Negli ultimi anni, l’ascolto musicale in streaming è diventato la norma, trasformando profondamente il nostro rapporto con la musica. Tuttavia, sempre più utenti e artisti stanno iniziando a interrogarsi sulle implicazioni etiche di queste piattaforme, e in particolare su Spotify. Da qui nasce un dibattito crescente: ha senso continuare a usarlo? E quali alternative esistono?
Investimento in Helsing
Si parla molto di boicottaggio di Spotify, soprattutto in seguito alla notizia secondo cui il CEO Daniel Ek ha investito 600 milioni di euro nella società tecnologica tedesca Helsing, che sviluppa droni militari, servizi di sorveglianza e software AI per potenziare sistemi d’arma. Un esempio è il drone HX-2, capace di colpire obiettivi a più di 100km, di cui 6000 pezzi sono stati venduti all’Ucraina all’inizio del 2025.
Con questo investimento, che si aggiunge a un precedente di 100 milioni effettuato nel 2021, Daniel Ek è diventato presidente di Helsing: certo, non è Spotify come azienda a investire direttamente nella società, ma è difficile ignorare che i capitali del fondo Prima Materia di Ek provengono in larga parte dai profitti della piattaforma. Inoltre, tra gli azionisti di Spotify figurano le multinazionali Blackrock e Tencent.
Se il legame tra industria musicale, o culturale in generale, e industria bellica non è una novità, questo intreccio solleva questioni morali difficili da risolvere per gli utenti più sensibili. Ma ci sono anche altre questioni etiche per cui Spotify si è guadagnato l’ostilità di una fetta di pubblico sempre maggiore.

Le royalties
In primo luogo, per quanto riguarda il compenso agli artisti, Spotify paga delle royalties dell’ordine di millesimi di euro (0,003-0,004) per ogni stream, e distribuisce i ricavi in maniera molto diseguale: i soldi degli abbonamenti degli utenti non vanno in maniera proporzionale agli artisti che quegli stessi utenti più ascoltano, ma in un pool generale che viene poi redistribuito in base alle quote totali di ascolti degli artisti.
È chiaro che questo sistema pro-rata indirizza la maggior parte dei guadagni verso i più noti artisti internazionali e penalizza, invece, quelli emergenti.
Commodification della musica
Inoltre, Spotify contribuisce alla commodificazione della musica, rendendola l’ennesimo oggetto da sovraconsumare, a cui si applicano le stesse leggi del capitalismo e del marketing.
Il servizio di streaming rafforza, infatti, il potere dell’algoritmo: sottopone continuamente l’utente a prodotti che potrebbero piacere, trasformando così l’ascolto della musica da azione attiva a inghiottimento passivo. L’algoritmo ci studia, ci ascolta, e ci propone musica ripetitiva attento a non rompere “l’incantesimo pubblicitario”, cercando di entrare in ogni sfera della vita grazie a playlist per ogni momento e mood.
Gli artisti “finti”
Ed è proprio all’interno di queste playlist che si nasconde un altro meccanismo timbrato Spotify: il cosiddetto Perfect Fit Content.
Lo racconta la giornalista Liz Perry nel suo ultimo libro Mood Machine: l’azienda, per risparmiare sulle royalties verso artisti esistenti, avrebbe stipulato accordi economici convenienti con agenzie che producono musica dozzinale sotto il nome di numerosi artisti “finti”, con tanto di biografia inventata; insomma, musica stock a basso costo per riempire le playlist ambience e mood.
La reazione degli artisti
Per questi motivi, il movimento che spinge per il boicottaggio di Spotify cresce sempre più, nonostante il numero di utenti e abbonati della piattaforma continui a salire. Tra i sostenitori della campagna figurano anche alcuni artisti, tra cui Auroro Borealo, che, proprietari della propria musica, hanno deciso di ritirarla da Spotify.
Altri artisti, come Taylor Swift, Thom Yorke, Joni Mitchell e Neil Young, hanno preso posizioni forti contro Spotify e per un periodo di tempo hanno ritirato la loro musica dalla piattaforma; gli album sono poi tornati, per pressione delle case discografiche o per motivi di business. Ad esempio, Boots on the Ground, l’ultima canzone di Tom Waits in collaborazione con i Massive Attack — la quale critica la logica della guerra americana —, è disponibile su varie piattaforme ma non su Spotify.
Come possiamo fare noi, dunque, in quanto utenti?
Non molto.

