Corpi come oggetti: la gabbia dell’oggettivazione sessuale

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È sera. Un orario perfetto in cui puoi finalmente rilassarti dopo una giornata trascorsa tra faticosi turni di lavoro o pagine di manuali infiniti. Accendi la TV per far entrare il cervello in modalità stand-by e sullo schermo compaiono due figure familiari: un conduttore di mezza età in abito scuro, con pochi capelli brizzolati e un grande sorriso, affiancato da un’affascinante e giovane donna. Che sia una ballerina o una velina, poco importa: il suo fisico è asciutto ma tonico, i lineamenti proporzionati e i capelli lunghi, sinonimo di femminilità. Forse non ci fai caso, ma le telecamere del programma seguono uno schema ben preciso: da un lato, fanno risaltare il simpatico volto del conduttore, dall’altro si soffermano con insistenza sul corpo perfetto della donna. 

Non si tratta di un dettaglio banale, ma di un fenomeno diffuso denominato faceism. Descritto per la prima volta nel 1983 da Archer, il faceism indica la tendenza dei media e delle opere d’arte a ritrarre gli uomini con un focus sul volto, proponendo al contempo una rappresentazione delle donne maggiormente incentrata sul corpo. Del resto, gli esempi relativi sull’importanza attribuita al corpo delle donne nella nostra società sono quotidiani: dalle pubblicità di prodotti cosmetici “miracolosi”, all’abuso del farmaco Ozempic tra le star di Hollywood, passando per i film Disney, dove le protagoniste femminili sono sempre più gradevoli e “sottili” dei personaggi maschili.

L’ossessione per l’aspetto fisico delle donne, ma non solo – unita all’esaltazione di figure ipersessualizzate e/o vicine alla perfezione – alimenta la diffusione dell’oggettivazione sessuale, intesa come la riduzione dell’umanità delle persone a un’unica dimensione, cioè quella del corpo. Si tratta di un complesso fenomeno psicosociale, che influisce pesantemente sulla percezione che sviluppiamo di noi stessi/e e di chi ci circonda.

La teoria dell’oggettivazione sessuale

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A metà degli anni Novanta, le psicologhe Fredrickson e Roberts svilupparono la teoria dell’oggettivazione sessuale, dando vita a numerosi studi che potessero spiegare le origini del fenomeno e le sue conseguenze su chi lo subisce.

Il concetto, tuttavia, ha radici antiche e già nel passato ha scatenato accesi dibattiti etici. Il primo a parlarne fu Kant nel 1785. Secondo il filosofo, l’oggettivazione sessuale si verifica quando una persona non viene più considerata come un fine in sé, ma si trasforma in un mezzo utile a soddisfare il piacere sessuale altrui, con conseguente negazione della sua umanità e dignità.

Il tema venne ripreso nel corso del Novecento da filosofe esponenti del pensiero femminista, come Sandra Bartky e Martha Nussbaum, che si concentrarono sull’oggettivazione femminile. Secondo Bartky, l’oggettivazione sessuale indica la separazione delle funzioni sessuali di una donna dal resto della sua personalità e la riduzione di queste a strumenti o elementi capaci di definire la sua intera identità. Nussbaum, invece, descrisse le dimensioni alla base del fenomeno. Tra queste, la più problematica è la strumentalità: si tratta della riduzione della donna a un oggetto di consumo privo di autonomia, pronto per essere usato e sfruttato.

Anche nell’ambito delle scienze cognitive, molti studi – in particolare quelli di Sarah Gervais – hanno confermato questa prospettiva. E non si tratta di una semplice metafora: è stato dimostrato che, quando il cervello “oggettiva” qualcuno, lo sta classificando alla pari di un oggetto inanimato, commettendo un grande errore a livello di percezione e dalle conseguenze potenzialmente distruttive

L’auto-oggettivazione: osservarsi dall’esterno

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Che cosa succede quando le persone iniziano a considerare il proprio valore – oltre a quello altrui – soltanto sulla base del corpo? L’oggettivazione diventa auto-oggettivazione, cioè la tendenza a far proprio uno sguardo esterno e focalizzato sull’aspetto fisico per osservare e giudicare se stessi/e.

In questo meccanismo, è centrale il ruolo della sorveglianza: l’idea, cioè, di dover costantemente monitorare, correggere e, se possibile, migliorare il proprio aspetto esteriore. Ed ecco che, tra vestiti attillati ma terribilmente scomodi, trattamenti estetici rischiosi per la salute e ore dedicate al trucco, questo pensiero si trasforma in un lavoro quotidiano, se non in una preoccupazione difficile da disinnescare. 

Il continuo confronto con modelli perfetti ma irraggiungibili produce effetti deleteri sulla salute fisica e mentale di chi ne è esposto: insoddisfazione corporea, ansia, depressione e disturbi alimentari sono soltanto alcune delle conseguenze derivanti dall’auto-oggettivazione. Ne esiste anche un’altra, meno prevedibile ma ugualmente dannosa: il peggioramento delle performance motorie e cognitive. In altre parole, quando si deve svolgere un compito, come lanciare una palla o rispondere a un test di matematica, il cervello ha bisogno di una certa quantità di energia. Tuttavia, se ci si auto-oggettiva durante il compito, il cervello è costretto a “dividersi”: una parte si occupa del compito, l’altra continua a osservarsi dall’esterno. Questo “furto” di risorse cognitive, alla fine, non può che influenzare negativamente il risultato. 

Uomini e (auto)-oggettivazione

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La teoria dell’oggettivazione sessuale è stata sviluppata a partire da teorie femministe che consideravano lo sguardo maschile eterosessuale come oggettivante, dal momento che il problema riguardava – e riguarda ancora oggi – maggiormente le donne. Negli ultimi tempi, tuttavia, il fenomeno ha iniziato a colpire sempre più spesso anche il genere maschile. I canoni da raggiungere sono però diversi, in linea con gli stereotipi: se per le donne il corpo-oggetto dev’essere snello e occupare il minor spazio possibile, l’altezza e l’ipermuscolarità sono diventati requisiti fondamentali per la controparte maschile. 

Ma come si spiega questa diffusione anche tra gli uomini, in apparente contraddizione con il pensiero femminista? La causa può essere ricercata nella società capitalista contemporanea, basata su logiche di consumo e mercificazione. Come scrive Maria Giuseppina Pacilli: “nelle relazioni fra le persone l’altro è valutato sulla base del suo valore di scambio e su quanto può essere più o meno utile al raggiungimento del profitto personale”. 

A livello scientifico, si sa ancora poco sull’impatto dell’oggettivazione sul benessere fisico e mentale degli uomini, ma alcuni comportamenti pericolosi per la salute – come l’uso di steroidi e di lampade abbronzanti – sono ormai noti.

Ilaria Vicentini

Fonti

Pacilli Maria Giuseppina, Quando le persone diventano cose. Corpo e genere come uniche dimensioni di umanità, Bologna, Società editrice il Mulino, 2014.

Volpato Chiara, Psicosociologia del maschilismo (nuova edizione), Bari, Laterza, 2022. 

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