Un nuovo pericolo metterà a dura prova Woody, Jessie e Buzz: la tecnologia. Bonnie, infatti, riceve in regalo dai genitori un tablet, Lilypad, rischiando così di allontanarsi progressivamente dai suoi giocattoli.
Si apre così un nuovo capitolo della saga più nota firmata Pixar. Alla regia troviamo Andrew Stanton, co-regista e sceneggiatore di alcune pietre miliari dell’animazione: A Bug’s Life, Monsters & Co., Alla ricerca di Nemo, Wall-E e, infine, anche i primi quattro film di Toy Story.
Negli episodi precedenti di Toy Story si possono osservare quattro diversi antagonisti. Nel primo film, la minaccia non è costituita solo da un bambino distruttivo, incapace di comprendere il valore dei giocattoli, ma anche dalla crisi d’identità e di appartenenza vissuta da Woody, che teme di essere sostituito da Buzz agli occhi di Andy. Nel secondo capitolo, invece, ci troviamo di fronte a un collezionista senza scrupoli, che vuole portare Woody in un museo giapponese; parallelamente il film introduce la consapevolezza che i giocattoli sono destinati a essere dimenticati, introducendo il personaggio di Jessie, la cowgirl segnata dall’abbandono da parte di Emily. Nel terzo episodio, il nemico principale è Lotso, incarnazione del risentimento di chi, ferito, sceglie di negare fiducia agli altri; allo stesso tempo Woody e i suoi amici si confrontano con la paura della fine, con l’accettazione del cambiamento e del ciclo della vita. Nel quarto, infine, Gabby Gabby rappresenta il bisogno disperato di essere amati, dimostrandosi disposto a tutto pur di ottenere una voce; inoltre, in questo modo si riflette anche sulla possibilità di reinventare il proprio ruolo e il proprio destino.
La quinta uscita, come suggerisce la sinossi iniziale, ripropone la paura dell’abbandono, questa volta legata a una criticità contemporanea: l’ingresso massiccio della tecnologia nell’infanzia, esponendo la tematica in maniera piuttosto esplicita. I genitori non vengono risparmiati: sono loro a regalare il tablet a Bonnie e, allo stesso tempo, a non cogliere pienamente le conseguenze che questo gesto comporterà nella sua quotidianità. Ci sono momenti significativi, come quello in cui la bambina appare completamente assorbita dal dispositivo, al punto da trascurare sonno, alimentazione e relazione con il mondo esterno.
Il motivo dichiarato del regalo è quello di aiutarla a socializzare, ma in realtà Bonnie non riesce a costruire legami nel mondo reale, suggerendo così una forma di crisi dell’infanzia contemporanea, in cui il gioco e la fantasia sembrano indeboliti da un eccesso di stimoli digitali. Bonnie si trova in una condizione di isolamento e inadeguatezza; anche gli altri bambini sembrano sempre più incapaci di riconoscere il valore del gioco condiviso. Questa malinconia emerge con forza in una scena in cui Bonnie scoppia in lacrime, ripresa dal punto di vista del tablet: la sofferenza viene filtrata dallo sguardo del dispositivo stesso, quasi a suggerire una mediazione costante e invasiva della tecnologia sull’esperienza emotiva.
In questo film, la protagonista giocattolo è Jessie, figura complementare a quella di Bonnie. Anche la cowgirl, infatti, vive un senso di emarginazione e abbandono, che la riporta continuamente al proprio passato con Emily. Jessie, temendo di essere dimenticata ancora una volta, si impegna a riaccendere la capacità emotiva di Bonnie, arrivando a coinvolgere Blaze, una bambina appassionata di equitazione che rappresenta una possibile via d’uscita dal suo isolamento.
Toy Story 5 si sviluppa attraverso segmenti narrativi anche efficaci, che richiamano la nostalgia dei primi capitoli della saga e conservano, in parte, la capacità di parlare al pubblico. Tuttavia, alcuni passaggi risultano meno organici: la presenza di troppi personaggi secondari, alcuni dialoghi affrettati e l’introduzione di idee non sempre pienamente sviluppate indeboliscono la coesione complessiva.
Ma tali criticità sono motivate da un’unica grande contraddizione. Il film intende infatti riflettere sulle dinamiche dell’infanzia contemporanea e sull’impatto della tecnologia, mostrando i bambini sempre più immersi in ambienti digitali che riducono lo spazio della fantasia e della relazione. Il tempo si comprime, l’attenzione si frammenta e la noia viene costantemente neutralizzata da una stimolazione continua. Eppure — ed è proprio qui che risiede il paradosso di Toy Story 5 — il film, in quanto medium e, dunque, luogo di comunicazione attiva, si rivela complementare a ciò che vorrebbe criticare. In sostanza, il film è esso stesso iper-accelerato, fin troppo saturo nella sua composizione di forma-contenuto, nel ritmo, nel montaggio, nell’esposizione delle immagini. Le battute, le gag e i momenti riflessivi si dimostrano eccessivamente stimolanti e, al tempo stesso, vuoti.
Sembra che la manifattura del prodotto finale sia figlia di un tempo in cui si debba per forza cedere alle istanze sensoriali e ai nuovi approcci dell’infanzia, laddove già in età minorile si riscontrano gli effetti anestetizzanti. Si capisce che un film, soprattutto per famiglie, abbia bisogno di un ampio lavoro di marketing e di industrializzazione per far sì che un elevato numero di spettatori si rechi in sala. Ma non possiamo limitarci solo a questo.
Anzi, è quanto mai necessario un attrito che si scontri con lo sguardo degli spettatori-bambini dell’era digitale. La forza creativa e il coraggio di certe opere d’animazione stavano (e stanno tutt’oggi) proprio nell’applicare un equilibrio tra le varie componenti in gioco, tra uno spirito di pensiero e uno di svago, proponendo sia al bambino sia all’adulto stesso un luogo in cui sperimentare con il mondo e con se stesso.
Rimanendo in ambito Pixar, si pensi ai film inizialmente citati, nei quali lo stesso Andrew Stanton ha lavorato, e a come sono stati gestiti: la natura del diverso in Monsters & Co., il messaggio politico e sociale in A Bug’s Life, la devastazione ambientale e l’uso della tecnologia in Wall-E e il rapporto genitori-figli in Alla ricerca di Nemo.
Dunque, Toy Story 5 sembra muoversi dentro una tensione irrisolta tra la volontà di raccontare un’infanzia sempre più mediata dalla tecnologia e la forma stessa del racconto cinematografico contemporaneo, che rischia di rispecchiare quella stessa condizione. Ed è proprio in questo scarto, forse, che si colloca la sua domanda più interessante: è ancora possibile oggi creare storie capaci di parlare dell’attenzione, del tempo e delle relazioni senza diventare parte del problema che intendono raccontare?
Voto della redazione di The Password: 6,5.
Marco Novello



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