Mete turistiche per gli antichi Romani

L’estate è già iniziata e, oltre a giornate calde e soleggiate, la bella stagione significa anche vacanze. Staccare dalla solita routine quotidiana, anche solo per un rapidissimo fine settimana fuori porta, fa sempre piacere. Ma dove andare?

Anche nel campo delle ferie, gli antichi Romani dicevano la loro: se nell’antichità, infatti, esisteva già il concetto di viaggio di lavoro (basti pensare alle rotte commerciali che toccavano i porti del Mediterraneo) o quello di studio o per altri motivi più disparati (da quello personale, a quello religioso), i Romani hanno introdotto anche quello prettamente finalizzato al riposo.

Naturalmente non tutti i cittadini dell’impero potevano permettersi di viaggiare, specie di recarsi in luoghi esotici e costosissimi, ma è comunque interessante scoprire dove riposasse la nobiltà romana per allontanarsi dal traffico cittadino.

La costiera napoletana

Potremmo immaginare la classica cartolina del golfo di Napoli con il pino marittimo e il Vesuvio in lontananza come sfondo delle fastosissime ville sulla costiera napoletana. Le città più in vista dove trascorrere le vacanze erano, infatti, le famosissime Ercolano e Pompei, ma vi erano anche Stabia, Oplontis e Baia.

In questi centri abitati meravigliosi (e dobbiamo immaginare all’epoca completamente immersi nella vegetazione marittima), oltre ai residenti, chi se lo poteva permettere acquistava una villa al mare, come si usa ancora oggi. Inutile dire che le abitazioni erano dotate di qualsiasi lusso immaginabile: piscine, bagni e terme privati, palestre per la cura del corpo, terrazze con vista sul mare, biblioteche ricchissime per dedicarsi allo svago della mente, magari anche un collegamento diretto con il mare e un piccolo porto da cui partire per una gita in barca.

A fine giornata, poi, le feste non mancavano e i padroni di casa facevano di tutto per ostentare la propria ricchezza, organizzando suntuosissimi banchetti.

L’Arcadia: il sogno di tutti quanti

Il sogno di tutti i cittadini romani, specialmente per quelli della grandissima e affollata Roma, era, però, quello di rifugiarsi in un locus amoenus, cioè in luogo meraviglioso dove non vi fosse nulla legato alla vita cittadina, ma in cui vi fosse solo la vegetazione fertile e rigogliosa, sempre utopisticamente in fiore, dove vi fossero greggi e armenti al pascolo e dove ci si potesse adagiare su un morbido letto di foglie o muschio, sotto l’ombra di un faggio dalla larga chioma, per poter suonare la cetra e intonare canti poetici.

Questa era l’Arcadia, una terra, purtroppo, solo immaginaria, descritta dai poeti bucolici, che in un modo o nell’altro desideravano rifuggire il caos della vita cittadina e cantare un altro stile di vita, più connesso con la natura e gli ideali autentici della rusticitas.

Nicola Gautero

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