In primo luogo, possiamo riflettere sul nostro comportamento di ascolto musicale e riprenderne coscienza e controllo, cercando così di avere un ruolo più attivo: cercare la musica, scoprirla, ascoltarla attivamente.
In secondo luogo, possiamo cercare di sostenere gli artisti in altro modo, tramite l’acquisto della musica, del merchandising, dei biglietti dei concerti. In questo modo, possiamo sostenere anche gli artisti emergenti locali, le jam session e i piccoli live; scoprire musica nuova negli spazi attorno a noi, non solo attraverso uno schermo, e favorire una forma collettiva di fare musica.
Possiamo cercare una piattaforma alternativa di streaming più in linea con i nostri valori — sia anche solo per scoprire gli artisti, per poi supportarli in altri modi —, ma le più grandi, diffuse in diversi Paesi e con librerie musicali estese, sono tutte in mano a grandi multinazionali e presentano altrettanti problemi. Per fare streaming, bisogna scegliere un dilemma etico che rientri nella nostra bussola morale. Tra le alternative abbiamo:
- Bandcamp. Non è un vero servizio di streaming, bensì una piattaforma diretta artista-fan: un negozio in cui gli utenti possono supportare quasi direttamente i propri artisti preferiti, che ricevono circa l’80% dei ricavi, se non quasi il 100% durante gli appositi Bandcamp Fridays. È usata principalmente da artisti emergenti.
- Soundcloud. Si possono ascoltare sia artisti emergenti che musica mainstream, anche se molte funzioni sono riservate ad abbonamenti premium. Modello “fan-powered royalties”.
- Qobuz. Società francese, acquisita però nel 2015 dalla piattaforma di distribuzione francese Xandrie. Qualità audio alta, editoriali e recensioni curate da impiegati umani; alcuni utenti lamentano una libreria non molto completa e con meno spazio per gli artisti emergenti. Altri punti positivi sono le royalties agli artisti — nell’ordine di circa 0,018 euro per stream — e l’attenzione verso il tema dell’AI utilizzata in musica.
- Deezer. Molto simile a Spotify come interfaccia, gode di una libreria estesa ed è protagonista della mobilitazione contro gli stream fraudolenti con l’AI. È una società francese di proprietà del conglomerato Access Industries di Len Blavatnik, uno degli uomini più ricchi del mondo. Anche Deezer ha adottato un Sistema di Pagamento Orientato all’Artista, e le sue royalties sono nell’ordine di 0,006 euro.
- Tidal. Piattaforma che offre una qualità audio molto alta e retribuisce gli artisti circa tre volte più di Spotify — 0,008-0,012 per stream —, sperimentando un modello “user-centric”, per cui parte dei soldi dell’abbonamento va agli artisti ascoltati attivamente dall’utente. È di proprietà della società americana Block, che conta tra gli azionisti anche BlackRock.
Non esiste oggi una piattaforma di streaming completamente “etica”: ognuna presenta contraddizioni, limiti e compromessi. Possiamo continuare a usare lo streaming, scegliendo la piattaforma in cui più ci rispecchiamo, e possiamo farlo in modo più consapevole, affiancandolo a forme di ascolto più attive e collettive.
In un ecosistema dominato da algoritmi e logiche di mercato, anche piccoli gesti, come scegliere cosa ascoltare, come e dove, possono avere un significato.
Serena Savarese
Fonti
Brusco Francesco, “Boicottaggio e contiguità industriale tra musica e armi”, Il Manifesto, 23 settembre 2025, ultima consultazione: 09 maggio 2026, link: https://ilmanifesto.it/boicottaggio-e-contiguita-industriale-tra-musica-e-armi
Catania Mario, “Boicottare la musica su Spotify: 8 alternative possibili”, L’Indipendente, 16 gennaio 2026, ultima consultazione: 09 maggio 2026, link: https://www.lindipendente.online/2026/01/16/boicottare-la-musica-su-spotify-8-alternative-possibili/
Ercolani Lucrezia, “Tom Waits e Massive Attack: la colonna sonora della ribellione”, Il Manifesto, 17 aprile 2026, ultima consultazione: 09 maggio 2026, link: https://ilmanifesto.it/tom-waits-e-massive-attack-la-colonna-sonora-della-ribellione
N.d., “Gli artisti che stanno rimuovendo la loro musica da Spotify”, Il Post, 02 luglio 2025, ultima consultazione: 09 maggio 2026, link: https://www.ilpost.it/2025/07/02/artisti-che-rimuovono-musica-spotify/
N.d., “Le playlist di Spotify piene di canzoni finte”, Il Post, 24 dicembre 2024, ultima consultazione: 09 maggio 2026, link: https://www.ilpost.it/2024/12/24/spotify-playlist-canzoni-finte/
Piccinini Alberto, “Quando suona e canta l’IA è l’ascoltatore che fa la musica”, Il Manifesto, 21 luglio 2025, ultima consultazione: 09 maggio 2026, link: https://ilmanifesto.it/quando-suona-e-canta-lia-e-lascoltatore-che-fa-la-musica
Qobuz, “Music streaming: how are artists paid and how can we support them?”, Qobuz Community, 20 marzo 2025, ultima consultazione: 09 maggio 2026, link: https://community.qobuz.com/blog/music-streaming-how-are-artists-paid-and-how-can-we-support-them
Spotify, “Understanding Spotify royalties”, ultima consultazione: 09 maggio 2026, link: https://support.spotify.com/it/artists/article/understanding-spotify-royalties/
Zucca Anna Carla, “Perché boicottare Spotify: la spiegazione di Liz Pelly”, Cosmopolitan Italia, 14 gennaio 2025, ultima consultazione: 09 maggio 2026, link: https://www.cosmopolitan.com/it/lifestyle/musica/a63416605/perche-boicottare-spotify-liz-pelly/





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