare che non abbiano tanto interesse ad interagire con i problemi effettivi del mondo femminile. A me piacerebbe vedere gli uomini incontrarsi tra di loro per discutere di queste tematiche: per esempio quando di recente è stato cancellato dai progetti del PNRR il congedo di paternità, ho fatto un post per chiedere “dove sono gli uomini, perché non sono in piazza a protestare e chiedere il rispetto di un loro diritto?”. Molti mi hanno risposto dicendo che se avessimo organizzato noi una manifestazione avrebbero partecipato. Io sarei la prima a sostenere una loro lotta, ma penso che dovrebbero organizzarsi loro in questo caso. Se ci fosse più interesse da parte degli uomini si farebbero grandi passi avanti, perché le istanze del femminismo migliorerebbero anche la loro vita. 

Che cos’è oggi il femminismo? Come si può contestualizzare nel nostro momento storico?

Di questo parliamo nella prima puntata del podcast, che si chiama proprio “paura della parola femminismo”. Molte persone pensano che questa corrente non si possa chiamare femminismo, perché sarebbe sessista escludendo gli uomini già dal nome. Eppure c’è un motivo ben preciso se si chiama così: noi partiamo da un gap, i diritti dovrebbero essere uguali per tutti ma nella pratica per le donne non è così. Si chiama femminismo perché le donne vogliono arrivare alla parità con gli uomini, non sostituirli nelle posizioni di potere ma rivedere completamente il sistema, eliminando l’esistenza di un gruppo oppresso e uno oppressore e ragionando su nuove forme di convivenza sociale. La propaganda antifemminista, che dipinge in modo negativo le donne che lottano per i loro diritti, ha un solo obiettivo: mantenere le strutture sociali e di potere esattamente come sono adesso. Capisco che chi non ha mai avuto a che fare con delle difficoltà e pregiudizi faccia fatica ad ammettere che questi esistano: ad esempio, io non saprò mai cosa significa vivere in una pelle non bianca, però questo non mi toglie la possibilità e la capacità di sostenere tutte le lotte antirazziste. Con il femminismo questo sembra non succedere, eppure le nostre istanze servirebbero a far vivere tutte e tutti in modo più libero. 

Il femminismo è un movimento sociale, ma anche culturale e letterario: perché non è trattato come tale nell’educazione scolastica?

La storia è stata raccontata dagli uomini, che hanno ignorato la versione femminile. Le donne sono sempre state delle coadiuvanti, dei personaggi di serie B, come se non avessero mai fatto niente. I piani educativi e scolastici sono scelti da ministri e presidi uomini, che sono abituati a pensare che gli autori migliori e i filosofi migliori sono uomini, per questo è difficile creare un contatto tra gli studenti e la cultura femminista. Come dice Bell Hooks, bisognerebbe scendere in piazza e parlare di femminismo ovunque: le istituzioni spesso vogliono far finta che queste problematiche non esistano, per questo c’è bisogno di creare una spinta dal basso e far sì che le persone entrino in contatto con quello che è effettivamente la lotta femminista. Lotta culturale e sociale, ma principalmente politica.

Di recente l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo perché nelle motivazioni di una sentenza i giudici italiani avrebbero riprodotto gli stereotipi sessisti presenti nella nostra cultura. Quindi possiamo dire che nel nostro paese esiste un problema di stereotipi e discriminazioni di genere anche a livello istituzionale?

Certo. Dobbiamo pensare che tutte le strutture sociali, politiche e culturali non nascono da sé, sono le persone che creano le regole e le applicano. Un esempio è la medicina: si tratta di una scienza, quindi teoricamente non dovrebbe dipendere dall’opinione personale di un dottore o di una dottoressa, eppure sono sempre persone che sono nate e cresciute in una società dove gli stereotipi sono ben radicati. La stessa cosa avviene quando una donna porta dei jeans piuttosto che una minigonna e questo viene utilizzato come motivazione per giustificare una violenza sessuale. Chi scrive queste motivazioni crede davvero che sia così: le istituzioni sono fatte di persone e finché non cambia la cultura anche loro non possono cambiare. Ovviamente a volte servono anche delle leggi per accelerare questo processo di cambiamento, e sto pensando ad esempio alle quote di genere, ancora così discusse. La critica principale è che le donne vogliano essere scelte solo in quanto tali, ma in realtà le quote di genere sono una riparazione storica, forzata. Quello che mi stupisce è che le persone si indignano per le quote di genere e non per il fatto che gli uomini siano sempre stati al 100% al centro del potere e non credo, nella pratica, che tutti siano sempre stati meritevoli. Non è vero che vogliamo essere scelte perché siamo donne, semplicemente non vogliamo essere rifiutate perché donne. 

