Il «SEVERAMENTE VIETATO UTILIZZARE PAROLE STRANIERE» durante il Fascismo

Dopo aver approfondito l’ardua vicenda che coinvolse Mussolini e i dialetti italiani (se non hai ancora letto l’articolo lo trovi qui: https://wordpress.com/posts/my/thepasswordunito.com), è bene, ora, approfondire l’altrettanto connubio duce – parole straniere.

Se, come abbiamo visto, il capo del Fascismo volle estirpare il “malerba dialettale” in favore dell’utilizzo della gloriosa lingua italiana; per ciò che riguardò l’uso di parole straniere all’interno della Penisola la vicenda fu ancora più ostica.

La politica linguistica rientrava nel macroprogetto denominato Autarchia. Il duce, affidandosi alle disponibilità della Penisola, desiderava rendere l’Italia autosufficiente in tutti i campi: dalla produzione bellica, a quella agricola, a quella linguistica. Durante uno dei suoi discorsi indirizzati agli italiani disse: «La nostra lingua è asservita alla lingua straniera, e perché aiutare gli esteri quando vengono da noi? Loro devono adattarsi alla nostra di lingua».

Nel 1926, a quattro anni dalla nascita del Regime, venne istituita l’Accademia d’Italia con il compito di occuparsi dei molti forestierismi presenti nel linguaggio italiano. All’interno vi lavoravano studiosi il cui modus operandi era volto alla salvaguardia lessicale e sintattica della lingua italiana. Essi si definivano “puristi”, e considerando l’italiano al pari delle altre lingue, adottavano un atteggiamento di condanna nei confronti di contaminazioni esterne.

Vi si doveva, dunque, o sostituire o italianizzare le innumerevoli parole di origine inglese, tedesche, francesi e spagnole o, semplicemente, crearne ex novo.

Nel 1932 nel quotidiano romano La Tribuna vi fu un articolo di denuncia riguardo la presenza dei forestierismi. Nessuna parola, secondo l’autore dello scritto e il giornale a cui faceva capo, poteva dichiararsi insostituibile. Ragion per cui il periodico divenne promotore di un concorso volto a trovare cinquanta sostituiti agli equivalenti forestierismi. La partecipazione degli italiani fu numerosa: chi avesse trovato i sostituti vincenti avrebbe ricevuto premi in lire. Per taxi vennero proposti tassauto, autopubblica, publiauto, tassì; per dancing vennero consigliati balleria, danzatorio, balladora, ballatoio; per bar suggeriti mescita, spaccio, barra, bibitario, bevitoio. Su duecento partecipanti, circa una ventina arrivarono in finale.

In questi anni diverse furono le parole proibite. Il pronome lei, considerato di origine spagnola, venne sostituito con il voi; il “CAIClub Alpino Italiano, contenente al suo interno una parola inglese, venne convertito in Centro Alpinistico Italiano; il nome dell’attrice Wanda Osiris venne cambiato in Vanda Osiri. Giungendo all’esasperazione, si italianizzarono i nomi stranieri come Churchill, il quale venne riscritto Curcill (togliendo le h, segno del ch inglese) e Buenos Aires divenne Buenaria.

Con il trascorrere degli anni e con l’inizio della Seconda guerra mondiale la battaglia alle parole straniere non cessò. Il 9 luglio 1941, dopo un anno di conflitto e migliaia di morti, venne fatta una commissione parlamentare per «l’italianità della lingua». All’interno della seduta si discusse sull’utilizzo di diverse parole straniere, fra cui la parola bar. Si propose di sostituirla con bottiglieria, mescita o espresso. Il presidente della commissione però si oppose sostenendo che non vi fosse alcun sostituto accettabile. Assolutamente lecito, invece, era sostituire la parola record con primato; menu con lista; chauffeur con autista; garage con rimessa; taxi con tassì; cocktail con arlecchino; wodka con vodca e flirtare con fiorellare.

Il duce ed i suoi sottoposti si interrogavano su quale parola potesse richiamare il latino o il toscano fiorentino, non preoccupandosi delle vere esigenze del Paese. Le priorità furono date a questioni importanti: come sapere se bar potesse essere accettabile oppure preferire mescita o espresso, parole, d’altronde, di ben più conto e soprattutto ben più italiane.

Giulia Arduino

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