Distorsioni mediatiche

La disinformazione è ormai parte della nostra società: una distorsione di notizie e immagini da cui derivano informazioni solo verosimili, fatte ad hoc affinché non risultino troppo fuori dal mondo, ma che, al tempo stesso, abbiano un fondo di verità.

In tempi recenti, l’esempio che spicca è quello della propaganda russa che smentisce il conflitto in corso come guerra vera e propria e che contribuisce alla diffusione delle fake news. Il potere mediatico è così forte e manipolativo che, di fronte ad avvenimenti come la distribuzione di giornali russi agli ucraini nelle città conquistate, nei quali si afferma che non c’è nessuna guerra, non si può fare a meno di ricordare il romanzo distopico di George Orwell: 1984.

Il governo russo non si ferma solo a questo: non basta semplicemente smentire le notizie che fanno il giro del mondo, ma i filmati degli scenari di guerra vengono ricostruiti, zoomando su particolari sfocati che mostrerebbero movimenti strani dei corpi stesi a terra, in modo da far intendere a chi li guarda che si tratta solo di una messinscena e che i cadaveri per le strade sono in realtà attori che recitano.

Sembra surreale, eppure è ciò che si sta diffondendo sui social in questi mesi, anche al di fuori dei confini russi. Tali contenuti sono giunti persino nel nostro paese, col contributo di personaggi politici che, mettendo in dubbio i massacri della guerra, contribuiscono a creare falsa informazione.

L’importanza crescente dei social media ha un ruolo fondamentale nella creazione di distorsioni di questo genere. Questa continua interconnessione favorisce in alcuni casi lo scambio di idee e opinioni, e in altri la diffusione di notizie che hanno quell’elemento che interessa e smuove la nostra attenzione dalla vita quotidiana e a cui non è solo facile, ma è anche bello credere.

Fuori dal contesto della guerra, un altro esempio di falsa informazione è la diffusione di filmati di talk show in cui i politici, di fronte a una domanda sconveniente, sembrano restare in silenzio. Questo filmato è – ovviamente – modificato e nasce non per creare falsa informazione, ma per prendere in giro e generare risata; spesso, però, viene messo in rete e fatto sembrare come realmente accaduto.

Di fronte a questi e a molti altri esempi è nata una mobilitazione generale e ora nei canali RAI, tra film e pubblicità, spuntano brevi filmati di “Pillole contro la disinformazione”. Esse puntano a lanciare un appello, specialmente ai giovani ma anche al resto degli utenti, per indurre a usare prudenza navigando sui social, cercando di fare chiarezza sul caos informativo nel conflitto Russia-Ucraina, sulla fabbrica dei troll, sui deep fake, sui social bot, sull’anti-vaccinismo, sulla disinformazione, sul cambiamento climatico e molto altro.

È importante fare distinzione tra disinformazione e misinformazione. Entrambi i termini si riferiscono alla diffusione di notizie false, ma la differenza tra i due è l’intenzione alla base: si parla di disinformazione quando la diffusione di contenuti falsi è voluta; la misinformazione avviene, invece, senza un preciso intento. Questo perché la libera accessibilità, la facile reperibilità e il continuo bombardamento di notizie e informazioni generano confusione e distorsioni; gli stessi giornali, che dovrebbero essere una guida in questo mare di dati, diventano complici di questo caos che produce cattiva informazione.

Non bisogna pensare che i social media siano il buco nero della realtà, al contrario, essi possono contribuire a renderci responsabili delle nostre azioni e di ciò a cui scegliamo di credere. Possono rappresentare un banco di prova per la nostra capacità di discernere il vero dal falso, di cogliere tutte le possibili direzioni del caso sfruttandole al massimo, così da avere una visione completa della realtà. Se usati con prudenza e attenzione, i social possono aiutarci a costruire un nostro pensiero critico.

Maria Ottaviano

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