Il grido delle donne iraniane

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“Jin, Jîyan, Azadî‎” ( ژن، ژیان، ئازادی), “Donna, vita, libertà”: è questo lo slogan gridato a squarciagola dalle donne iraniane dal 2022. Sotto la cortina mediatica di una guerra che sta dilagando dall’Asia Occidentale all’Africa settentrionale, oltre 40 milioni di donne, ragazze e bambine vengono relegate ai margini di una società che ha tolto loro, in maniera sistematica dal 1979, diritti e libertà individuali.

crediti: First Iranian women who attended university – between 1935 and 1940 – Public domain Wikimedia Commons

Nascere femmina, oggi, nella Repubblica Islamica dell’Iran, significa vivere in uno Stato in cui oltre il 60% dei laureandi è donna. Tuttavia, vige l’obbligo di indossare il velo, non è più consentito iscriversi alla facoltà di giurisprudenza e la partecipazione al mondo dello sport è stata praticamente azzerata. Inoltre, il diritto all’aborto è quasi inesistente, manca una legge sulla violenza domestica e le donne non sposate non possono richiedere un passaporto, mentre chi lo possiede non può viaggiare all’estero senza il consenso del marito.

crediti: Women on the Arba’een Walk-Mehran city-Iran Wikimedia Commons
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Jin, Jîyan, Azadî‎

È il 13 settembre 2022 e Mahsa Amini, giovane ragazza curda di 22 anni, è in vacanza a Teheran con la famiglia. Qui la Gasht-e Ershad, la polizia morale iraniana, l’arresta. Il motivo? L’hijab che porta sul capo non rispetta le norme del governo.
Il 16 settembre ne viene annunciato il decesso per “insufficienza cardiaca”.
Il deputato del Parlamento europeo Gianantonio Da Re riporta le parole della polizia iraniana, che definisce la sua morte uno “sfortunato incidente”. Il corpo della giovane, trasportata all’ospedale di Kasra ormai in stato comatoso, non lascia però adito a dubbi: Mahsa è stata picchiata brutalmente.

Questa ennesima storia di violenza da parte delle autorità scatena una serie di rivolte in tutto il Paese, che si protraggono fino al 2023. Lo Stato iraniano risponde con estrema violenza, causando quasi 500 morti, migliaia di feriti e oltre 18 mila arresti. Un vero e proprio massacro moderno, dovuto soprattutto all’utilizzo di armi da fuoco contro i manifestanti e incentivato, probabilmente, dalle parole della Guida suprema Ali Khamenei, che in alcune dichiarazioni ha affermato: “I rivoltosi dovrebbero essere rimessi al loro posto”.

crediti: Ali Khamenei’s visit to the exhibition of achievements of the IRGC Aerospace Force Wikimedia Commons Licenza: Creative Commons Attribution 4.0

Le violenze perpetrate ai danni di bambine, ragazze e donne iraniane sono incalcolabili. Da arresti ingiustificati, molestie, sequestri, violenze sessuali e fisiche a minacce nei confronti delle famiglie perché mentano sulle circostanze della morte delle proprie figlie.

Le donne iraniane come strumento mediatico

La storia ha dimostrato più volte come, in contesti di guerra, le donne siano tra le prime categorie sociali a soffrire gravi conseguenze. Non solo da parte del “nemico”: spesso il loro stesso Paese adotta strategie restrittive nei loro confronti in nome della “sicurezza nazionale”, supportate sovente da fazioni religiose più radicali che tendono ad appoggiare, se non direttamente a intensificare, queste spinte integraliste.

Parallelamente a queste dinamiche, sul fronte occidentale si diffonde invece la comune dialettica della “liberazione” delle donne islamiche da uno Stato tiranno attraverso azioni militari.
La guerra diventa strumento necessario per portare la pace.


Un concetto dal sapore propagandistico che Meher Ahmad riassume brillantemente in un articolo d’opinione per il New York Times:

“… a long line of American politicians who see bombs as a way of shortening Muslim women’s hemlines
(Meher Ahmad per il New York Times, riferendosi ad un intervento da parte del Senatore Thomas Hawley Tubeville, articolo completo qui).

