La fotografia di Gabriele Galimberti

Gabriele Galimberti è un ragazzo di Rigutino, la città dove è nato e cresciuto e dove ha scoperto la fotografia, oggi è noto come vincitore del World Press Photo Award 2021. La sua carriera inizia con un viaggio improvvisato in Texas durante il periodo dello Spring break – quel momento dell’anno in cui si fermano le scuole e tutti gli studenti si recano nel Sud degli Stati Uniti per festeggiare. Nel corso di questo viaggio inizia a fotografare tutto quello che gli accade intorno, per poi inviare i suoi scatti a diverse riviste, tra cui Vanity Fair che decide di pubblicarli.

“Ho creduto di poter fare questo lavoro e quindi ho continuato a viaggiare” confessa all’International Journalism Festival 2022.

Era il 2007 e si trovava a Pechino per fotografare le Olimpiadi, ma per continuare a viaggiare doveva trovare una soluzione confacente anche ai mezzi che aveva. Voleva arrivare nel Sud della Cina, ma non era molto facile all’epoca e così scopre il CouchSurfing. Il CouchSurfing è un social network nel quale, dopo aver pubblicato la propria pagina, ci si può scambiare ospitalità gratuita in giro per il mondo. Questo gli permette sia di aprire una propria rubrica sulla rivista Repubblica delle Donne, anche noto col nome di D, sia di viaggiare in 58 paesi diversi, rimanendo, in ognuno di essi, circa una settimana ciascuno. Ad ogni tappa realizzava un ritratto fotografico della persona ospitante con annessa una breve didascalia del racconto. Il viaggio alla fine durò due anni.

L’idea che ebbe Galimberti, fu quella di creare un ritratto fotografico ed inserire nell’immagine alcuni elementi che avrebbe poi riportato nel racconto del viaggio, immortalando così ogni genere di situazione. L’obbiettivo non era quello di raccontare i posti in cui dormiva, ma raccontare le persone che avevano deciso di aprire la loro casa a uno sconosciuto e con cui aveva condiviso un piccolo pezzo della loro vita.


Avendo l’opportunità di poter fare il giro del mondo, decide di combinare e realizzare più progetti, così, pochi giorni prima della sua partenza, fotografa la figlia di un’amica che stava mettendo in ordine i suoi giocattoli. La scena fotografata gli suggerisce una nuova serie: Toy stories, che ripeterà in ogni paese che visiterà.

Qualche anno fa, un magazine svizzero, gli assegna un reportage fotografico a Como per raccontare la storia di centinaia di migranti che, nel tentativo di attraversare il confine, erano stati bloccati in un enorme accampamento. Galimberti decide di non fotografare le situazioni di disagio presenti nella stazione, inizia a cercare una diversa prospettiva per raccontare questa storia. Trascorre un paio di giorni con questa comunità, cercando di creare delle connessioni più vere e scopre che ognuno di loro aveva svolto un lavoro nel paese di origine, lavoro che desideravano poter continuare in Italia o nel paese di destinazione. In questo reportage ha quindi deciso di fotografare il loro possibile futuro. Nasce così la raccolta di “Working Class Heroes”.

Durante un viaggio a Kansas City entra, quasi per caso, in un negozio d’armi e inizia a parlare con alcuni clienti, fino a quando non entra in confidenza con uno di loro che gli confessa di avere 60 pistole a casa.

Nasce per caso la prima foto del reportage “The Ameriguns”. Questa raccolta fotografica racconta di un argomento molto attuale in America, ovvero il possesso di armi da fuoco. Inizia così il viaggio basato su una prima ricerca: ci sono 400 milioni di armi da fuoco registrati ad uso privato per 320 milioni di abitanti (quindi più di un’arma a testa). La ricerca è avvenuta principalmente tramite Instagram cercando canali o profili dove c’erano post di armi molto frequenti; molti di loro infatti sono influencer.

Ad ognuno di loro ha posto più o meno una ventina di domande abbastanza simili che avrebbero inquadrato il tipo di persona che aveva davanti: dalla prima volta che hanno sparato fino alla reazione che potrebbero avere se il governo mettesse al bando tutte le armi e le richiedesse indietro.

Viene sfatato un mito: “La cultura delle armi è trasversale negli Stati Uniti, perché non è detto che chi ha tutte queste armi sia per forza un repubblicano che ha votato Trump”.

Il lavoro di Galimberti richiede una considerevole quantità di tempo, che varia rispetto al tipo di fotografia da fare; quindi rispetto all’attrezzatura da montare, la foto da impostare e ovviamente, il viaggio. Di tutte le persone intervistate e fotografate non rimane solo l’immagine, ma informazioni e soprattutto dense storie che, forse, si potranno reperire tra qualche mese su una serie Netflix.

Maria Ottaviano

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