Ogni anno, verso la fine della primavera — quando la luce sicura e vivace ci scalda mentre siamo al Valentino con i nostri teli e le birre, improvvisando una partita di pallavolo — le radio riproducono nuove melodie, che ci accompagneranno per il resto dell’estate e segneranno inevitabilmente le nostre foto e i nostri ricordi: i tormentoni estivi.
Quest’anno, tra le varie proposte prevedibili e poco originali, ne è emersa una che ha conquistato lo scettro di canzone più interessante — o quantomeno, di più divisiva — dell’estate, ponendosi centro di una polemica rimbalzata fra tutte le testate giornalistiche e le pagine social: stiamo parlando di Al mio paese di Serena Brancale, Levante e Delia. Prima ancora dei meriti musicali, questo tormentone estivo ha attirato l’attenzione per il suo tema e la sua filosofia, cioè la lode al Sud Italia. È noto che le tre autrici del brano abbiano un’identità musicale molto forte, nonché un forte legame con la propria terra (la Puglia per Serena Brancale, la Sicilia per Levante e Delia).
Alla luce di questa premessa, allora, che cosa ci sarebbe di tanto scandaloso in una canzone che celebra il Sud, scritta e cantata da tre artiste meridionali, che hanno saputo contaminare la loro proposta artistica attraverso la propria origine e la propria tradizione?

La problematica risiede nel fatto che, all’interno del testo, vengono illustrati alcuni comportamenti che non sono davvero identitari, ma che scivolano, anzi, nel vero e proprio stereotipo: gli elementi religiosi (come lo stesso videoclip della canzone, che illustra una sorta di festa patronale o processione religiosa); le ferie che iniziano; la comunità che si riunisce nelle piazze per festeggiare in continuazione; i parenti ritrovati dopo un anno intero; il proprio accento. Il racconto desumibile da Al mio paese è il rafforzamento di un cliché non solo offensivo, quanto nocivo e dannoso per il Sud Italia, che viene ritratto come una terra immobile, fossilizzata nel ricordo e nella dimensione di una vita costantemente in ferie. In questo modo, i problemi reali e profondi di queste regioni vengono ignorati (come le devastazioni portate dall’uragano Harry nel gennaio scorso); le tre autrici hanno costruito una cartolina idilliaca, nascondendo sotto il tappeto la realtà, tutt’altro che gioiosa e festante.

Sicuramente, dobbiamo ricordare che Al mio paese è un tormentone estivo e, come tale, risponde a dinamiche discografiche precise: lo sbaglio, in questo caso, risiede nel proporre una tipologia di racconto intrinsecamente complesso e che, di conseguenza, si rivela erroneo, probabilmente per un’ingenuità delle autrici. Tuttavia, molti sottolineano come Serena Brancale, Levante e Delia non siano state ingenue, anzi; le tre avrebbero compiuto un gesto furbo, scrivendo una canzone facilmente riconoscibile, che si distingue dalla competizione avversaria e che si presta perfettamente all’ideale della “vita lenta” tanto amato sui social (quanto tanto irrealistico nella realtà). Inoltre, si sarebbero anche avvicinate a Bad Bunny, star portoricana di grande successo e che ha partecipato anche all’esibizione del Super Bowl. Avrebbero in questo modo sfruttato una terra con profondi disagi, spesso abbandonata a se stessa, solo per un mero evento commerciale, rafforzando in questo modo il profondo luogo comune sul Meridione.
Nonostante la legittimità della polemica, è necessario distinguere il giudizio sulla canzone da quello sulle artiste in questione. Non è sufficiente una hit a debilitare una carriera (anzi, tre in questo caso), ma d’altronde la polemica è nata sia per via della qualità del resto della loro produzione artistica sia per la presenza di riferimenti alle proprie origini solitamente molto più autentici e validi. Le artiste si sarebbero rese complici di un problema che coinvolge tutte le città turistiche italiane: la vita quotidiana viene plasmata sulla base delle esigenze e delle aspettative del turista, affinché egli possa avere belle cartoline da portare a casa (o foto pubblicabili su Instagram); in questo modo, però, si ignorano le necessità di coloro che, volente o nolente, vivono ogni giorno, per tutto l’anno, in quelle località.
Sicuramente, queste problematiche dovrebbero essere tenute sotto controllo dagli amministratori a livello locale, regionale e nazionale. Tuttavia, l’arte ha da sempre il compito di svelare le contraddizioni della realtà; di smontare l’ideologia intrinseca dei “miti d’oggi” (per seguire una definizione di Roland Barthes); di raccontare l’amore per la propria terra senza cadere nella comoda idealizzazione. Rino Gaetano cantava che il Sud poteva essere capito solo da chi è come lui: dagli emarginati, dagli emigrati, da coloro che abbandonano i propri affetti e la propria casa per un futuro migliore. Ma la stessa Levante, pochi anni fa, ha narrato il proprio amore per la terra natia:
E poi, ho dovuto scegliere di rinunciare a tutto di te
Ma proverò a difendere lo stretto necessario per me
Le facciate mai finite
Le Madonne chiuse in una teca
Le tende spiegate
Casa mia sembra una nave
Lo stretto necessario
Le vacanze un lido Jolly
Le campagne in fiamme
I primi baci
Gli atti di dolore
I panni stesi ad asciugare al sole
Lo stretto necessario.
Arturo Gerace
Fonti
Armigerio Leoluca, De Cesare Corinna, «La stroncatura necessaria di “Al mio paese”», Theperiod, 10/04/2026, ultima consultazione il 20/06/2026, link: https://theperiodoff.substack.com/p/la-stroncatura-necessaria-di-al-mio
Fazio Gabriele, «La polemica su “Al mio paese” di Serena Brancale, Levante e Delia, accusate di cantare un sud che non esiste», Open, 20/04/2026, ultima consultazione il 20/06/2026, link: https://www.open.online/2026/04/20/al-mio-paese-serena-brancale-levante-delia-pop-sud-strereotipi/
«Le signore sulle sedie, quando sono al mio paese», Il post, 14/94/2026, ultima consultazione il 20/06/2026, link: https://www.ilpost.it/2026/04/14/al-mio-paese-polemiche/




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