La street art torinese alla Biennale di Venezia

Intervista a Rebor, l’artista che con il suo rosa acceso colora la grigia Torino

Rebor, anche conosciuto come Mr. Pink, è un artista del pinerolese noto per le sue istallazioni in rosa. Ma la sua arte non è solo questo, l’ha dimostrato ancora una volta vincendo il primo premio di street art alla Biennale di Venezia di quest’anno, con la sua opera Rivelazione digitale. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui per scoprire di più sulla sua poliedrica originalità e sul mondo della street art.

Raccontaci qualcosa di te, come ti presenti?

“Mi chiamo Marco Abrate, in arte Rebor. Ho 25 anni e mi sono approcciato agli studi artistici fin da piccolo, già alle medie sapevo come sarebbe stato orientato il mio percorso. Di conseguenza ho frequentato il liceo artistico e mi sono da poco diplomato all’Accademia di Belle arti di Torino. Ora faccio quello che ho sempre voluto fare: l’artista”.

Come si sviluppa fin dall’infanzia questo tuo incontro con l’arte?

“Nasce principalmente da un’esigenza. Al liceo ho avuto molti problemi di dislessia e sono stato bocciato al secondo anno. Le uniche materie in cui ero bravo erano pittura e fisica. Ai tempi nessuno sapeva che fossi dislessico ed ero molto ostacolato. Proprio in quei momenti di disagio ho scoperto cosa volessi fare veramente, per questo mi piace dire che spesso è dalle difficoltà che nasce la creatività! In Accademia è cambiato tutto: talmente mi piacevano le materie che studiavo che avevo sempre il massimo dei voti, era tutto così interessante. In quel momento più che mai mi è sembrato vero che se ami quello che fai non lavorerai mai un giorno della tua vita. È stata una splendida evoluzione: dal ripudio della scuola al liceo all’innamorarsi di alcune materie all’università”.

Il tuo incontro con la street art com’è avvenuto?

Ho iniziato a fare graffiti a 13 anni. Al proposito, un mio vecchio amico che faceva graffiti con me mi ha recentemente raccontato una cosa bellissima: quando avevo iniziato a graffitare ero perfino andato in comune a chiedere il permesso. Quelli del comune mi avevano ovviamente guardato storto, e lì avevo capito che per cambiare le cose non devi chiedere il permesso, casomai agisci e poi chiedi scusa [ride]. In seguito ho sviluppato il mio discorso artistico dal writing, alla street art, alla poster art e stencil. Fino ad arrivare il punto in cui tra i 18 e i 19 anni non mi bastava più: volevo dire qualcosa con l’arte e trovavo i graffiti troppo limitanti. Per questo ho voluto sviluppare il concetto di street art dal mio punto di vista, ad esempio ribaltando il dogma dello street artist come personaggio anonimo.

Nel 2017 ho iniziato con un’opera in piazza San Carlo chiamata Improvviso: mai ubriacarsi di ubriachezza per ricordare i terribili fatti che successero lì. Da quel momento i media decisero di affibbiarmi il nome Mr. Pink, a causa della mia predilezione per il colore rosa. Da quel momento decisi di creare un artista me stesso che opera sui media, i quali diventano parte dell’opera stessa: io metto un’opera nel mondo analogico, in strada, che però dura pochissimo perché danneggiata o rimossa. La stessa opera continua poi a vivere sui media e sui social. E magari dopo anni ritorna, come se venisse riesposta, ad esempio tramite degli articoli”.

Come mai hai scelto di occuparti di street art e istallazioni?

“La mia idea era quella di creare un’arte consapevole, e la street art era uno dei contesti in cui mi trovavo meglio. In ogni caso io non mi etichetto, cerco di fare un buon lavoro e l’importante e che io sia soddisfatto di ciò che racconto.

Citando Spielberg “se vuoi fare un’opera che duri nel tempo devi attingere da emozioni umane”. Come mai la pietà di Michelangelo è ancora così contemporanea? La risposta sta nel fatto che tu sia credente o meno, realizzazioni di questo tipo raccontano ancora oggi emozioni umane, in questo caso la fatica e lo sfinimento. Questo è il potere dell’arte secondo me: strizza l’occhiolino al fatto che tutto sia impermanente“.

Riguardo i tuoi due nomi: come hai detto Mr. Pink te l’hanno dato i media, invece Rebor da cosa nasce? Qual è il rapporto tra queste due figure?

“È una cosa che non voglio ancora svelare, ma comunque è un nome che ho scelto semplicemente come mia firma. Nel mio percorso artistico le due figure hanno due letture diverse ma uguali: con Rebor realizzo opere più “da galleria”. In particolare realizzo finti muri in cemento e poi con l’intonaco che va a screpolarsi creo delle immagini, stimolando la creatività umana dal momento che queste immagini non sono immediate da vedere. Anche alla Biennale c’erano molte persone che rimanevano spiazzate dopo aver visto l’immagine che subito non coglievano.

La stessa cosa succede con le opere di Mr. Pink, ovvero le istallazioni in rosa che ti lasciano spiazzato mentre magari stai semplicemente passeggiando. Le opere con l’intonaco rappresentano il tempo che passa, con questi frammenti di intonaco che tuttavia io imprigiono nella resina fermandoli nel tempo. Invece nel discorso Pink, le istallazioni durano poco nel mondo analogico ma sopravvivono nei social”.

Annientamento
Emersioni
Memoria lontana

Ci parleresti delle tue opere preferite?

“In realtà non ne ho nessuna preferita. Mi interessa concentrarmi molto nel processo per poi non rimanere troppo attaccato all’opera quando questa è stata realizzata. Mi piace raccontare e rappresentare il tempo che stiamo vivendo, così sfuggente e immediato. Se tutto quanto può durare così poco, la lezione bellissima è che devi essere consapevole di vivere appieno proprio a causa di questa caducità“.

