Bury your gays

Ogni narrazione riporta tropi comuni al genere. Ma gli stereotipi fanno male, specie quando a esserne vittima sono minoranze che non godono di grande rappresentazione nei mainstream media. Il caso di Bury your gays è uno dei tanti esempi da cui attingere: perché le coppie lgbt non riescono mai a conquistare un finale felice? Attenzione, l’articolo prende in analisi The 100, Brockback Mountain, Killing Eve e The Haunting of Bly Manor, pertanto potrebbe contenere spoiler.

Lexa, personggio della serie The 100


Nato già a partire dal diciannovesimo secolo, questo tropos letterario si traduce letteralmente con “seppellisci i tuoi gay” e si riferisce al finale tragico di una coppia di persone dello stesso genere (di solito una morte ingiustificata ai fini dell’economia della trama); non solo: è molto comune che la coppia stessa sia stata appena ufficializzata prima dell’improvvisa dipartita di uno dei componenti.
Nei secoli scorsi, il Bury Your Gays poteva essere un escamotage per evidenziare lo stato di scarsa lucidità del personaggio sopravvissuto, che subito dopo la morte dell’amante cadeva tra le braccia di un partner del genere opposto. In alternativa, gli stessi autori appartenenti alla comunità, nel corso dei decenni, hanno fatto leva su questo tropos così da raccontare storie di vite simili alle loro, pur mantenendo un tono consono ai costumi dell’epoca.
Oggi invece il suo abuso appare ingiustificato: se un tempo questo stereotipo poteva servire a rappresentare coppie diverse e a raccontare storie degli allora emarginati, oggi questa funzione pare essere divenuta obsoleta.


Perché è così ricorrente?


Da cult come V per Vendetta alle più nuove serie tv Black Mirror e Chicago Fire, passando per libri per ragazzi come Insurgent, i personaggi queer morti in nome di questo tropos sono più di duecento: eclatante il caso di Lexa nella serie tv young adult The 100, con la morte del personaggio di Alicia Debnam-Carey, colpita da una pallottola vagante poco dopo essersi dichiarata. Caso, questo, che nel 2016 in particolare ha sancito definitivamente il momento di rottura con il passato, con tanto di petizioni online contro un trattamento così superficiale dei personaggi non etero.

Gli sceneggiatori si difendono parlando di realismo, specialmente per ciò che concerne narrazioni storiche, ma è possibile che il problema sussista ancora oggi per cause molto più subdole. La nostra società è ancora abituata, e quindi desensibilizzata, a episodi di violenza contro minoranze: da qui l’immaginario del personaggio lgbt bistrattato e ucciso, magari proprio per il suo orientamento sessuale. Si pensi a Esther nel celeberrimo romanzo di Sylvia Plath, La campana di vetro, o al romanzo di James Baldwin La Stanza di Giovanni: il primo personaggio muore suicida dopo essere finita in manicomio per, tra gli altri motivi, essere lesbica; pari merito la premessa del romanzo di Baldwin è quella di un uomo omosessuale che narra le sue ultime ore di vita.

Le narrazioni eterosessuali e romantiche non mancano certo di finali tragici e anche in questo caso gli esempi sono innumerevoli. È forse per questo che il pubblico fatica a notare la differenza di trattamento: se da un lato si parla di amore per il dramma e finali tragici, e cioè di opinioni prettamente personali, dall’altra si parla di un’incidenza statistica difficilmente ignorabile, considerato che le coppie non eteronormative nei media sono sempre state una netta minoranza.
Tra le maggiori vittime, per così dire, del Bury Your Gays, spiccano donne lesbiche e bisessuali. Si tratta di numeri a tre cifre che nel solo ultimo anno sono aumentati con serie come Killing Eve, ove Villanelle, una delle due protagoniste muore improvvisamente e a pochi minuti dal finale di serie, anche qui poco dopo aver baciato la controparte Eve.

Eve e Villanelle, protagoniste della serie Killing Eve

Esistono, dunque, casi moderni in cui questo tropos è utilizzato in modo intelligente?
I segreti di Brockback Mountain (2006) porta in scena una fine tragica e dolorosa, con la morte improvvisa e fuori scena di Jack, uno dei due protagonisti interpretato da Jake Gyllenhaal: tuttavia la dipartita arricchisce il film, mostrando in modo scioccante e inaspettato la realtà omofoba e machista dell’America rurale degli anni cinquanta. Una scelta che oggi potrebbe apparire banale, ma che nei primi anni duemila aveva costituito un vero e proprio azzardo cinematografico.
Lo stesso si potrebbe dire del secondo capitolo della serie antologica di Mike Flamagan: The Haunting of Bly Manor. Qui la morte il personaggio di Dani alla fine della stagione non è l’ennesimo pretesto per uccidere un personaggio lgbt, anzi, si inserisce perfettamente all’interno della trama, dove la dipartita della protagonista è conseguenza di un sacrificio da lei compiuto per risolvere il conflitto principale, e cioè per allontanare definitivamente dal maniero di Bly uno spirito in cerca di vendetta.

Ennis e Jack, protagonisti del film I segreti di Brockback Mountain



D’altro canto serie come Black Sails e Pose, film come The Old Guard e libri come Racconti di una Città sembrano farsi beffa del triste stereotipo: i loro personaggi queer continuano a salvarsi e a ritrovarsi dopo ogni peripezia.
L’augurio è che nei prossimi anni venga assegnato un ruolo più rilevante ai personaggi queer: un trattamento, quindi, che non li veda schiavi di una narrazione più grande, ma veri e propri motori d’azione su cui la trama si basa.

Rebecca Siri

Crediti immagini in evidenza: https://birdmenmagazine.com/2021/10/23/segreti-di-brokeback-mountain/

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