Intervista al fotografo Daniel Rineer

In occasione della sua esposizione “Ego Revivisco: in the next century”, abbiamo parlato con Daniel Rineer, fotografo, artista e musicista americano. Il suo vernissage, ospitato dall’Associazione Culturale ATB, fa parte del più ampio progetto #nEXTRAditio, volto a promuovere i progetti legati al territorio. Le opere di Daniel Rineer sono un mix di digitale e manuale, di realtà e astratto, che lasciano al pubblico la scelta dell’interpretazione.

L’intervista si è svolta in inglese, la traduzione è a cura della redattrice.

Da dove vieni? Qual è il tuo percorso accademico e lavorativo?

Sono nato in Alaska nel 1981 ma la mia famiglia ha sempre viaggiato molto, per cui mi sono spostato tanto anche da piccolo. A vent’anni mi sono trasferito a New York, dove ho vissuto per dieci anni. Lì, ho lavorato in vari musei e gallerie, ad esempio per il MOMA PS1 e altre gallerie nel Chelsea, facendo svariati lavori. All’inizio mi occupavo di sistemare le opere all’interno delle gallerie, poi ho cominciato a documentare questi lavori, collaborando con artisti e curatori: ho lavorato con persone importanti e ho imparato molto anche su come fare io stesso arte. Nel frattempo suonavo in un sacco di band facendo soprattutto musica sperimentale. Dopo mi sono trasferito nelle Filippine, a Manila, dove per due anni ho studiato fotografia, facendo esperienza di stili diversi ma anche imparando ad usare vari software per foto e video, come Photoshop, oltre che ovviamente usare il metodo analogico. In quel periodo ho anche viaggiato molto, documentando tutto attraverso le mie foto. Nonostante questo però ho capito che stavo cominciando ad annoiarmi, per cui da Manila mi sono trasferito qua a Torino, l’anno prima dello scoppio della pandemia. Appena sono arrivato, nel 2019, ho fatto un corso di giornalismo fotografico all’International Center of Photography di New York ma mi stavo stancando della fotografia. Volevo fare qualcosa di diverso. Durante il periodo del lockdown ho seguito un corso di stampe presso il Print Club di Torino, concentrandomi sulla serigrafia (ndr. si tratta di un procedimento di stampa di tipo permeografico molto antico e utilizzato anche da artisti moderni come Andy Warhol). Stampavo le immagini e poi le modificavo, per creare qualcosa di diverso, per vedere quali effetti potevo ottenere cambiando il processo di stampa, usando sia processi di fotografia analogica che scanner digitali. Adesso, quindi, faccio ancora fotografie ma poi le prendo e le taglio a pezzi, le incollo, le riorganizzo, le fotografo di nuovo, le metto su un software per la colorazione, per esempio Photoshop, e aggiusto i colori, e alla fine le ristampo. E’ un processo molto pragmatico. Quello che facevo prima, creare una semplice immagine perfetta, non mi piace più: i miei lavori adesso sono il risultato di una serie di processi, anche fisici. Scelgo una bella foto in termini di qualità, e la smonto (ndr. to disassemble) per darle un nuovo significato: prendo qualcosa di perfetto e lo ri-immagino. Capita spesso di compiere degli errori durante questi processi, alcuni anche intenzionalmente: molti di questi però creano qualcosa di bello, anche se non ce lo aspettiamo.

Quindi può capitarti di immaginare un risultato ma ottenere, alla fine, qualcosa di diverso dalla tua idea iniziale?

Esatto, ci si può avvicinare ma non è mai perfetto: è qui che sta la magia. Le mie opere possono sembrare strane a qualcuno ma quello che mi esalta è proprio che queste sono parzialmente create dagli errori delle macchine. Invece di eliminare questi errori che per gli altri possono essere qualcosa di negativo, io li includo nella mia opera e li esagero: per questo il processo non è mai noioso. Adesso, ad esempio, sto lavorando sia con la tecnica della serigrafia che con quella risograph (ndr. un processo di stampa giapponese che permette di creare delle stampe imperfette e quindi uniche, come se fossero fatte a mano).

Raccontaci qualcosa di più sulla tua esposizione.

Il mio attuale progetto è una mostra personale, ospitata dall’Associazione culturale ATB. Una sera, nella sala dell’esposizione, ho suonato con la mia band Plastic Palms: era un fuori programma ma è stato un bell’evento. In generale questo progetto è un’opportunità per portare la gente fuori casa dopo il periodo che abbiamo passato, e sono contento che tantissime persone siano venute. Molte opere che sono esposte lì le ho fatte proprio durante il periodo del lockdown.