Il contributo della giornalista Meher Ahmad è chiaro e va dritto al punto: gli interventi bellici da parte degli Stati Uniti in Medio Oriente non hanno mai avuto come reale obiettivo la “liberazione di un popolo che soffre”. Le guerre hanno portato morte e devastazione, spesso lasciando Paesi in situazioni economiche e sociali ancora più precarie.

crediti: Trump announcing American-Israeli strikes on Iran on February 28, 2026 Wikimedia Commons – Public Domain

Le donne iraniane che le forze occidentali dovrebbero “salvare” subiscono violenze e soprusi di ogni genere in periodi di guerra, nei campi di prigionia, nei centri di accoglienza, nelle loro stesse case o tra le mura di una scuola.

L’ossessione occidentale per il velo islamico

Un video recentemente pubblicato sui canali ufficiali del Ministero degli Affari Esteri di Israele, generato tramite intelligenza artificiale, ritrae una donna iraniana mentre si toglie il velo grazie all’aiuto di altre due giovani, rispettivamente un’americana e un’israeliana. Si tratta di un tentativo di soft power e manipolazione mediatica da parte di Israele per influenzare emotivamente i giovani iraniani e dipingersi come portatore di libertà per il popolo.

Ma le donne iraniane non hanno bisogno di essere “salvate” per potersi togliere il velo. Sono centinaia le ragazze, donne e bambine che ogni giorno, dalla Rivoluzione Islamica, si tolgono l’hijab in segno di protesta, subendone le gravi conseguenze.

Questo perché il punto non è tanto il diritto di non indossarlo: togliersi l’hijab, dargli fuoco in pubblica piazza, è un gesto simbolico potente per manifestare dissenso contro un governo oppressivo. Manifestano per il diritto di andare in giro da sole, di poter viaggiare, studiare, ricoprire ruoli di potere, avere leggi che le tutelino e un sistema giudiziario che le protegga.

Una storia che si ripete

Proprio come la minigonna anni ’60 è stata simbolo di liberazione sessuale ed emancipazione, il caschetto anni ’20 ha rappresentato il desiderio di indipendenza dopo la Prima Guerra Mondiale e il rossetto rosso, sfoggiato dalle suffragette durante la marcia del 1912, è stato simbolo di audacia e liberazione.

Eppure, gonne maxi, trucco leggero e capelli lunghi si portano ancora oggi. Quando la lotta per determinati diritti è stata vinta, questi oggetti sono stati svuotati di quel valore simbolico e sociale, ridimensionandosi.
In questo periodo storico, è l’hijab lo strumento che hanno scelto per lottare per i propri diritti fondamentali.

Alice Musto

Fonti:

Global Gender Gap Report 2025 pdf, 11 giugno 2025, pg. 219, link: https://www.weforum.org/publications/global-gender-gap-report-2025/

“Il caso di Mahsa Amini: le brutalità contro le donne ad opera del regime iraniano continuano senza sosta”, Interrogazione parlamentare – E-003157/2022, sostenuta dal deputato Gianantonio Da Re Parlamento Europeo, 22 settembre 2022, link: https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/E-9-2022-003157_IT.html

“Iran: proteggere il diritto di protesta”, appello di Amnesty International, Tutte le categorie consultate, ultima consultazione 25 giugno 2026, link: https://www.amnesty.it/appelli/iran-proteggere-il-diritto-di-protesta/#:~:text=Il%2013%20settembre%202022%2C%20la,discriminatorio%20di%20indossare%20il%20velo.

Video Youtube, Iran, l’ayatollah Khamenei sulle proteste: “I rivoltosi dovrebbero essere rimessi al loro posto”, @repubblica, link: https://share.google/D9Sb40jnNWAP42xOf

“La libertà svelata, storie di donne coraggiose”, Mariano Giustino, Fondazione Luigi Einaudi, pubblicazioni dal 25 febbraio al 17 giugno 2023, ultima consultazione 25 giugno 2026 link: https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-liberta-svelata-storie-di-donne-coraggiose/

“The First Losers in All of This Were Women”, Meher Ahmad, 25 marzo 2026, New York Times, opinion guest essay, ultima consultazione 25 giugno 2026, link: https://www.nytimes.com/2026/03/25/opinion/iranian-women-america-israel-bombing.html?unlocked_article_code=1.tVA.Uzt9.rsgfkHtdtlhj&smid=url-share

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