Entrare in un aeroporto di partenza è un’esperienza magica quasi quanto uscire da quello di arrivo.
Si prova quella vibrazione tipica delle nuove avventure: un leggero piacere nel non sapere dove andare o, per chi vuole provare un brivido più grande, nel chiederti ossessivamente se hai messo tutti i liquidi nella bustina trasparente o chiuso la portiera della macchina. È una tensione che ti fa sentire vivo, circondato da centinaia di altri passeggeri che, come te, stanno vivendo il proprio minuscolo rito di passaggio.
E poi, superata la frenesia della ricerca di uno di quei tabelloni luminosi che ti diranno in quale gate andare, arriva il momento dell’anestesia: quel secondo di pausa in cui ti fermi e finalmente realizzi di essere, per un breve istante, altrove.
È strano quanto questi spazi riescano a sospenderci dal mondo esterno. Una volta varcata la soglia, il tempo cronologico sembra perdere valore, sostituito da quello dei voli, delle coincidenze e dei viaggi. Il tempo passa proprio in modo diverso.
Non è una sensazione casuale, ma è in questa sospensione che si cela il fascino di quelli che l’antropologo Marc Augé ha battezzato “nonluoghi”; gli aeroporti ne sono un esempio perfetto.

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La definizione del nonluogo
Nel suo libro “Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité”, Augé analizza il termine appena citato che definisce, semplificando, uno spazio fatto per transitare.
Nei suoi studi emerge che l’idea di nonluogo è strettamente legata alla moderna precarietà, contornata da un solitario individualismo.
Come si diceva sopra, gli aeroporti ne sono un esempio perfetto: sono spazi impersonali e standardizzati, pensati per essere attraversati il più velocemente possibil e in cui l’essere umano perde la propria essenza; così anonimi e asettici da sembrarci uguali in ogni parte del mondo. Vi è mai capitato di trovarvi in aeroporto in un altro continente e riuscire comunque a orientarvi (quasi) tranquillamente tra il duty free e il gate di partenza?
Ma è proprio qui che assistiamo a uno dei paradossi dei nonluoghi: il viaggiatore di passaggio smarrito in un paese sconosciuto si ritrova solamente nell’anonimato degli aeroporti, delle stazioni di servizio e degli altri nonluoghi.
Esistiamo davvero nei nonluoghi?
Una volta in aeroporto, firmiamo un contratto invisibile: smettiamo di essere individui con un nome e una storia per diventare semplici utenti. Il nostro valore sociale si restringe a quello del nostro biglietto, a un codice a barre che ci autorizza a occupare uno spazio temporaneo. È la spersonalizzazione estrema: si diventa parte di una macchina che non ci chiede chi siamo, ma solo di seguire la rotta.
Una forma di spersonalizzazione che, a pensarci bene, ha qualcosa di profondamente liberatorio.
Questo anonimato non è necessariamente un vuoto da temere: al contrario, è un ecosistema che ci solleva dal peso della nostra identità pubblica.
Fuori da quelle porte scorrevoli, il mondo ci chiede continuamente di essere qualcuno: una studentessa, una lavoratrice, una figlia, un profilo social da gestire. Qui, invece, per qualche ora, abbiamo il permesso di non essere nessuno. In mezzo a centinaia di sconosciuti, ognuno immerso nella propria bolla di cuffie e schermi, si crea una sorta di “solitudine in compagnia“.
Vicinanza senza contatto, presenza che resta invisibile.
È una tregua dalle aspettative del mondo esterno, un limbo dove il tempo sospeso ci permette di guardare il flusso frenetico della vita con un distacco che non potremmo permetterci altrove.
Siamo guidati da una regia invisibile che ci trasforma in un unico, grande flusso di persone, in cui la nostra individualità viene assorbita da un sistema che deve essere, prima di tutto, efficiente. Non dobbiamo chiedere, non dobbiamo interagire con l’ambiente o con chi lavora in aeroporto: lo spazio stesso ci parla attraverso icone universali che rendono superfluo ogni sforzo di comprensione linguistica o culturale.

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Perdiamo davvero la nostra identità?
Dopo questa analisi, ci risulta facile considerare gli aeroporti come nonluoghi asettici e impersonali. Ma nonostante la perdita d’identità apparente, è proprio tra un controllo di sicurezza e l’attesa al gate, che tante vite si incrociano per pochi secondi.
Basta sollevare lo sguardo per accorgersi che i luoghi di partenza e arrivo non sono più solo vetro, acciaio e il rumore delle ruote dei trolley sul pavimento. Diventa un palcoscenico dove le storie corrono parallele: osservi quel genitore che abbraccia il figlio prima di lasciarlo alla sua nuova vita; vedi una coppia che si ripete di rivedersi presto come una preghiera; noti quel viaggiatore solitario, seduto un po’ in disparte, che fissa l’orizzonte con la malinconia di chi ha lasciato un pezzo di cuore da qualche parte. E ti sembra di leggere la tua storia nella loro, condividere un momento profondo, stringere un legame con una persona di cui non conosci nemmeno il nome.
La solitudine c’è, ma allo stesso tempo non esiste.
Forse, la vera magia dei nonluoghi sta nel modo in cui noi, inconsapevolmente, continuiamo a popolarli con le nostre emozioni umane. Ed è proprio in questo slancio verso l’altro, in questa scintilla di umanità che accendiamo nel cuore di un luogo asettico, che riusciamo a riprenderci la nostra identità.
Tecla Di Maria
Fonti
Accademia del Senso Critico, Voci e Visioni – Marc Augé. I non-luoghi e la solitudine della surmodernità, 22 ottobre 2025, ultima consultazione: 21 giugno 2026, link: youtube.com/watch?v=5BxIjAyayc4
Augé Marc, Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità, Elèuthera, 2009
Bramante Rita, “Marc Augé, antropologo dei ‘non-luoghi’ o della surmodernità”, Education 2.0, 25 ottobre 2023, ultima consultazione: 21 giugno 2026, link: shorturl.at/NkoYJ



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