Vignetta pubblicata sulla pagina social di Cara, Sei Maschilista

Esistono ancora dei tabù relativi alla femminilità, temi di cui non si parla o si parla solo all’interno della “bolla femminista”?

Sicuramente ci sono ancora tantissimi tabù. Ti faccio un esempio molto recente. Sul canale Youtube di Netflix un gruppo di donne, tra cui Michela Murgia, ha discusso in un video svariati temi legati al femminismo e all’essere donna ai giorni nostri. Sotto questo sono arrivati tantissimi commenti di odio perché si parlava di politica e società, e non di temi considerati magari più femminili. Leggendo i commenti ho capito che rimanere all’interno di una bolla femminista è molto pericoloso, perché ci dà la falsa impressione che fuori le cose stiano cambiando: non è vero, è ancora pieno di tabù.  È ancora tabù una mamma che al terzo mese di vita del suo bambino decide di lasciarlo all’asilo nido per tornare a lavoro, perché questa donna sentirà, dalle sue colleghe e dalla sua famiglia, che sta abbandonando il proprio figlio, mentre se lo facesse un uomo non sarebbe la stessa cosa; o ancora, è strano che una donna viaggi da sola. I tabù legati al mondo femminile sono ancora molto lontani dall’essere estinti: è per questo che serve parlarne tanto e sempre.

Da quando hai aperto la pagina 9 anni fa hai notato dei miglioramenti nel nostro paese? La pandemia ha avuto un impatto su questa presa di coscienza femminile oppure abbiamo fatto dei passi indietro?

Secondo me si possono notare due movimenti che vanno in due direzioni diverse. Le donne della nuova generazione sono molto più consapevoli, si sentono più libere, hanno un rapporto diverso con la propria sessualità, il proprio corpo e le proprie relazioni e sono più attente fin da piccole. A parte qualche eccezione invece, noto più ritardo in questo percorso nelle nuove generazioni dei ragazzi, come se ci fosse una reazione violenta a questa presa di coscienza femminile. Il termine inglese per definire questo movimento è backlash, contraccolpo, ed è sempre successo nella storia del femminismo: si tratta di una reazione reazionaria, che vuole impedire il progredire del movimento femminista. Oggi i ragazzi sono poco preparati perché sono ancora figli di una generazione di uomini che ha poco a che fare con il femminismo e che fatica a parlare con i più giovani. I modelli di riferimento maschili, ancora troppo spesso, vanno più verso la mascolinità tossica che verso l’apertura e la libertà. Al contrario, per le ragazze non mancano modelli di donne che hanno deciso di avanzare nella loro carriera e che non si vergognano di mostrare le proprie ambizioni. 

Qualche consiglio: cosa può leggere o guardare chi vuole approcciarsi al mondo del femminismo?

Notizia fresca fresca: a breve uscirà il libro di Cara, Sei Maschilista, e ovviamente lo consiglio come punto di partenza. A parte questo, ci sono diversi libri entry level: il primo che vorrei citare è “Manuale per ragazze rivoluzionarie”, di Giulia Blasi e l’altro è “Parità in pillole” di Irene Facheris. Li consiglio perché spiegano in modo semplice queste tematiche. Anche le nuove serie TV sono molto utili in questo senso: “Sex Education” ad esempio descrive alcuni di questi movimenti di cui abbiamo parlato, tra cui rientrano anche delle tematiche femministe.

Quali sono i prossimi progetti per la tua pagina?

Tanto per cominciare il libro, che uscirà verso marzo o aprile. Non si tratta di un libro teorico perché io non sono una teorica del femminismo, ma per me è questo il bello: il femminismo non deve rimanere chiuso nelle accademie, deve essere un tema di discussione quotidiano, veicolato attraverso le nostre parole. Oltre al libro continuerà ovviamente il progetto del podcast e spero a breve di poter fare qualcosa offline, per permettere alle persone di incontrarsi fisicamente, anche se devo dire che c’è molto scambio già adesso. L’attivismo online spesso viene criticato, come se quello vero fosse solo in piazza, ma io non penso che sia così. In questi anni ho ricevuto molti messaggi di donne e ragazze da tutta Italia, persone che si sentono sole e che attraverso la mia pagina riescono a condividere i loro problemi. Alla fine l’obiettivo principale del femminismo, al di là delle lotte istituzionali, è quello di liberare la società migliorando la vita di tutti e tutte e permettendo a noi donne di essere finalmente chi vogliamo essere. 

Marta Fornacini

Le pagine social di Cara, Sei Maschilista:

Facebook: https://www.facebook.com/caraseimaschilista
Instagram: https://www.instagram.com/caraseimaschilista/
Spotify: https://open.spotify.com/show/56r0GzchfxMCpuXiUWDSoY

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