“Daniela, l’autopsia per svelare il mistero. Domani l’esame sul corpo della 35enne trovata morta in via Paisiello” (titolo da Torino Cronaca, 24/07/2026). “Daniela”… Eppure Daniela, per il cui omicidio è attualmente indagato l’ex compagno, un cognome l’aveva: Florea, Daniela Florea. Era dipendente di un’impresa di pulizie, viveva in un appartamento poco lontano dal Giardino di Piazza Rostagni, in via Giovanni Paisiello 17 (Torino), dove vi si era trasferita appena un anno prima per interrompere la relazione con il marito che, a detta di un’amica di lei, aveva sviluppato atteggiamenti aggressivi e possessivi.
Le indagini, per chiarezza, risultano ancora aperte e il verdetto finale spetterà agli inquirenti; quello che è certo, tuttavia, è che Daniela Florea, da viva come da morta, aveva diritto a rivendicare la sua indipendenza, la sua volontà di autodeterminarsi. Chiunque abbia deciso — probabilmente in modo non del tutto consapevole — di omettere il cognome nel titolo dell’articolo a lei dedicato ha negato alla vittima, attraverso una scelta linguistica infantilizzante, una parte importante della sua autonomia. È il destino delle tante “Giulia”, “Maria”, “Francesca” della cronaca di questo Paese, le cui storie si dimenticano in fretta, confuse con quelle di tante altre donne, anch’esse senza cognome.

Situazioni analoghe, purtroppo, vengono riscontrate in diversi titoli di articoli di giornale a tema politico: “Il derby rusticano Elly-Conte: divisi su tutto, alleati per forza” (Il Tempo, 07/07/2026), “La direzione di Elly. Cerca l’allargamento al centro ma Conte allontana le primarie. Delrio (e Gori) contro Bonafoni” (Il Foglio, 23/06/2026), “Ursula a Kiev firma il “patto dei droni coi soldi tedeschi”” (Il Fatto Quotidiano, 16/07/2026), “La maggioranza Ursula è finita. Perché per i socialisti è ora di rompere con i popolari (di A. Alemanno)” (HuffPost Italia, 10/07/2026). Per non tediare * lettor*, interrompiamo qui una lista che, da sola, potrebbe occupare buona parte della lunghezza di quest’articolo.

Crediti immagine: screenshot della pagina Google
Il messaggio che arriva a noi ragazze è chiaro: se anche per qualche strano incidente del destino da grandi diventassimo (ohibò!) segretarie di partito o presidenti della Commissione europea, non potremmo comunque competere con i nostri colleghi uomini.
Effettivamente viene da chiedersi quali speranze possa avere Elly (Schlein) in un confronto con Conte (Giuseppe) e “Ursula” — un’alta funzionaria chiamata per nome, in un contesto che non è certo di confidenza — non sarà forse imparentata con l’omonimo personaggio della Disney?
Con questo stratagemma, la distanza simbolica normalmente riservata al prestigio della carica viene assottigliata a colpi di paternalismo linguistico, una forma di discriminazione subdola che tarpa le ali al genere femminile, ridotto a una massa informe di principianti, di zeri, di “donne a caso”.
Fa effetto usare quest’espressione oggi, quando non è più possibile confrontarsi con chi ne ha fatto il centro del proprio attivismo femminista: “Ieri è morta una donna a caso”, ha scritto qualche giorno fa sul suo profilo Instagram la scrittrice Teresa Cinque. “Cioè non una, La donna a caso. Quella che ogni tanto vince il Nobel, va nello spazio o è a capo della Bce. Le donne a caso muoiono spesso, ammazzate dagli ex mariti o ex fidanzati (ma il femminicidio non esiste) e i giornali le chiamano Giovanna, Maria, Stefania. Così nessuno se le ricorderà. Mentre sugli uccisori si diffondono a spiegare cognome, famiglia di provenienza, soprattutto quando è buona, e impegno nel lavoro oltre che nel salutare i vicini.
Questa donna a caso si chiama Valentina Falco e ha sempre preferito non dirlo perché si era fatta paladina di tutte quelle Stefi, Marti, Vale che nonostante compissero imprese importanti, curassero malattie, dirigessero aziende o consigli governativi, restavano per i giornali le ragazze, le cuginette, tizie qualunque da chiamare per nome o per diminutivo. […]”.
Dal 2020 in poi, Valentina Falco, di professione office manager, ha curato, gestendo in forma anonima la pagina Instagram @Ladonnaacaso, quello che è stato definito come “il più grande osservatorio italiano social sui titoli giornalisti sessisti”, “senza cedere alla tentazione di farne una cosa personale, senza mettere nel mezzo l’ego, fisso verso un obiettivo semplice. Mostrare un’ingiustizia, una cosa fatta male, nella speranza di poterla correggere” (dal post sopra citato di Teresa Cinque).
“All’inizio facevo tutto da sola”, ha dichiarato Falco in un’intervista a The Wom, “ogni giorno mi facevo un giro su Google e cercavo parole chiave come ‘una donna’, ‘la regina’, ‘la signora’, ‘la principessa’. Altri esempi li trovavo la mattina semplicemente leggendo le notizie”.

Il suo progetto, capace di creare nel tempo una community di più di 90.000 persone, ha attirato presto l’attenzione di Michela Murgia: “Quando ho aperto la pagina”, ha dichiarato nell’intervista citata poc’anzi per The Wom, “lei mi ha scritto per ringraziarmi e per dirmi che le sembrava una bella operazione. Da lì è iniziato un piccolo rapporto epistolare su Instagram e a un certo punto ci è venuto in mente di preparare una rassegna insieme”, la quale veniva pubblicata tutti i sabati.
La morte di Valentina Falco lascia un vuoto immenso, ma le sue idee, così come il suo modo di fare attivismo femminista, restano e devono essere una bussola per noi, educator*, giornalist* e operator* culturali del domani.
Grazie di tutto, @Ladonnaacaso.
Micol Cottino
Fonti
Cavaglià Roberta, “Una donna a caso, il profilo Instagram che smonta la narrazione dei media delle donne al potere”, The Wom, 19 settembre 2022, link: https://www.thewom.it/attualita/una-donna-a-caso-rappresentazione
Colangelo Elisabetta, “Valentina Falco • Mi chiamo Valentina. Sono una donna a caso”, Reputation Review, 15 dicembre 2021, link: https://www.reputationreview.org/mi-chiamo-valentina-sono-una-donna-a-caso/
Landi Giovanni, “Ciao Valentina Falco. Segnalava come i media trattano male le donne”, Professione Reporter, 25 luglio 2026, link: https://www.professionereporter.eu/2026/07/ciao-valentina-falco-segnalava-come-i-media-trattano-male-le-donne/
Redazione, “Addio a Valentina Falco, il suo “La donna a caso” è stato «il più grande osservatorio social sui titoli giornalistici sessisti»”, Domani, 23 luglio 2026, link: https://www.editorialedomani.it/fatti/addio-valentina-falco-donna-a-caso-osservatorio-social-titoli-giornalistici-og3rsxnu
Maglia Eleonora, “Donne & giornalismo: un’importante dimensione della disuguaglianza di genere”, Eticaeconomia, 17 febbraio 2020, link: https://eticaeconomia.it/donne-giornalismo-unimportante-dimensione-della-disuguaglianza-di-genere/




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