Sebastiano Ruzza e la sua storia: “Dai DCA si può guarire”

15 marzo 2022: oggi l’Italia è lilla, proprio come il colore del fiocchetto che da undici anni rappresenta il simbolo del mondo dei disturbi del comportamento alimentare.

Un’occasione per richiamare la lotta che milioni di persone affrontano quotidianamente contro scaltri nemici che, nei panni di rassicuranti consiglieri, privano gradualmente corpi e menti delle loro colorate unicità. Sono erbe infestanti che soffocano la libertà di esprimersi, che annebbiano percezioni e sentimenti e che inaridiscono ogni campo di accettazione verso se stessi. Si chiamano Anoressia, Binge Eating, Bulimia, ma in generale si riconoscono tutti sotto l’articolato ceppo dei DCA.

Una giornata di informazione e di sensibilizzazione alla speranza, perché come esistono soluzioni all’estirpazione di piante nocive, così è possibile guarire da queste malattie e Sebastiano ne è la prova. Conosciamolo meglio!

Ciao Sebastiano! Per iniziare, parlaci di te e di quello che fai.

“Sono diventato dal 31 dicembre presidente dell’associazione Mi nutro di vita, di cui sono volontario e membro attivo da qualche anno. La mia storia da attivista nel mondo di sensibilizzazione ai DCA nasce, in realtà, con l’associazione La vita oltre lo specchio che mi aiutò, negli anni di studio per la laurea magistrale conseguita presso l’Università di Pisa, a stendere la tesi su come letteratura e filosofia possano aiutare nella cura di queste malattie. Da allora, iniziai a partecipare a gruppi di ascolto sotto richiesta della Presidentessa Patrizia Cappelletto e raccontai per la prima volta la mia esperienza diretta con l’anoressia, proprio in occasione del 15 marzo. Molti mi dissero che la mia storia era stata loro utile, così ho proseguito su questa strada anche al mio rientro in Piemonte, al fianco di Stefano Tavilla, fondatore dell’associazione di cui ora sono presidente, con la predisposizione di due nuove sedi a Vercelli e a Biella e la partecipazione a numerosi interventi in istituti scolastici, conferenze ed eventi vari.”

Come sei arrivato a fare della tua esperienza attivismo?

“Mi sono ammalato di anoressia quando ero un sedicenne e per circa sette, otto anni ho convissuto con questa malattia. Dopo il mio percorso di guarigione faticavo a parlare di questo aspetto del mio passato perché provavo un forte senso di vergogna. Ero intimorito da quello che avrebbero potuto pensare gli altri rispetto al mio contatto con reparti di psichiatria per la cura di una malattia mentale di cui avevo sofferto, verso tutti quei comportamenti non troppo idilliaci che avevo messo in atto. Poi, in realtà, mi sono reso conto che la mia testimonianza avrebbe potuto aiutare altre persone e ho iniziato ad attivarmi, perché solo chi ha vissuto queste problematiche può realmente capire che cosa significhi soffrirne ed esserne coinvolti.

Le persone hanno bisogno di sentir parlare di questi temi perché chiunque, sebbene in forme e misure diverse, ha vissuto problematiche a livello emotivo.”

Tu hai parlato di “vergogna”. Perché proprio questa sensazione?

“Io mi sono ammalato di anoressia, ma credo che qualsiasi malattia mentale, soprattutto quando si sviluppa a livello di dipendenza, porti consequenzialmente a una condizione di stigmatizzazione sociale perché si pensa spesso che uno scelga quella condizione e che sia una pazzo, rotto, insanabile. A forza di sentirle, queste diffuse credenze diventano realtà e ci si convince che gli altri si allontaneranno da te perché non potrebbero comprenderti. Questo era il mio timore iniziale, poi ho capito, anche scrivendo il mio libro, che non tutti condividono questi pregiudizi e che soprattutto i più giovani sono molto più attenti e vicini a simili tematiche.”

Nel tuo libro Corri corvo, corri parli anche del legame tra anoressia e genere. Perché si tende ancora a vedere questa problematica più come un taboo in rapporto al sesso maschile che non a quello femminile?

“Penso che si tratti di una questione sociale. Sono molti gli uomini che non ne parlano, perché si trovano in difficoltà a esternare condizioni di fragilità quando, convenzionalmente, a loro questo non è riconosciuto.

Le classiche frasi che ci si sente dire, quando si è maschi e si prende la decisione di rivelare uno stato di disagio mentale o emotivo, sono Ma sei omosessuale? o Devi essere forte, Devi riuscire a superarlo, perché nell’ideale comune l’uomo deve essere vigoroso, robusto, deve farcela da solo. Questo è un canone di non emotività fortemente radicato nella nostra società che viene imposto ai bambini sin dai primi anni di vita, ma nel quale non mi sono mai rispecchiato. Ecco perché un tempo ne pativo molto, nonostante ora mi senta più libero.”

Che cosa ti ha permesso di svoltare?

“Il contatto con le persone. Soprattutto durante la degenza nei reparti degli ospedali che mi accolsero.

Ricordo che al primo ricovero nel reparto di psichiatria, avvenuto in seguito a un tentativo di suicidio, provavo tanta paura nel condividere spazio e tempo con persone afflitte da patologie diverse dalla mia, che venivano manifestate anche con atteggiamenti forti. Col tempo ho compreso che si trattava semplicemente di differenti modi di comunicare ma che anche in queste particolari modalità era insita tanta umanità, come esse stesse mi hanno dimostrato standomi vicino e permettendomi di acquisire un senso di appartenenza a quel gruppo.

Trovare l’umanità nel prossimo mi ha fatto capire che avevo lo stesso diritto di stare al mondo come tutti gli altri. Ovviamente, ci tengo a precisare che ho raggiunto questa consapevolezza anche grazie al percorso terapeutico sostenuto con l’intervento di personale qualificato, perché i DCA sono malattie e, in quanto tali, vanno curate con la medicina e metodi specifici.”

Per concludere: che cosa significa per te il 15 marzo?

“Ci sono tanti significati del fiocchetto lilla e mi piace ricordarli tutti, però sono due quelli che per me hanno un elevato valore. Uno è quello correlato alla speranza: voglio pensare al fiocchetto lilla come simbolo di guarigione per chi sta soffrendo e lottando. L’altro è quello del ricordo. Molte persone con cui ho condiviso ricoveri e tratti della mia vita non ci sono più e sono anche loro a darmi la carica per andare avanti e che, in questa giornata, sento più vicine.

Marzo è il mese che utilizzo per fermarmi, raccogliere emotività e pensieri da rivolgere a coloro che stanno male, in generale, e a chi non è più tra di noi.”

Alessia Congiu

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