Dove trai la tua ispirazione?

“Principalmente dai viaggi che faccio, dalla cultura che apprendo. Spesso si va in errore pensando che l’artista sia una sorta di tuttologo, al contrario l’artista è un curioso. Ad esempio il mio viaggio in Cina mi ha insegnato tantissimo, una società così diversa mi ha fatto paradossalmente comprendere molto della nostra, però sotto un’altra lente. Come diceva Picasso, vai a “rubare” per curiosità le cose che vedi nel mondo. Io assimilo in questo modo la diversità, che è uno dei processi più belli al mondo. Tuttavia io credo che viaggiare sia importante, ma studiare e conoscere la cultura lo sono anche moltissimo”.

Questo tuo interesse nei confronti della cultura cinese si riflette in alcune delle tue opere?

“Si riflette principalmente nelle opere sui muri, ma in alcuni casi anche nel Pink. Diciamo che questo viaggio mi ha dato grande consapevolezza come persona e questo si è poi proiettato nelle mie opere d’arte”.

Questo pink, il rosa che rappresenta un fil rouge in molte tue opere, che significato ha?

“Per il rosa mi sono ispirato molto ai colori sgargianti delle pubblicità, attira l’attenzione, oltre al fatto che è un colore che non si trova molto nelle città in cui prevalgono colori neutri. Inoltre lo utilizzo un po’ come un velo di maya in istallazioni che hanno un significato molto forte: il rosa va a creare un ossimoro che crea equilibrio, come l’opera di cui parlavamo in piazza San Carlo. Questo fucsia rendeva la ruota come un gigante Big Babol sebbene nell’istallazione schiacciasse un essere umano. Le persone andavano a farsi le foto con l’opera sebbene fosse molto macabra”.

Generazione boh (2019, Milano)
Improvviso: mai ubriacarsi di ubriachezza (2017, Torino)
Convivenze forzate N.1522 (2021, Torino)

Quanto conta per te l’opinione pubblica, andarla a stuzzicare con la tua arte?

“Secondo me, una delle cose più divertenti da fare nelle mostre in cui espongo è andare vicino alle persone a sentire cosa dicono. Si impara tantissimo su ciò che gli altri carpiscono della tua arte. Spesso alle mostre mi si chiede cosa significhi un’opera, ma non mi piace dirlo, mi interessa molto di più cosa suscita negli spettatori“.

Cosa ci racconti dell’opera alla biennale?

“È stata un’esperienza bellissima e devo ammettere che non me lo aspettavo per niente. In quel periodo lavoravo tantissimo, e quando il comune di Venezia mi ha chiamato dicendomi che avevo vinto il primo premio in street art sono rimasto spiazzato. L’opera era già stata esposta alla mia prima mostra personale a Milano, curata da Giorgio Bonomi, ma non mi aspettavo niente di tutto ciò”.

Come hanno reagito le persone rispetto a Rivelazione digitale?

“Quello che ho adorato è che quasi nessuno vedeva l’immagine dell’opera nell’immediato, neanche lo stesso sindaco di Venezia. È stato divertentissimo e anche significativo, sottolinea che è importante prestare attenzione alle cose. Le mie opere non sono immediate, mi piace donare questo senso di necessità di fermarsi a capire cosa si sta guardando, un paradosso interessante rispetto all’immediatezza dei social e del mondo in cui viviamo. La cosa ancora più bella è che spesso la gente vede forme che non ci sono. In questo senso è stupendo vedere la creatività degli spettatori al lavoro, ma è anche importante dare titoli alle opere che indirizzino ciò che voglio dire”.

Rivelazione digitale

Nominando spesso i social. Pensi che possano essere un mezzo per la tua arte?

“Assolutamente. Ovviamente bisogna avere una via di mezzo tra il venerarli e l’odiarli. Oggigiorno non funziona né l’artista con milioni di followers che però non si relaziona con il mondo analogico, né chi lavora troppo in studio e non usa i social. Sono cose che necessitano di equilibrio. Questo lo spiega benissimo il film di Spielberg Ready Player One: utilizzare il mondo digitale è utile ma non si deve dimenticare la vita presente. È un mezzo ma non un obiettivo”.

Cosa ha significato per te il traguardo della Biennale?

“Ci ho messo un po’ per realizzarlo sinceramente, dopodiché l’ho presa come se avessi ricevuto fiducia dalle persone. Questo è il vero premio. La vittoria vera è stata la consapevolezza di quanto seriamente devo prendere il mio lavoro, senza attaccarmi ai successi. Sono molto leonardiano secondo questo punto di vista, penso che la ricerca artistica non finirà mai. A volte è un difetto, perché non mi godo mai i miei successi, tendo a imparare di più dai fallimenti. Perciò questo traguardo per me non è stato il coronamento di un percorso ma solo l’inizio“.

Cosa vedi nel tuo futuro?

“Ho sempre avuto una visione a lungo termine delle cose, e spesso penso ad un me stesso di ottant’anni che guarda indietro ed è soddisfatto della propria vita. Questo per me è lo scopo: raggiungere i propri obiettivi ed esserne soddisfatto, senza però essergli troppo attaccato. L’importante è fare un buon lavoro“.

L’opera di Rebor Rivelazione digitale rimarrà esposta alla Biennale di Venezia 2022 per tutta la durata dell’evento, fino al 27 Novembre. Se vuoi dare un’occhiata alle altre opere del nostro artista in rosa preferito visita il suo sito http://www.reborart.com/.

Caterina Malanetto

Crediti immagini: reborart.com

Crediti immagine di copertina: thesocialpost.it

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...