Acqua radioattiva?

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Da qualche giorno è oggetto di dibattito sui giornali l’operazione di smaltimento di un milione di tonnellate d’acqua. Ma perché le viene data tutta questa attenzione mediatica? Perché non si tratta di semplice acqua, bensì di quella utilizzata dodici anni fa nel disastro di Fukushima per raffreddare i reattori radioattivi della centrale nucleare danneggiati dallo tsunami. Cerchiamo allora di analizzare la questione senza inutili allarmismi, ma impiegando i dati che abbiamo a disposizione.

Dopo il raffreddamento, l’acqua contaminata venne collocata in centinaia di serbatoi adiacenti alla centrale e nel 2022 lo spazio disponibile nei pressi del sito è finito. Da qui nasce il problema dello smaltimento. Il piano è quello di rilasciare gradualmente l’acqua nell’Oceano Pacifico nel corso dei prossimi quarant’anni, in modo da ridurre ai livelli minimi le concentrazioni del trizio, un isotopo radioattivo contenuto nel liquido.

Il governo giapponese, appoggiato dall’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), vuole quindi filtrare ulteriormente la sostanza contaminata prima di rilasciarla nell’Oceano, con lo scopo di arrivare a una quantità di trizio inferiore ai 1500 becquerel per litro (il becquerel è la misura internazionale dell’attività di un radionuclide). In tutto il mondo sono stati fissati dei limiti alla quantità di trizio che può essere presente nell’acqua potabile; per l’Unione Europea deve essere inferiore ai 100 becquerel per litro, per l’OMS è pari a 10.000 becquerel per litro, mentre per il Giappone è addirittura di 60.000 becquerel per litro.

La concentrazione, dunque, sarà circa sette volte inferiore al limite imposto a livello internazionale dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, senza contare che sarà ulteriormente ridotta a seguito della dispersione nell’Oceano. È bene notare, inoltre, che l’Oceano Pacifico manifesta già naturalmente una radioattività di fondo, a causa della presenza di carbonio, potassio e uranio, che è molto più alta della radioattività dell’acqua di Fukushima. Già solamente questo fatto fa riflettere circa l’allarmismo diffuso dai media su questa operazione.

Un altro dato non corretto condiviso dai giornali è che il Giappone abbia deciso di rilasciare un milione di tonnellate d’acqua radioattiva nell’Oceano. La realtà è ben diversa, perché la quantità radioattiva è pari a venti grammi diluiti in un milione di tonnellate d’acqua.

La situazione vista da questa prospettiva smonta ogni tentativo di manipolazione della realtà effettuato dai quotidiani.

Corriere della Sera https://www.corriere.it/ambiente/19_settembre_11/acqua-radioattiva-fukushima-2022-possibile-sversamento-mare-6d7095fc-d466-11e9-8dcf-5bb1c565a76e.shtml

Per quanto riguarda altre possibili soluzioni, l’Aiea e i numerosi gruppi indipendenti di scienziati che hanno fatto degli studi approfonditi negli ultimi anni hanno accertato che non esistano altre possibilità per risolvere il problema. Greenpeace aveva proposto di lasciare al loro posto i serbatoi e di aspettare che venga inventata una tecnologia più sostenibile di quella attuale, ma in questo modo la soluzione verrebbe ulteriormente rimandata di chissà quanti anni, mentre il problema rimarrebbe sostanzialmente lo stesso. L’altra possibilità era quella di far bollire l’acqua per disperderla nell’aria, ma questa soluzione presenta due problematiche: la prima è il fatto che per riscaldare l’enorme quantità di acqua presente nei serbatoi sia necessaria troppa energia e sarebbe uno spreco di risorse poco funzionale all’obiettivo finale; la seconda è che facendo evaporare il liquido gli scienziati avrebbero più difficoltà a controllare la quantità effettiva di radioattività dispersa nell’aria.

L’intervento viene dunque supportato dai massimi esperti e autorità in materia; la sfida principale risiede nella sfera politica, poiché è la più difficile da persuadere. Diversi Paesi vicini al Giappone hanno espresso perplessità rispetto al progetto, inclusi Cina, Corea del Sud, le isole Fiji, l’Australia e la Nuova Zelanda. Come i pescatori che stanno protestando contro la decisione di Tokyo, questi Paesi temono più per la ricaduta mediatica dell’operazione che per eventuali danni collaterali sui pesci. Sanno bene che la vicenda è stata descritta in maniera pretestuosa; hanno paura che le persone (i consumatori) si spaventino e non vogliano più comprare il pesce che arriva da quelle zone.

È necessario, pertanto, fare chiarezza sulla decisione del governo giapponese, affinché l’opinione pubblica sia correttamente informata e possa avere un giudizio privo di reazioni impulsive, che andrebbero solo a danneggiare gli interessi dei pescatori e degli stessi consumatori.

Fabrizio Mogni

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