Il settore museale, in Italia come in molti altri Paesi, costituisce uno dei perni su cui si basa il discorso circa l’amministrazione e la valorizzazione culturale. Nel 2022, il numero di musei italiani ammontava a quasi 5000: ciononostante, alcuni studi condotti dopo la pandemia di Covid-19 hanno evidenziato la vetustà dell’organizzazione degli stessi in confronto al modello internazionale, certamente più digitalizzato. Si parla in tal senso di musei «immersivi», «digitali» o, come sono stati definiti più recentemente anche dal nostro legislatore, «musei 4.0».
Eppure, prima della pandemia, i dati erano piuttosto promettenti: basti pensare che solo nel 2019 è stato raggiunto un record di introiti lordi – un numero così alto non si registrava dal 1996 – con un totale di 242,4 milioni di euro di profitti.
Se dunque il settore si dimostra strategico e in crescita, occorre capire su quale leva far affidamento per migliorare l’offerta. Il grande pubblico è oggi estremamente variato, sia in termini sociodemografici che d’istruzione e, l’obiettivo dei musei, siano essi pubblici e privati, è quello di soddisfare una domanda sempre più esigente e attrarre nuovi visitatori.
Ma su che cosa puntare?

La digitalizzazione, dunque, serve.
Non solo. Essa è anche apprezzata dal pubblico. Nel 2020, infatti, il 91% di coloro che hanno visitato i siti o i social dei luoghi della cultura pensa che i musei debbano continuare anche in futuro a produrre nuovi contenuti digitali.
Oggi, con 4.0, s’intende un museo capace di migliorare l’esperienza attraverso l’aiuto di tecnologie sempre più avanzate. A tal proposito sono state individuate cinque caratteristiche imprescindibili per realizzare questo modello.
1. Musei senza muri
«Senza muri» è quel museo dove l’esperienza si allarga attraverso il digitale, inizia prima della visita e continua attraverso i mezzi e le risorse interattive. Ad oggi i servizi che «allargano» l’esperienza museale più diffusi sono quelli costituiti dalle visite guidate online, asincrone e sincrone. Fermo restando che potrebbero essere implementati altri servizi, quali laboratori didattici online e bookshop online, in Italia queste soluzioni sono ancora poco diffuse.
Soffermandosi sulle visite guidate online però, i dati non sono promettenti: solo un quarto dei musei offre questo servizio.
2. Esperienze personalizzate
Un museo che conosce i propri visitatori può fornire un’esperienza autentica e specifica per ogni utente in base ai suoi dati demografici e ai suoi interessi. Un’audioguida per un bambino presenterà dunque approfondimenti diversi da quelli di un adulto o di un esperto.
Per quantificare questo parametro, si può ricorrere alla diffusione di applicazioni scaricabili dal pubblico. Molto spesso questa soluzione lascia al visitatore la possibilità di focalizzarsi sugli aspetti che ritiene più rilevanti, ascoltando ad esempio le tracce audio che ritiene più congeniali ai propri interessi oppure scegliendo tra i vari percorsi tematici che una app può segnalare.
Ad oggi, la percentuale di musei che dispone anche di applicazioni è solamente del 20%.
3. Community based
Essere «basati sulla comunità» significa che il visitatore diventa un partecipante attivo nello sviluppo dei contenuti grazie all’interazione sui social. A tal proposito, i dati sono leggermente migliori: circa il 50% dei musei ha almeno un account Instagram o Facebook.
Una permanenza più pervasiva sui canali social, se adeguatamente accompagnata da una strategia comunicativa efficace, sarebbe in grado di attrarre un pubblico più ampio e soprattutto più giovane. La possibilità di interazione attraverso i social si dimostrerebbe anche un rilevante strumento per ottenere il feedback della propria utenza circa l’esperienza museale e dunque per aggiornare l’offerta rispetto ai servizi più richiesti.
4. Open source
Lo ribadisce anche il legislatore: le attività, collezioni e mostre sono open-source, fruibili online dalla comunità.
La digitalizzazione delle collezioni, ad esempio attraverso la compilazione delle collezioni esposte, svolge un ruolo chiave dell’attuale strategia italiana di digitalizzazione. Ancora una volta le percentuali sono piuttosto basse: solo il 16,8% dei musei ha interamente digitalizzato la propria collezione, mentre il 27,7% l’ha digitalizzata almeno in parte. Tuttavia, i numeri non si allontanano troppo dalla media europea.
5. Aperti all’HCI
Con interazione uomo-macchina – o HCI, human-machine interaction – si fa riferimento a quell’insieme di discipline che mirano a migliorare in termini di efficienza e soddisfazione come le persone o gli user interagiscono con le tecnologie digitali. Al giorno d’oggi le soluzioni HCI sono tra le più disparate e, in generale, si fa riferimento a tipi di interazione quali semplici pulsanti, manovelle e leve, nonché a una combinazione di interfacce utente digitali, tattili e tangibili. In Italia, il numero di musei che ha implementato allestimenti digitali interattivi e soluzioni di realtà aumentata è ancora molto esiguo, attestandosi a circa un 15%.

Ma che cosa succederebbe se i musei di oggi divenissero per davvero i musei del futuro? Ce lo dice un rapporto della società The European House – Ambrosetti, secondo cui è stato ipotizzato che, attraverso l’applicazione di soluzioni digitali alle cinque aree sopracitate, sarebbe possibile osservare un aumento degli introiti lordi museali compreso tra il 44% e il 66% rispetto al picco del 2019.
Il giorno in cui si supererà questo traguardo sembra certamente un miraggio ma le ultime tendenze lasciano sperare: basti pensare ai fondi stanziati grazie al PNRR verso la digitalizzazione del patrimonio italiano. Che il museo 4.0 sia più vicino di quanto si pensi?
Crediti immagini: Il Giornale dell’Arte, Odd Agency.
Rebecca Siri
Fonte immagine di copertina: https://artemagazine.it/2022/06/07/musei-tornano-a-crescere-le-entrate-ma-manca-personale-dedicato-allinnovazione-digitale/





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