Rewatch Therapy: il potere magico del “già visto”

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Siamo una generazione di accumulatori seriali di “watchlist“. Abbiamo cartelle piene di film che “dobbiamo assolutamente vedere”, documentari salvati per sentirci persone acculturate e l’ultima serie di cui tutti parlano sui social.

Eppure, puntualmente, ogni sera finisce nello stesso modo: ignoriamo il nuovo e ci rifugiamo, per la quarantesima volta, nella solita sitcom anni Novanta o in quel film di cui sappiamo citare anche i respiri dei protagonisti.

Perché lo facciamo? Perché davanti a un catalogo infinito che offre il meglio della creatività umana, scegliamo di premere “play” su qualcosa che conosciamo già a memoria? Non è pigrizia. O meglio, non è solo quella. È una forma di resistenza passiva contro un mondo che ci chiede costantemente di essere aggiornati e pronti alle novità.

Crediti immagine: Glenn Carstens-Peters, Unsplash
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Viviamo nell’era della FOMO — “Fear Of Missing Out” —, quell’ansia sociale caratterizzata dal timore di perdere esperienze ed eventi vissuti da altri: se non hai visto l’ultima serie uscita venerdì scorso su Netflix, sei fuori dalle conversazioni in pausa caffè. Ma la verità è che guardare qualcosa di nuovo è faticoso: richiede un investimento emotivo e cognitivo che spesso, tra lo studio, il lavoro e la gestione dei microtraumi quotidiani, semplicemente non abbiamo.

Iniziare una serie nuova è come uscire con uno sconosciuto: devi capire chi è, se ti piace, se ti puoi fidare, devi stare attento ai minimi dettagli. Il rewatch, invece, è quel vecchio amico che non ti chiede nulla. Non devi stare attento alla trama, così il tuo cervello può semplicemente mettersi in modalità “salvaschermo“. Sai già che la battuta farà ridere, che il colpo di scena non ti farà saltare sulla sedia e, soprattutto, sai che il finale non ti lascerà con l’amaro in bocca.

In un mondo dove non sappiamo nemmeno se domani avremo ancora un lavoro o se riusciremo a pagare l’affitto, la prevedibilità è l’unico lusso che possiamo permetterci.

Il bisogno di compagnia

C’è qualcosa di profondamente terapeutico nelle relazioni parasociali.

Per il nostro cervello, infatti, i personaggi delle serie che riguardiamo da anni non sono pixel su uno schermo: sono coinquilini silenziosi. Sono gli unici che non ti chiedono come vanno gli esami all’università, che non ti giudicano se non stai al passo degli altri e che sono sempre lì, esattamente dove li hai lasciati.

Riguardare Friends o The Office è come tornare a casa dopo un viaggio faticoso. Sappiamo che Michael Scott farà sempre la cosa sbagliata nel momento sbagliato e che i protagonisti di quel vecchio teen drama continueranno a preoccuparsi di problemi che oggi ci sembrano ridicoli, ma che per quaranta minuti diventano più importanti dei nostri.

E poi c’è il sottofondo. Lo mettiamo su mentre cuciniamo, mentre puliamo una stanza che non vogliamo davvero pulire, o mentre studiamo per l’ennesimo appello universitario. È il nostro rumore bianco.

Ma come mai abbiamo bisogno di così tanta compagnia? Il silenzio assoluto ci spaventa e ci mette a disagio perché lascia spazio ai pensieri, a quella vocina interna che ci ricorda tutte le cose che dobbiamo fare o che non siamo riusciti a concludere. La voce familiare che senti da quando avevi dieci anni, invece, fa la cosa opposta: serve a coprire quel ronzio, come una coperta digitale che avvolge la stanza e ci dice che, finché quella puntata va avanti, tutto andrà bene.

La macchina del tempo per non diventare adulti

Riguardare un film dell’infanzia o una serie, però, è anche un viaggio nel tempo. Ci connettiamo con la versione di noi stessi che guardava quelle scene senza sapere cos’erano i “problemi del mondo adulto”.

In un momento in cui le nostre città ci sembrano labirinti di responsabilità, tornare a Hogwarts o in una California degli anni Duemila è un atto di legittima difesa, un desiderio profondo di recuperare quella sensazione di “possibilità” che avevamo prima che la realtà iniziasse a presentarci il conto. Il rewatch è la nostra zona di comfort in un universo che non ne ha neanche una; è un modo di prenderci cura di noi stessi e della nostra salute mentale.

Secondo Jaye L. Derrick, ricercatrice all’University of Buffalo, immergersi in una storia di cui conosciamo già l’inizio, lo svolgimento e il finale serve a ripristinare la nostra capacità di sforzo mentale. Quando siamo esausti dopo una giornata impegnativa, il nostro cervello non ha più energia per gestire l’imprevisto.

Ed è proprio qua che entra in gioco il rewatch: ci rilassiamo perché sappiamo che non verremo traditi da un colpo di scena non richiesto. Interagire con i personaggi, dunque, servirebbe proprio a ripristinare le riserve di autocontrollo, restituendoci la forza mentale che il lavoro o lo studio ha prosciugato.

Quindi, stanotte, ignora quel documentario impegnativo sulla geopolitica dell’Est che hai salvato. Scegli la tua serie preferita e guarda quell’episodio che conosci parola per parola. Tanto lo sai già come finisce, ed è esattamente per questo che ne hai bisogno.

Deborah Solinas

Fonti

Saldi Sara, “Favorite TV Reruns May Have Restorative Powers, says UB Researcher”, University at Buffalo, 06 settembre 2012, ultima consultazione: 24 aprile 2026, link: https://www.buffalo.edu/news/releases/2012/09/13646.html

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