Elisabetta II e le ombre del Commonwealth

Il 9 settembre 2022 muore la regina per antonomasia, Elisabetta II del Regno Unito. Una sovrana molto amata la cui scomparsa ha suscitato almeno un fremito nei cuori di tutti i britannici e non solo. Colei che ha regnato per 70 anni su quello che fu, e per molti versi è ancora, uno dei paesi più influenti della storia mondiale. Un impero vastissimo, la cui grandezza resta sintomo di un lato ben più oscuro della magnificenza di Buckingham Palace. I territori che compongono il Commonwealth, cioè i paesi che furono a volte schiacciati a volte assistiti dall’Impero britannico, racchiudono ancora un amaro ricordo di quella che fu la colonizzazione e la successiva decolonizzazione, caratterizzata da vittoriose indipendenze ma anche sanguinose lotte.

Cos’è il Commonwealth?

Una legge del 1931 nello Statuto di Westminster recita: “il Commonwealth è formato da autonome comunità all’interno dell’Impero britannico, di uguale condizione, in nessun modo subordinate le une alle altre in qualsiasi aspetto dei loro affari interni o esteri, sebbene unite da una comune fedeltà alla corona, e liberamente associate come membri del British Commonwealth of Nations“. Tale atto fu promulgato evidentemente a causa dei moti indipendentisti che si verificavano in quegli anni nei dominions britannici, forse spinti dalla recente rivoluzione bolscevica. Una sorta di contentino per tutti quei paesi che nel corso del ‘700 divennero parte dell’Impero britannico e sottoposti a un’accelerata innovazione ma anche ad un incontentabile sfruttamento delle risorse e della manodopera, schiavismo e soprusi liberamente perpetrati dai coloni. Questa sottomissione continuò anche dopo la formazione del Commonwealth, la cui promessa di libertà e uguaglianza pareva una barzelletta di fronte alla realtà dell’indirect rule.

Attualmente il “Commonwealth delle nazioni” racchiude 54 ex colonie britanniche indipendenti, mentre il “Reame del Commonwealth” comprende 15 paesi che ancora riconoscono il regnante della Gran Bretagna come capo di Stato. Tra questi: Australia, Maldive, Bangladesh, Canada, Giamaica…

     Blu: Reami del Commonwealth
Rosso: Ex reami del Commonwealth

Elisabetta simbolo vivente del potere coloniale

Nel secondo dopoguerra le terre del neonato Commonwealth decidono che non è il momento di accontentarsi e organizzano varie rivolte rivendicando l’indipendenza. Una tra tante fu l’India guidata dal celebre Mahatma Gandhi. Quando Elisabetta II salì al trono (il 6 febbraio 1952), il processo era già largamente avviato e il British Empire si stava sgretolando.

La regina non aveva nessun potere decisionale nei confronti delle colonie, ma rimaneva il simbolo vivente della coesione di questi paesi nel ventre della “madrepatria” britannica. In virtù di questo ruolo, Elisabetta era solita visitare frequentemente tali paesi, mantenendo un forte attaccamento.

Il suo ruolo non fu tanto attivo quanto emblematico, trasmettendo comunque un forte messaggio: quello che seppur l’Impero vero e proprio fosse morto, la sua vera essenza restava vigile sui paesi del Commonwealth.

Negli anni ’80, la Prima ministra Margaret Thatcher pare abbia avuto alcuni diverbi con la stessa Queen Elizabeth riguardo a quello che l’Iron lady considerava il simbolo di un nostalgico passato di avidità. Ma la regina rimase ferma sulla sua convinzione di mantenere saldo il legame con i domini.

Una responsabilità reale?

Come abbiamo detto, l’icona elisabettiana possedeva una doppia faccia: da una parte una regnante magnanima che sostenne cause come la fine dell’apartheid, dall’altra una donna che non si disturbava nell’impedire spargimenti di sangue ritenuti necessari.

Gli esempi sono molti: i troubles irlandesi, la rivolta dei Mau Mau in Kenya soffocata nel sangue dalle truppe britanniche, le rivolte in Yemen, Cipro. In Rhodesia, la “dichiarazione unilaterale di indipendenza” del 1965 provocò una vera e propria guerra civile .

Tuttavia, molti sostengono che la responsabilità delle sofferenze della decolonizzazione non possano essere attribuite alla regina: lei non aveva un ruolo politico attivo, era solo un simbolo di questa grande contraddizione che fu il Commonwealth. Rimane però certo che la regina non si trovasse all’oscuro di ciò che avveniva nelle colonie e che, sebbene non avesse la facoltà di svolgere un ruolo particolarmente attivo, la sua influenza su governo e parlamento era molto forte. Ne fu un esempio quando spinse il governo a sopprimere una legge che avrebbe rivelato la sua ricchezza personale.

Inoltre, una recente ricerca del The Guardian ha svelato la cosiddetta “Operazione Legacy“, la quale prevedeva la distruzione di tutti quei documenti relativi alle colonie che avrebbero potuto mettere in cattiva luce la regina Elisabetta.

La regina Elisabetta II in visita in Ghana nel 1961

E ora?

La figura della regina all’interno di questo quadro rimane dunque ambiguo e controverso. Dalla sua morte moltissimi hanno elogiato il suo ruolo di regina carismatica e iconica, una donna che ha regnato durante anni terribilmente complicati senza mettersi mai in discussione. Tuttavia, accanto agli elogi, sono in molti ad aver sottolineato il ruolo “parassitario” che la Gran Bretagna ha mantenuto durante il suo regno.

Ad oggi, sempre più paesi si stanno distaccando dall’istituzione del Commonwealth, come l’Australia e alcune isole caraibiche. Resta dunque da vedere se il neosovrano Carlo III seguirà le orme della madre nell’obiettivo di salvaguardare l’unità dei domini britannici sotto il peso schiacciante della corona.

Caterina Malanetto

Fonte informazione e immagine di copertina: ilpost.it

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