“L’unica cosa che sento è anch’io voglia di piangere. Perché Giuseppe, dentro di me ti do perfettamente ragione. Dentro di me c’è lo stesso tuo vuoto. Dicevi: “Cosa c’è dentro di me quando mi guardo dentro? Niente, vuoto. E quando guardo al di fuori? Niente, vuoto.” E che cazzo avremo da dire ai nostri figli? Io a 20 anni bucavo? Oppure farmi assumere in Comune, lavorare 40 anni e andare in pensione? Sai cosa mi diceva ieri uno che aveva appena bucato? Io ogni tanto vado in via Roma, cammino, e mi verrebbe voglia di gridare.” (Droga: femminile plurale, pensieri del 1980).
Sono passati 46 anni, quasi mezzo secolo, da quando Tiziana Celli, allora giovane operatrice in un Centro di Tossicodipendenze piemontese, ha scritto queste righe. Eppure, nonostante il tanto tempo trascorso, leggendole viene ancora la pelle d’oca.
Forse è la profonda fragilità che traspare da queste parole a far breccia nelle nostre coscienze, così abituate a confrontarsi con un mondo incerto, sempre in bilico, in perenne crisi.
E poi c’è quel grido, rimasto soffocato nella gola di un ragazzo tossicodipendente su via Roma, che lascia senza fiato. È l’urlo di Munch, lo specchio di una generazione che abbiamo conosciuto solo di sfuggita, grazie ad alcuni capolavori del cinema e della letteratura (pensiamo a Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino e Ritorno dal nulla, ad esempio). Nel passo riportato poc’anzi c’è la storia di una Torino che, al volgere degli anni Settanta, deve fare i conti con la sconfitta del movimento operaio e con l’esplosione del “problema droga”, ben documentato dalla cronaca nera cittadina.
“Ucciso da overdose di droga a 18 anni. La sorella lo ha trovato agonizzate nel bagno. Alfonso S., la vittima, era rimasto traumatizzato in seguito alla morte del padre. Frequentava un gruppo di amici che probabilmente l’hanno iniziato a bucarsi. Aveva perso il posto di lavoro. Vana corsa all’ospedale Maria Vittoria” (La Stampa, 14 settembre 1981). “Tragedia in corso Einaudi: è la terza vittima di quest’anno. Diciannove anni, insieme col fratello di 25, si è fatto un’iniezione di eroina tagliata forse con la stricnina […] Lavorava al mercato della Crocetta coi genitori […] Alto e atletico, allegro, occhi grandi e illuminati dalle speranze dei vent’anni.” (La Stampa, 12 febbraio 1984).
Prendendo in considerazione solamente il 1982, riporta un altro articolo di La Stampa, sono 10.000 le vittime dell’eroina registrate nella provincia di Torino: un esercito di giovani stroncati dall’overdose, morti nei bagni delle stazioni o sulle panchine dei giardini pubblici.

Quando scrive Tiziana Celli, l’orizzonte degli stupefacenti disponibili sul mercato e il profilo dei consumatori sono profondamente cambiati rispetto a dieci anni prima: a partire dal 1973/1974, le cosche mafiose introducono sulle piazze torinesi le droghe “pesanti”. Il “buco” e la “sniffata” — pratiche fino a quel momento diffuse quasi esclusivamente tra le controculture — diventano la dimostrazione di un disagio giovanile dalle proporzioni fuori controllo, che coinvolge tanto la borghesia del centro quanto i quartieri popolari.
Le periferie, profondamente legate all’identità industriale della città, devono fare i conti, in quegli stessi anni, con i cambiamenti nelle politiche del lavoro stabiliti dalla FIAT: le giovani generazioni entrate in fabbrica nel 1978 con le ultime grandi assunzioni sono costrette ad accettare in massa, appena due anni dopo, la cassa integrazione e poi il licenziamento. È un punto di non ritorno: gli anni della contestazione, con gli ideali, le proposte e le speranze che li contraddistinguono, giungono al termine e lasciano un vuoto enorme, che ancora oggi, forse, non è stato pienamente colmato.
