Il “Disincanto” di Madame

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Secondo il padre della psicologia analitica Carl Gustav Jung, ognuno di noi, durante la propria esperienza di vita, attraversa prima o dopo un momento di profonda trasformazione – il cosiddetto “viaggio dell’Eroe” – durante il quale si è chiamati a fare i conti con sfide complesse. Per completare il percorso, bisogna addentrarsi in luoghi oscuri e spaventosi, abbandonare delle parti di sé e scoprirne di nuove, prima ritenute inesistenti o sepolte da tempo. Alla fine, però, il traguardo ripaga delle sofferenze vissute durante il cammino: tappa dopo tappa, si rinasce un po’ alla volta con un bagaglio di nuove consapevolezze su di sé e sul mondo. 
Sembra proprio questa l’esperienza vissuta e raccontata senza l’aggiunta di filtri dall’ “Eroina” Madame nel suo ultimo album Disincanto. Un lavoro pieno di dubbi destabilizzanti e frasi taglienti che arrivano dritte allo stomaco, capace di narrare con lucidità le inquietudini personali dell’artista, corrispondenti in gran parte alle crepe caratterizzanti la società contemporanea.

A tre anni di distanza dal suo ultimo album, L’amore, la cantante vicentina – classe 2002, all’anagrafe Francesca Calearo – ha ripreso in mano la penna, con l’urgenza tipica di chi avverte il bisogno viscerale di comunicare qualcosa. Madame alterna termini difficili da decifrare a frasi estremamente lineari, fino a comporre versi in cui la rabbia esplode in volgarità: ad ogni parola è affidato il compito di stabilire una connessione con chi ascolta. “La scrittura è parte della mia biologia”, ha affermato l’artista nel suo primo programma radiofonico Radio Disincanto, in onda su Rai Radio2.
Così, tra ritornelli essenziali e brani introspettivi ma universali, è nato Disincanto, un album che ha iniziato a far parlare di sé fin dalla campagna di marketing. Per pubblicizzare il disco, sono apparsi in diverse città dei manifesti sui quali figuravano immagini provenienti dall’archivio fotografico dell’artista stessa, accompagnate da scritte che invitavano alla riflessione. “Stare bene: qual è il prezzo?” si legge ad esempio sotto la fotografia di un disordinato letto d’ospedale. O ancora “Cambiare: qual è il prezzo?”, accanto a un’immagine che ritrae dei capelli tagliati all’interno di una bacinella verde, simbolo di una trasformazione radicale. L’intento comunicativo potrebbe essere interpretato tenendo in considerazione diversi punti di vista: qual è il costo (emotivo) da pagare quando si vive sotto i riflettori, specialmente in giovane età? Il denaro può influenzare i sentimenti o le decisioni degli individui? Perché mostrare le proprie vulnerabilità significa doversi necessariamente sottoporre al giudizio altrui? Qualunque sia la chiave di lettura vincente, tutti gli interrogativi sollevati portano alla stessa conclusione: si richiama all’importanza di spezzare le illusioni per imparare ad accettarsi e guardare al mondo non più in bianco e nero, ma considerandone tutte le sfumature, sorprendenti seppur contorte.

Anche il titolo dell’album, Disincanto (corrispondente alla prima traccia), è caratterizzato da un significato personale che va oltre gli algoritmi e le logiche di mercato. “Disincanto non è il sinonimo stretto di disillusione.” – ha dichiarato Madame durante un evento pre-lancio –  “La disillusione spesso porta a stare fermi, a non fare passi in avanti, a essere tristi e chiusi in sé stessi. Il disincanto no. Quando si spezza l’incantesimo la vita va avanti, cambia la lente nei tuoi occhi e prosegui. In quel termine c’è anche il canto, quindi, essendo legata al gusto della parola, mi è sembrata meravigliosa.” 

Ogni traccia, poi, si compone di un nucleo emotivo profondo, che colpisce fin dal primo ascolto. Lo si vede in Come stai?, dove la domanda – ripetuta nel ritornello come un mantra, fino a svuotarsi di significato – è accompagnata da un flusso di coscienza liberatorio, che rivela il lato oscuro dell’industria musicale come quello del successo: la traccia recita “I ricatti della radio per i festival, che non ti passano se non passi alla festa loro” proseguendo con “Non mi rifaccio le tette e neanche il viso, ho solo accettato a fatica il mio destino”. Volevo capire con Marracash costituisce un dialogo (quasi filosofico) tra i due artisti, i quali si domandano se soltanto le persone con status e potere siano degne di ricevere amore. Lo stesso tema è ripreso anche in Rosso come il fango, dove il senso di colpa per “avercela fatta” nella vita si mescola all’inadeguatezza di dover entrare a contatto con l’ipocrisia di chi non conosce il sacrificio. Non mi tradire prende invece la forma di una preghiera che racconta la precarietà e il terrore che si annidano nelle relazioni sentimentali di oggi, mentre Invidiosa mette nero su bianco i privilegi concessi agli uomini, ai quali è permesso vivere con superficialità ed esprimere la propria rabbia.

L’album si conclude con Grazie, una seduta di psicoterapia mascherata da canzone, nella quale Madame si mette completamente a nudo passando in rassegna il rapporto difficile con i genitori, il ricovero psichiatrico, l’assunzione di farmaci per il disturbo ossessivo-compulsivo, l’ipersessualità, il privilegio, la solitudine. La chiosa dell’album è un “grazie” sussurrato, nel quale si leggono l’accettazione del proprio percorso e della propria complessità come essere umano. Il “viaggio dell’Eroina” può dirsi finalmente concluso.

Ilaria Vicentini

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