Il 17 giugno, a Bologna, è morto lo scrittore e storico Carlo Ginzburg, all’età di 87 anni.
Figlio di Leone Ginzburg e Natalia Levi in Ginzburg, ha insegnato storia moderna e storia delle culture europee in diverse università italiane e americane (Bologna, Yale, Harvard etc.)

Il suo approccio allo studio della storia e alla ricerca storica, però, si è distaccato notevolmente da quello di altri storiografi. Ginzburg, infatti, è stato, insieme a Giovanni Levi, uno dei primi teorici italiani della microstoria, una prospettiva che pone l’attenzione su eventi apparentemente di poca importanza.
Lo studioso ha esposto la sua concezione di microstoria nel breve saggio intitolato Microstoria: due o tre cose che so di lei, in cui, dopo un excursus che tratta il suo sviluppo in Francia e in Inghilterra, ha chiarito i punti focali del suo metodo storico.
Per Carlo Ginzburg:
Meno ovvio è l’atteggiamento che lo storico deve assumere nei confronti delle anomalie affioranti nella documentazione. Furet proponeva di trascurarle, osservando che l’«hapax» (ciò che è documentariamente unico) non è utilizzabile in una prospettiva di storia seriale. Ma l’«hapax», a rigore, non esiste. Ogni documento, anche il più anomalo, è inseribile in una serie, non solo: può servire, se analizzato adeguatamente, a gettar luce su una serie documentaria più ampia.
Ogni documento, pertanto, può servire a gettar luce sul passato e nessuno deve essere trascurato. Anche le anomalie che potrebbero affiorare nel corso dell’analisi vanno comunque considerate e analizzate.
Le opere
Nelle sue opere, Ginzburg si è concentrato sul ruolo che le persone umili e i vinti rivestono all’interno della storia, studiando processi e documentazioni con un grande lavoro di ricerca storica.
Il suo primo libro, I benandanti, costituisce un approfondimento dei culti di fertilità praticati dai contadini friulani vissuti tra il ‘500 e il ‘700. Nonostante essi si dichiarassero combattenti di streghe e stregoni, Ginzburg nota come vennero accusati dall’Inquisizione proprio di stregoneria. Nessuno storico prima di Ginzburg aveva studiato questa comunità, ritenendo probabilmente l’argomento di scarso interesse storico. Il libro riporta gli interrogatori degli inquisitori agli uomini accusati di pratiche di stregoneria e mostra come essi si avvalessero dell’ars oratoria per giustificare l’identificazione della compagnia dei benandanti con una setta.
Ne Il formaggio e i vermi, invece, la figura protagonista è il mugnaio Domenico Scandella, detto Menocchio, che subisce ben due processi per eresia: la sua teoria cosmogonica, infatti, spaventa gli inquisitori poiché risulta terribilmente scandalosa e lesiva dell’immagine di Dio. Menocchio esprime le sue idee con semplicità e naturalezza, paragonando al formaggio la nascita del mondo dal caos originario e ai vermi gli angeli e Dio. Egli infatti, dopo aver letto (e rielaborato a modo suo) il Decameron e il Corano, si è sentito un signore, un uomo in grado di dire la sua anche su temi così alti.
In fondo, chi ha stabilito che conta soltanto la storia ufficiale, quella dei grandi uomini e condottieri? Anche la storia popolare può affondare le sue radici in fatti concreti, anche gli umili lavoratori possono fare la storia.
Nella raccolta di saggi Rapporti di forza, pubblicata nel 2000, Ginzburg ha preso le distanze dalla retorica di Nietzsche, intesa come arma di convincimento, e si è avvicinato alla concezione aristotelica, legata alla tematica della prova come tentativo e ricerca. Solo compiendo dei tentativi e facendo delle prove è possibile arrivare alla verità.
Se per Nietzsche storia e retorica si contrapponevano, per Ginzburg esse possono e devono convivere: è compito dello storico discernere il vero dal falso e studiare accuratamente tutte le prove a sua disposizione.
A proposito di questa distinzione tra vero e falso, nel 2006 è stato pubblicato Il filo e le tracce: vero, falso, finto. Qui, lo scrittore ha esaminato i procedimenti che gli storici di ogni tempo hanno utilizzato per comunicare un effetto di verità nel racconto dei fatti realmente avvenuti. Inevitabilmente, elementi di invenzione ed elementi storici si sono intrecciati nel corso dei secoli.
La sua ultima opera, una sorta di testamento, è intitolata Il vincolo della vergogna, in cui Ginzburg ha insistito sull’utilizzo della vergogna come strumento politico
L’emozione da cui sono partito – provare vergogna per una persona diversa da noi, per qualcosa in cui non siamo coinvolti – è un indizio che ci aiuta a ripensare, da un punto di vista inatteso, le nostre identità multiple, la loro interazione, la loro unità.
In uno degli ultimi articoli pubblicati, egli ha parlato del suo sentimento nei confronti del paese di appartenenza e della condizione di ebreo al tempo della diaspora.
Il paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare. La vergogna può essere un legame più forte dell’amore.
Tutti proviamo vergogna per ciò che è diverso da noi, ma in realtà abbiamo timore delle nostre molteplici identità. Gli uomini, infatti, possono avere multiple identità, proprio come la storia può avere numerose facce. Non c’è una sola storia e non c’è un solo uomo.
Chi era allora Carlo Ginzburg? In un’intervista rilasciata a Marco Belpoliti, aveva dichiarato:
Pochi anni fa gli ho chiesto: qual è la tua identità? Mi ha risposto: sono un professore in pensione, sono uno storico, sono un italiano, sono un ebreo, e altro ancora”.
Elisabetta Noce
Fonti
Belpoliti Marco, “Carlo Ginzburg, dal mondo dei vinti al dilemma dell’identità”, La Repubblica, 17 giugno 2026, ultima consultazione: 22 giugno 2026, link: https://www.repubblica.it/cultura/2026/06/17/news/carlo_ginzburg_le_opere-425416348
Ginzburg Carlo, Il vincolo della vergogna. Letture oblique, Milano, Adelphi, 2025.
Ginzburg Carlo, “Il vincolo della vergogna per noi ebrei della diaspora”, Il manifesto, 26 ottobre 2025, ultima consultazione: 22 giugno 2026, link:https://ilmanifesto.it/il-vincolo-della-vergogna-per-noi-ebrei-della-diaspora
Ginzburg Carlo, “MICROSTORIA: DUE O TRE COSE CHE SO DI LEI.” Quaderni Storici, vol. 29, no. 86 (2), 1994, pp. 511–39. JSTOR, ultima consultazione: 21 June 2026, link: http://www.jstor.org/stable/43778719




Rispondi