Il volo collettivo si frantuma allora in diversi tragitti individuali, disorientati, nel tentativo di gestire autonomamente la sconfitta e la disperazione. C’è chi, a volte quasi per caso, finisce sul sentiero più pericoloso: quello dell’eroina.
Per molte famiglie l’unica salvezza è rappresentata dal Gruppo Abele, fondato nel 1965 da Don Ciotti e responsabile del Centro-droga Molo 53, nonché della Cascina Abele: una comunità nata in provincia di Alessandria per accompagnare le persone tossicodipendenti nel percorso di disintossicazione.
Non si dimentichi, poi, l’importanza del ruolo giocato dal Gruppo Abele nell’approvazione, nel 1975, della legge n° 685, che sancisce il superamento del precedente sistema normativo, del 1954, fascisteggiante: al centro non c’è più la definizione dell’impianto repressivo, atto a isolare il soggetto tossicodipendente, deviante e criminale, all’interno delle carceri e dei manicomi, quanto piuttosto l’attenzione rivolta all’attività di prevenzione, cura e riabilitazione.
Come riporta Don Ciotti in un’intervista rilasciata a Famiglia cristiana, il problema della droga, lungi dall’essere scomparso, ha cambiato volti e forme nel corso dei decenni. Nel 2026, una busta di eroina, stupefacente tornato in voga per combattere le ansie, viene venduta a poco prezzo e, al contempo, si sono diffuse le sostanze eccitanti anfetaminiche e il “crack”. Oltreoceano, il fentanyl sembra essere protagonista di una nuova guerra dell’oppio.
Oggi, 26 giugno, si celebra la Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droghe, una ricorrenza istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1987. Le istituzioni, le parti politiche e le organizzazioni sociali coinvolte sono chiamate a confrontarsi su un tema chiave: “Addressing drug challenges in health and humanitarian crises” (“rispondere alle sfide internazionali della droga generate dalle situazioni di crisi sanitarie ed umanitarie”).
Un pensiero, in questa giornata di lotta e di ricordo, va ai grandi sconfitti di quegli anni del “disincanto”, a chi si è ritrovato ad affrontare il male di vivere da solo, a chi se n’è andato troppo giovane a causa della tossicodipendenza.
La nostra promessa è che non avrete sofferto invano.
Quando scadrà l’affitto
Di questo corpo idiota
Allora avrò il mio premio
Come una buona notaMi citeran di monito
A chi crede sia bello
Giocherellare a palla
Con il proprio cervelloCercando di lanciarlo
Oltre il confine stabilito
Che qualcuno ha tracciato
Ai bordi dell’infinitoCome potrò dire a mia madre che ho paura?
Fabrizio De André, “Cantico dei drogati”, ispirata alla poesia “Eroina” del poeta Riccardo Mannerini
Micol Cottino
FONTI
Andreoli Vittorino, Droga e scuola. Una proposta educativa, Masson Italia editori, 1978.
Chiara Aberto, “Un’emergenza che si diffonde sottotraccia”, Famiglia Cristiana, 7 maggio 2013.
Fornari Francesco, “Quanto costa morire di eroina”, La Stampa, 6 gennaio 1982.
Garelli Anna Maria (a cura di), Alcune tra le donne. Droga: femminile plurale, Torino, Edizioni Gruppo Abele, “Materiali”, 1985.
Malizia Enrico, Droga ’80. Nella società, nei giovani, nella scuola, Torino, C. G. Edizioni Medico Scientifiche s. r. l, 1980.
“Una overdose di droga a 18 anni”, La Stampa, 14 settembre 1981.
“Un altro ragazzo morto per droga”, La Stampa, 12 febbraio 1984.





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