Che cosa cerchi di esprimere tramite la tua arte?

Le persone tendono a cercare sempre una risposta emotiva nell’arte: per me è logico per la musica ma non per l’arte visiva che invece ritengo essere più pragmatica, anche se alla fine proviamo qualcosa osservandola. Quando però mi chiedono come mi sento mentre realizzo le mie opere rispondo che in realtà non cerco di sentire qualcosa, non penso a niente in particolare. Ora sto sperimentando una cosa nuova: pitturo su queste stampe, usando i pastelli ad olio sulle serigrafie. E’ un processo complicato e devo incrociare le dita ogni volta affinché tutto vada bene: in genere lavoro su grandi stampe, che posso realizzare solo in laboratorio tramite un lungo procedimento, per cui se ci dipingo sopra e non funziona è uno spreco di tempo e di denaro. Sono molto attento però, creo magari 2 o 3 stampe in modo da avere un margine di errore. Se poi i risultati non mi soddisfano taglio le parti che mi piacciono di più e le uso in un altro modo, per questo archivio sempre tutto il mio materiale, così in futuro posso riutilizzarlo.

La maggior parte delle opere esposte al vernissage ruota intorno al tema del volo. Come mai la scelta di questo soggetto?

Penso che a livello emotivo sia collegato al bisogno di libertà che sentivo durante il lockdown. Non è qualcosa a cui pensavo a livello razionale, ma comunque il soggetto riguarda la libertà, l’aria, il volare e in qualche modo il respiro. Ci sono anche delle immagini di aeroplani in scene di guerra: in quel caso ho voluto intenzionalmente prendere la fotografia di una situazione terribile e renderla qualcosa di bello, ma allo stesso tempo anche sabotarla, farla apparire innaturale. Trovo difficile spiegare questa cosa adesso, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina anche se io le ho create prima e non hanno niente a che fare con questa situazione. Per quanto riguarda il futuro, ho un sacco di nuovi lavori che vorrei esporre qui a Torino, ma in realtà devo ancora imparare a conoscere la città: è ancora nuova per me.

Perché hai scelto Torino?

In primo luogo perché io e mia moglie abbiamo trovato lavoro qui: vivere in Asia è stata una bellissima esperienza ma volevamo trasferirci e adesso il piano è rimanere a Torino. Molte persone mi chiedono perché ho scelto una città piccola anziché Milano o Roma ma per me, che vengo da New York, Torino è rilassante, c’è la giusta atmosfera per fare arte e anche insegnare inglese, che è il mio lavoro, mi piace qui. A New York non hai tempo per te stesso, lavori e basta: è una città molto intensa e anche molto cara. Torino è un ottimo cambiamento, soprattutto dopo le Filippine: quando sono arrivato lì era da poco stato eletto Rodrigo Duterte e il clima politico era piuttosto pesante.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Qui a Torino sarei interessato a dei progetti di arte pubblica ma sto ancora parlando con un po’ di contatti del governo locale per capire cosa devo fare. E’ solo un’idea per ora quindi non voglio dire di più, anche perché potrebbe essere un processo molto lento, si potrebbe programmare qualcosa per l’autunno perché c’è un po’ di lavoro da fare prima. E poi sono già pronto al fatto che d’estate tutti lasceranno Torino: io probabilmente passerò qualche settimana in una residenza artistica, un luogo che ti ospita a vivere per qualche tempo mettendoti a disposizione tutti gli strumenti di cui hai bisogno per produrre arte; se poi il tuo lavoro piace spesso è organizzata anche un’esposizione alla fine del percorso.

Per saperne di più sull’arte di Daniel Rineer visitate il suo sito web, https://www.danielrineer.net/.
Per quanto riguarda la sua attuale esposizione, potete trovarla fino al 20 maggio in Via Riccardo Sineo 10, è aperta al pubblico mercoledì, giovedì e venerdì dalle h. 15.00 alle h. 18.30, https://www.atbassociazioneculturale.org/event-details/ego-revivisco-in-the-next-century. La band di di Daniel Rineer, Plastic Palms, si esibirà presso il Cinema Teatro Maffei in occasione della premier del film “Il grande caldo”, qui potete trovare i dettagli dell’evento: https://www.facebook.com/events/cinema-teatro-maffei/il-grande-caldo/2841467316157054/

Marta Fornacini

Tutte le immagini all’interno dell’articolo sono state gentilmente concesse dallo stesso Daniel Rineer e fanno parte delle opere esposte al vernissage.

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