Hikikomori Italia: l’intervista a Marco Crepaldi

Fonte immagine di copertina: https://www.fondazionezoe.it/attivita/archivio-relatori/crepaldi-marco/

Abbiamo già avuto modo di parlare del fenomeno degli hikikomori in una precedente intervista a Elena Carolei, presidentessa di Hikikomori Italia Genitori. Questa volta, abbiamo avuto il piacere di avere con noi Marco Crepaldi, presidente dell’Associazione Hikikomori Italia, con il quale abbiamo potuto discutere riguardo a questo tema tanto attuale quanto, purtroppo, ancora poco conosciuto.

Marco Crepaldi è psicologo, presidente e fondatore dell’associazione nazionale Hikikomori Italia, che si occupa di isolamento sociale volontario giovanile. 
È inoltre autore del libro “Hikikomori. I giovani che non escono di casa”, pubblicato nel 2019.

Com’è nata l’associazione “Hikikomori Italia”? Com’è evoluta negli anni?

L’associazione nasce dalla community che si crea intorno al sito hikikomoriitalia.it, un blog personale che ho aperto nel 2013, dopo aver scritto una tesi sull’hikikomori, con la volontà di sensibilizzare sul fenomeno. Il sito è nato con l’intenzione di parlarne, poi le persone sono arrivate numerose negli anni e, grazie alla forte community di genitori che si è creata, Abbiamo deciso nel 2017 di aprire l’associazione vera e propria.

Ad oggi ha ottenuto ottimi risultati ed è già riuscita a entrare in un tavolo del ministero dell’istruzione per l’inclusione scolastica, firmare diversi protocolli (come il primo in Piemonte con l’Ufficio scolastico regionale, la Regione, i servizi sociali) per cercare di dare delle linee guida sull’hikikomori.

Quali sono i progetti più importanti da voi lanciati?

L’organizzazione sta portando avanti eventi di sensibilizzazione in tutto il paese, abbiamo gruppi di auto e mutuo aiuto (più di 50 in tutto il paese) per i genitori, che si tengono ogni mese – online e offline – insieme a psicologi convenzionati con l’associazione, al fine di aiutare i genitori a capire come rapportarsi con i figli e sentirsi meno soli.

In più abbiamo un gruppo di ragazzi online e la possibilità di offrire cinque sedute gratuite ai ragazzi e alle ragazze che si trovano in una situazione di isolamento sociale, prima dell’inserimento nel gruppo. Tutto questo è possibile grazie al 5%1000, che è la principale fonte di sostentamento, oltre alle quote d’iscrizione dei genitori e alle donazioni.

Un progetto importante che abbiamo fatto è stato l’aperTO in Piemonte, a Torino, un progetto in cui abbiamo formato degli educatori e siamo andati a casa di questi ragazzi per aiutarli. Siamo riusciti a creare dei progetti ad hoc per ognuno dei cinque ragazzi che abbiamo potuto aiutare con i fondi a disposizione. Abbiamo molte idee, molte persone disponibili ma pochi fondi. Ci servirebbe un maggiore supporto economico da parte dello stato.

Fonte: hikikomoriitalia.it

Mi può parlare del fenomeno sociale degli hikikomori in Italia?

Potete trovare moltissime indicazioni a riguardo sul sito di hikikomori.it e sui nostri canali social. Per dire qualche linea guida, noi stimiamo che in Italia vi siano 100.000 casi. Non è un numero ufficiale, ma una valutazione che ci sentiamo di fare sulla base delle richieste che riceviamo quotidianamente da tutto il paese. Siamo l’unica associazione nazionale, quindi la più adatta a fornire questo tipo di stima, che viene condivisa anche da altri operatori regionali che si occupano del tema.

È un fenomeno che riguarda soprattutto i ragazzi maschi, secondo la nostra indagine interna circa l’80%. È un fenomeno che riguarda i giovani: iniziano il loro isolamento attorno ai 15 anni (il passaggio tra le scuole medie e il liceo è il più delicato), ma può iniziare anche nel post diploma. L’età media degli hikikomori in Italia oggi si attesta tra i 20 e i 25 anni ed è un problema che purtroppo tenderà ad aumentare, perché nel tempo si cronicizza; inoltre, ogni anno sempre più ragazzi entrano a far parte d questo numero e quelli che vi sono dentro tendono a invecchiare in questo stato.

