Che cosa accadrebbe se in biblioteca, anziché sfogliare le pagine di un libro, potessimo prendere in prestito la storia di una persona sconosciuta? La domanda può suonare bizzarra, eppure è quello che avviene durante gli eventi organizzati in una Human Library (“biblioteca umana” o “biblioteca vivente”). Il format è semplice ma efficace: nella biblioteca vivente i libri si trasformano in persone pronte a raccontare le loro esperienze di vita, spesso segnate dalla discriminazione, e a rispondere alle domande di chiunque voglia aprire la mente e mettersi in ascolto. L’obiettivo è quello di estirpare credenze e stereotipi su particolari condizioni, stili di vita e identità, come la disabilità, l’orientamento sessuale, la religione e i disturbi mentali.

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L’idea prese vita nel 2000 in Danimarca, quando un gruppo di amici e colleghi – Ronni Abergel, suo fratello Dany, Asma Mouna e Christoffer Erichsen – ebbe l’intuizione di organizzare un primo evento in occasione di un festival musicale a Copenhagen. Inaspettatamente, la novità riscosse fin da subito un grande successo: l’ampia scelta di “titoli” disponibili – oltre cinquanta volontari – attirò più di mille “lettori” disposti a cambiare la loro prospettiva sul mondo.
Da allora, la Human Library è diventata un’organizzazione culturale senza scopo di lucro, che, attraverso il motto “Unjudge someone”, si propone di creare uno spazio sicuro per il dialogo in più di 85 Paesi, tra cui Stati Uniti, Australia, Panama e Kenya.
Con il tempo, il format si è trasformato anche in un interessante oggetto di studio per la ricerca scientifica. Per esempio, negli ultimi anni i ricercatori dell’Università di Glasgow hanno studiato i possibili effetti dell’interazione sociale con persone stigmatizzate nel contesto della biblioteca vivente. Gli scienziati sono d’accordo nel sostenere che l’elemento più importante nella lotta agli stereotipi sia la reciprocità: se, da un lato, i “lettori” hanno l’occasione di incontrare persone molto lontane dalla loro realtà quotidiana e ridurre il livello di pregiudizio nei loro confronti, dall’altro i “libri” possono esprimersi in uno spazio in cui l’unicità è valorizzata anziché svalutata, favorendo un processo di diminuzione dell’auto-stigma.

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Ma chi sono questi “libri umani”? In una biblioteca vivente negli Stati Uniti si può incontrare Cassandra, una delle trecento persone al mondo con la sindrome di Proteus, nata con una malformazione facciale. La donna racconta di essere cresciuta con la consapevolezza che la gente l’avrebbe sempre fissata — ma senza rivolgerle alcuna domanda — a causa del suo aspetto fisico. Così, prendendo parte alla Human Library, ha trasformato la sua esperienza in un’occasione per condividere le proprie conoscenze ed educare sulla sua condizione.
C’è poi Sage, persona non binaria della California, che convive con un disturbo da stress post-traumatico. Sage ha conosciuto per la prima volta il concept della Human Library sul posto di lavoro e, più di sei anni fa, ha deciso di mettersi in gioco per provare a cambiare la visione comune sulla salute mentale e su un’identità di genere resa spesso invisibile dalle istituzioni statunitensi. «Onestamente credo che la diversità, l’equità e l’inclusione siano tra le cose più importanti nella vita e anche nel mondo del lavoro», dice. «Alcuni studi dimostrano che, se in un gruppo c’è diversità, potrebbe volerci un po’ più di tempo per trovare un’intesa e mettersi al lavoro, ma alla fine quel gruppo riuscirà a ottenere risultati ben superiori rispetto a un gruppo più omogeneo messo insieme ad hoc».
In Danimarca, invece, si può “prendere in prestito” Viva, una donna proveniente dalla Groenlandia che, in seguito al suo trasferimento nel Paese scandinavo, ha subito diversi episodi di razzismo. «Uno dei consulenti di un centro per l’impiego locale qui in Danimarca una volta mi ha detto che non dovevo aspettarmi di trovare lavoro a causa della mia etnia», racconta. Secondo Viva, però, la curiosità ha il potere di favorire la comprensione tra persone molto diverse e, per questo motivo, considera particolarmente gratificante il suo ruolo di “libro vivente”.
E in Italia? L’iniziativa ha preso piede anche nel nostro Paese, dove in molte località sono nate e continuano a nascere biblioteche viventi all’interno di scuole, biblioteche pubbliche, festival e associazioni culturali. Tra le città coinvolte non può mancare Torino, che difende il titolo di “città del libro” anche quando al posto delle pagine sono le persone a diffondere cultura. Nel 2022, per esempio, è stata organizzata una biblioteca vivente durante la Notte Europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori, mentre l’anno successivo ne è sorta una in occasione del Salone del Libro.
L’augurio è che, in un mondo in cui spesso il dialogo viene meno, possano fiorire sempre di più spazi capaci di mettere persone diverse una di fronte all’altra, permettendo di andare oltre la superficialità e le apparenze attraverso l’ascolto reciproco.
Ilaria Vicentini
Fonti
Ševčíková Karolina, “The Science Behind the Human Library’s Methodology: The Case of the University of Glasgow”, Human Library, 6 giugno 2025, ultima consultazione: 23 maggio 2026, link: https://humanlibrary.org/science-behind-methodology/
Ševčíková Karolina, “Book of the Month: Non-binary and PTSD”, Human Library, 24 marzo 2025, ultima consultazione: 23 maggio 2026, link: https://humanlibrary.org/book-of-the-month-non-binary-and-ptsd/
Ševčíková Karolina, “Book of the Month: Greenlander”, Human Library, 3 febbraio 2025, ultima consultazione: 23 maggio 2026, link: https://humanlibrary.org/book-of-the-month-greenlander/
“La biblioteca umana, dove i libri sono le persone”, Il Post, 21 giugno 2022, ultima consultazione: 23 maggio 2026, link: https://www.ilpost.it/2022/06/21/human-library-biblioteca-umana/
Vigstrand Lovisa, “Book of the Month: Facial Disfigurement”, Human Library, 23 aprile 2026, ultima consultazione: 23 maggio 2026, link: https://humanlibrary.org/facial-disfigurement/





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