Musica e pregiudizio: dimmi cosa ascolti e ti dirò chi sei

Crediti immagine di copertina

Dimmi che musica ascolti e ti dirò chi sei. Anzi, ti dirò chi sei senza conoscerti. O, meglio ancora, ti dirò chi sei senza conoscere né te né tantomeno il cantante di quella canzone. Chissà ancora per quanto conterà più “cosa ascolti” rispetto a “cosa sei realmente”. Come se la musica che passasse per le tue cuffiette parlasse agli altri per te. Nulla togliere all’espressione musica come specchio dell’anima, però sarebbe meglio che per lo meno gli altri ti conoscessero davvero. “Se ascolti musica classica sei noioso”. “Se ascolti rap o trap sei un criminale”. “Se ascolti pop sei più propenso ad assumere stupefacenti”. E così via. Unicuique suum direbbero i latini. A ciascuno sia dato quanto è dovuto, anche se di dovuto, in realtà, c’è ben poco. Il pregiudizio è un’opinione che formuliamo precedentemente senza avere nessuna prova e può essere positivo, ma in genere è negativo. È un’opinione positiva o negativa su gruppi o oggetti, non documentata. Lo psicologo statunitense Gordon Allport a proposito del pregiudizio afferma che equivale a “pensar male degli altri senza una ragione sufficiente”. La definizione contiene i due elementi essenziali: riferirsi a un giudizio infondato e il valore negativo. Questo valore negativo è sostenuto da credenze negative, ovvero dagli stereotipi.

Crediti: State of Mind

Si sa che molti cantanti, nel passato, hanno fatto (per essere buoni) dei veri e propri scivoloni. Pensiamo a Vasco Rossi, per esempio. Negli anni ’80 il cantautore bolognese stava vivendo una vera e propria Vita Spericolata per colpa di tutte quelle Bollicine di Coca-Cola, lasciando tutti Senza Parole. Il problema, però, non ha coinvolto solo lui, ma anche i suoi ascoltatori. Insomma, si pensava che se Vasco si drogasse, di conseguenza lo facessero anche tutti i suoi fan. Come se i suoi attuali 1.489.456 ascoltatori mensili su Spotify prendessero parte a un gigantesco rave. Senza tener conto che in quel periodo i Vascomani erano molti di più.

Passando da un artista a un genere non può non essere preso in considerazione l’heavy metal. Iron Maiden, Led Zeppelin, Depp Purple, AC/DC… E chi più ne ha più ne metta. Dagli anni ’70 lo stereotipo padrone di queste band è uno e uno solo: heavy metal=musica satanista. La menzione di Satana all’interno di varie canzoni non deve essere interpretata come un concetto anticristiano, ma contro il sistema, volto all’opposizione nei confronti della “cultura delle celebrità”. Questo concetto, però, non è passato, e dunque siamo finiti ad avere tutt’oggi mamme preoccupate per i loro dolci figlioletti che ascoltano gli Aerosmith.

Il problema dello stereotipo come voce della verità colpisce tutti, specie i più giovani. Quante volte, alle scuole medie magari, “non potevi” far sapere che ascoltavi quel determinato cantante perché altrimenti saresti stato considerato “quello strano” del gruppo? In un periodo così delicato quale può essere l’età preadolescenziale, quella fase in cui non si è né carne né pesce (tanto per intenderci), il parere altrui è molto, molto importante. Ne va del futuro dell’individuo. E anche del cantante. Prendiamo in considerazione una piccola società in cui un gruppo di giovani decide di non ascoltare più quel cantante per paura di cosa possano pensare gli altri: quest’ultimo ne risentirà artisticamente e statisticamente. Oppure mettiamo caso che si decida ugualmente di continuare a supportare quell’artista: l’ascolto delle sue canzoni avverrà in una chiave di lettura differente, vittima di quel dannato pregiudizio.

“Alcuni pensano che la società moderna sarà in perenne mutamento […] Quanto a me, io temo che finirà con l’essere troppo immobilizzata nelle stesse istituzioni, negli stessi pregiudizi […] che l’umanità si troverà bloccata e ingabbiata; che la mente oscillerà eternamente avanti e indietro senza generare idee nuove; che l’uomo dissiperà la sua forza in oziose, solitarie frivolezze; e che, pur essendo sempre in movimento, l’umanità cesserà di avanzare (Alexis de Tocqueville)”.

Francesco Trono

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