È un problema ancora molto sottovalutato, anche se negli ultimi anni, grazie al nostro lavoro, la parola hikikomori ha cominciato a circolare e a essere utilizzata da molte persone. Inoltre, il fenomeno non viene più associato a una dipendenza da internet, come inizialmente i media tendevano a confondere, ma è un problema legato alla relazionalità, alla difficoltà di stare con gli altri, all’ansia del giudizio, dell’essere diversi, del non essere accettati dalla società e quindi dallo scappare da essa.

Il fenomeno sociale hikikomori è diffuso anche tra i giovani immigrati nel paese?

Non sembra esserci una correlazione particolare con l’immigrazione, ovviamente, però, tutto ciò che può far sentire una persona diversa o rifiutata dalla società può essere un fattore di rischio. La realtà è che molti hikikomori sono figli di famiglie benestanti, altamente scolarizzate e soffrono la pressione che i genitori, direttamente o indirettamente, proiettano su di loro circa il successo personale, la realizzazione della vita, quindi il dover in qualche modo essere migliori dei genitori e superarli in ambito lavorativo. Questo porta una maggiore ansia del giudizio, che poi è la chiave dell’hikikomori.

Il far parte di famiglie benestanti è quello che ti permette di poter scegliere un certo tipo di isolamento, perché la famiglia alle spalle può permetterti di vivere questa scelta. Tutto ciò, nelle famiglie meno abbienti, come in molti casi è per la famiglie di immigrati, non è possibile.

Fonte: hikikomoriitalia.it

La pandemia di Covid-19 in corso ha visto un aumento del fenomeno sociale in Italia? E che ripercussioni ha avuto su chi già viveva questa condizione?

Probabilmente ha avuto un impatto molto negativo, tendenzialmente la pandemia può solo aver aggravato il fenomeno. Durante il lockdown abbiamo ricevuto pochissime richieste d’aiuto. Questo perché l’essere isolati è diventato improvvisamente il giusto comportamento da tenere, ma per questi ragazzi ciò ha portato a una cronicizzazione del problema e ha impedito loro di uscirne.

Chi vi era già dentro ha vissuto uno sgravo di pressione: non vi era più l’ansia di dover uscire di casa, quindi ha perdurato nel suo isolamento, cronicizzandosi. Quando si è riaperto tutto, si è trovato in una situazione di maggiore difficoltà rispetto a prima.

Chi invece stava tentando di proseguire la sua vita normalmente ma sentiva una pulsione per l’isolamento, con il lockdown, probabilmente, ha avuto una spinta per entrare in questa condizione e per sperimentare la protezione che garantisce lo stare in casa, risultando in una maggiore riluttanza nell’uscire all’esterno.

Parlare di hikikomori durante il lockdown non era più sconvolgente di quanto poteva esserlo prima di questo, quindi è calata molto anche l’attenzione mediatica intorno a questo fenomeno. Questo ha portato anni di rallentamento sul processo di presa di consapevolezza del problema.

La didattica a distanza ha inficiato sui giovani che vivono questa condizione?

Questa può aver avuto un effetto positivo su chi non riusciva ad andare in aula o chi stava pensando di abbandonare, poichè soffriva molto il bullismo o la relazione con i compagni: grazie alla dad ha potuto continuare a studiare nonostante l’assenza in classe, giovandone una sorta di sensazione di benessere. Per noi la dad era uno strumento importante anche prima dello scoppio del Covid-19: in alcune situazioni eravamo noi a chiedere l’attivazione della dad.

Fonte: hikikomoriitalia.it

Secondo lei perché questo fenomeno, per quanto vasto, resta ancora così poco conosciuto nel nostro paese?

Ci sono diversi motivi: il problema è che, per quanto vasto, questa situazione riguarda una percentuale minoritaria della popolazione. Vi sono tante altre problematiche che attraggono l’attenzione pubblica e mediatica in questo momento. È una questione che sta iniziando a essere trattata, ma vi è sempre qualcosa di più interessante per i mass media.

Il fenomeno dell’hikikomori riguarda molti giovani e molte famiglie: se 100.000 sono i ragazzi e ogni famiglia è composta da almeno 2/3 persone, l’impatto è molto ampio. Possiamo dire che tra genitori, ragazzi, parenti, è qualcosa alla portata di mezzo milione di persone in Italia. Parliamo ancora di una cifra percentualmente bassa, quindi per quanto faccia soffrire chi c’è dentro, chi lo vede da fuori tende a banalizzarlo, pensando che sia tutta colpa delle nuove tecnologie, dei genitori che non mettono abbastanza pressione sui figli e sui ragazzi, definiti fannulloni.

Vi sono ancora tanti stereotipi sul problema, il che rende difficile trattarlo tramite i mezzi di comunicazione di massa. C’è anche da dire che chi ne soffre tende a non chiedere aiuto e anzi a rifiutarlo, infatti spesso sono i genitori a chiedere aiuto e non i ragazzi. Se un problema è grave ma chi ne soffre non accetta l’aiuto perché se ne vergogna, come anche i genitori, vi è reticenza nel parlarne e nel far capire alle persone quanto sia pericoloso.

Cosa direbbe a chi si trova, come giovane che vive la condizione o genitore, a vivere questo fenomeno?

Ciò che direi cambierebbe a seconda che si tratti del ragazzo o del genitore. Al ragazzo direi che deve assolutamente chiedere aiuto, perché uscire da questa condizione da solo non è possibile (magari lui pensa che sia qualcosa di momentaneo o sostenibile per tutto il resto della sua vita), ma più passerà il tempo, più starà male. Deve avere la lucidità di capire che quella non è una situazione sostenibile sul lungo periodo, che quella è la strada sbagliata, un vicolo cieco, e che c’è un modo per vivere nella società anche se si è diversi dagli altri, che è possibile trovare la propria dimensione, il proprio modo di stare al mondo.

Anche ai genitori direi di chiedere aiuto: per loro, in alcuni periodi della vita, può esservi maggiore sofferenza rispetto ai ragazzi stessi. La persona hikikomori, forse, in quel periodo potrebbe stare momentaneamente bene, perchè sentirebbe alleggerire la pressione sociale, ma per il genitore è una sofferenza acuta. Di fatti potrebbe avere, da una parte, dei comportamenti che mettono ulteriore pressione al ragazzo e aggravare la sua condizione, dall’altra sono, però, questi sono anche delle vittime di questa situazione. Direi loro di non pensare di fare tutto da soli ma di chiedere aiuto davanti a quella che può rappresentare una delle maggiori sfide genitoriali alle quali ci si può trovare davanti. Devono mettersi in gioco, fare un percorso di crescita per arrivare a ristabilire un’alleanza genitore–figlio. Per fare questo è necessario comprendere quali sono le “buone prassi”, ovvero i comportamenti psico–interazionali da mettere in atto con i figli. L’obiettivo è che alla fine il ragazzo accetti e segua un percorso psicologico.

Fonte: hikikomoriitalia.it

Intervenuto come speaker al secondo TedXCuneo, Marco Crepaldi ha anche parlato alla società per far passare il messaggio che questo fenomeno riguarda tutti noi.

“Quando parliamo di hikikomori, parliamo sì di un problema del singolo, di un problema psicologico molto profondo, ma è un problema che può essere superato aiutando questi ragazzi, aiutandoli come società a trovare una motivazione, una motivazione intrinseca alla vita. […] Hikikomori è anche un problema della società, poiché ognuno di noi in qualche modo, nel suo piccolo, contribuisce a creare questa società che sempre più ragazzi percepiscono come eccessivamente pressante, competitiva, respingente, dai valori lontani da quelli che hanno loro. […]

Marco Crepaldi al TedXCuneo
Fonte: Malvina Montini

Dobbiamo cercare tutti come società, dalla scuola, alla famiglia, a ognuno di noi, d’interessarcene (ndr all’hikikomori) e riuscire ad aiutare questi ragazzi a tornare nella società. Creare una società inclusiva significa anche questo: riuscire a far stare nella società anche quelle persone che sentono questa forte pressione sulla loro diversità, che sia anche in questo caso una diversità caratteriale. […] Alla fine, hikikomori ci riguarda tutti.”.

Per maggiori informazioni, visitate le pagine InstagramFacebookYoutube, il sito intenet e il canale Telegram di Hikikomori Italia.

Malvina Montini

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